Opinioni – Carlo Rossella. Scrive la Columbia Journalism Review…

Da ‘Prima comunicazione’, numero 386, Luglio-Agosto 2008


Gli studenti della scuola di giornalismo della Columbia University hanno visto sulla copertina dell’ultimo numero della loro autorevole rivista (Columbia Journalism Review), bibbia per chi si occupa
di media in America, l’immagine di Arthur Sulzberger Jr, editore del New York Times. Sopra il disegno campeggiava la scritta: “Can Arthur Sulzberger Jr transform The New York Times for the digital age?”.
Leggendo il saggio della Cjr si scopre che proprio tutti i requisiti per tale missione Sulzberger non li ha. Del resto, mesi or sono, fu lui a dire: “Per colpa di Internet il New York Times non sarà  più in edicola nel 2013 ma lo leggeremo solo su Internet”.
L’era digitale, già  iniziata, è l’incubo di tutti i manager della carta stampata. Il 2008 è stato, quasi per tutti, in tutto il mondo, un anno terribile: meno copie, meno pubblicità , meno profitti, più pessimismo. Gli unici ad avere ancora una discreta dose di ottimismo sono Rupert Murdoch, fresco proprietario del Wall Street Journal, e il gruppo Condé Nast. Gli altri hanno dichiarato lo stato d’assedio.
Per ogni direttore di giornale, editore o supermanager dei media dovrebbe valere la domanda che la Cjr si è posta per Sulzberger. Anzi tutti questi operatori delle news, scritte o trasmesse per radio o tivù, dovrebbero porsela davanti allo specchio ogni mattina. Chi non ha esitato a farsela, ad esempio, è stata nel febbraio scorso la nuova presidente del Washington Post, Katharine Weymouth, 42 anni. E nel rispondere ha deciso di sostituire Leonard Downie Jr, di 67 anni, a capo della newsroom per 17 anni, con Marcus Brauchli, 47 anni.
Mago della integrazione fra carta stampata e informazione on line, appena licenziato da Murdoch dalla direzione del Wall Street Journal, Brauchli si è impegnato a integrare giornale stampato e web in un unico corpo, per trasmettere sulla carta l’energia del digitale (oggi la vendita del Washington Post in crisi è di 673mila copie, il sito invece è un successo: 9,4 milioni di visitatori al mese).
“I giornalisti devono essere mobili, sentirsi a loro agio in entrambi i media. Abituarsi alla velocità “, afferma Brauchli. Appunto la velocità , o l’immediatezza della comunicazione, caratteristica dell’informazione on line.
Se Brauchli è un velocista, Les Hinton, messo da Murdoch a guidare la Dow Jones e il Wall Street Journal, è un razzo che si muove fra agenzia di stampa e giornale, integrandosi poi con il sistema tivù del magnate australiano.
La catena News Corp. è la più micidiale e invidiata da tutti, soprattutto da quegli editori che non hanno una tivù.
La comunicazione odierna fa invecchiare le news nel giro di pochi minuti. Accade qualcosa. Parte Internet, informato dai blog o dalle grandi agenzie o da fonti autonome. Scattano le radio e le tivù satellitari all news. In un battibaleno si sa tutto. E quando, alle ore canoniche, arrivano i tg delle majors è già  tardi. Immaginate poi come le notizie possano apparire cotte e decotte sulla carta stampata. Ben diverso è invece vederle on line, poco dopo che sono accadute, commentate e illustrate.
Inevitabile perciò il successo dei siti dei quotidiani negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo, Italia compresa (il Corriere della Sera e La Repubblica on line hanno ben capito la lezione della velocità ).
Tanto è l’impatto dell’on line sull’informazione che già  vi sono siti americani come Politico.com che danno analisi di grande livello quasi in tempo reale. E giornali politici, misto di blog e news come The Huffington Post di Arianna Huffington, amica di Barack Obama, e protagonista col suo instant newspaper on line della campagna elettorale americana.
Se i quotidiani più accorti corrono, i settimanali devono adeguarsi alla velocità . Time e Newsweek ci hanno provato con edizioni on line che sono dei magazine che escono, in pratica, di continuo con notizie fresche, foto, filmati e reportage. Ma molta strada negli Stati Uniti e da noi resta ancora da percorrere.
Secondo Tom Florio, publisher di Vogue America, l’avvenire di settimanali e mensili è la web tv. Il sito Voguevideo.com è in via di perfezionamento ma sarà , secondo tutte le previsioni, un modello mondiale di comunicazione, visto che la tivù Internet è la nuova prateria nella quale spaziare.
Ho letto con interesse uno dei rari libri europei su questi argomenti. Lo ha scritto un giornalista italiano, Vittorio Sabadin, corrispondente a Londra della Stampa. Si intitola: ‘L’ultima copia del New York Times’ (Donzelli Editore). Anche qui previsioni tristi per la nostra amata ma lenta carta. Come sarà  la lettura del futuro? Sarà  tutta sugli schermi o sopravvivranno alcuni giornali? Gli analisti sono discordi.
C’è chi dice che la stampa specialistica e locale non finirà  nella tomba del digitale. Chi invece profetizza una ecatombe globale dalla quale si salveranno solo alcuni. Ma tutti ammettono che il grande quotidiano ‘globalizzato’ resterà  solo sulla terra. Murdoch, ad esempio, è convinto dell’immortalità  del Wall Street Journal, trasformato da giornale assolutamente economico in quotidiano generalista mondiale di altissima qualità , molto costoso per l’editore, ma indispensabile alla fascia alta dei lettori e degli utenti pubblicitari universali.

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