Istituzioni – Riforma dell’editoria. Intervista a Ricardo Franco Levi

L’articolo riprodotto su Primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 369, Gennaio 2007, di ‘Prima Comunicazione’


Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Informazione e l’editoria, sta lavorando a un disegno di legge di riforma dell’editoria che sarà  presentato entro sei mesi. E spiega come cambierà  il sistema delle sovvenzione e dei finanziamenti.
“Se noi vogliamo garantire che la nostra democrazia continui a essere fondata su un’informazione ricca, capace di alimentare il dibattito culturale e dare linfa a un settore industriale di servizio vitale come è quello dell’editoria, credo che si debba guardare a questo sistema nel suo complesso e riorganizzarlo”, dichiara Levi. “Ci sono norme nella parte che riguarda gli aiuti pubblici (ma non solo) che progressivamente hanno assunto la natura di tentativi di salvataggio di un mondo che è messo a rischio in modo ormai irreparabile dai processi tecnologici. L’obiettivo che noi ci poniamo è garantire che questo mondo non soltanto sopravviva ma viva una vita vitale, perché è paradossale che si possa considerare in declino un settore come quello dell’informazione che invece è al centro di tutte le nuove tecnologie”.
“Per quanto riguarda le provvidenze pubbliche, prima di tutto occorre concentrare le risorse sui soggetti più deboli. Il secondo elemento è quello che ci consiglia di usare i quattrini pubblici quanto più possibile per aiutare il mondo dell’editoria a mettersi in condizione di reggere e di cavalcare la sfida delle nuove tecnologie”, spiega il sottosegretario Levi. Oggi non abbiamo quasi più risorse per sostenere l’innovazione e non abbiamo mai avuto né una lira né un euro per aiutare nuove iniziative. E questo non va bene”.
Levi smentisce di avere un progetto di accorpamento delle agenzie di stampa, e precisa: “in Italia abbiamo un numero di agenzie che non conosce confronto con gli altri Paesi. E si tratta di aziende che attraverso le convenzioni, cioè i contratti con i quali la pubblica amministrazione acquista servizi, dipendono spesso in modo decisivo dalla mano pubblica. Non abbiamo né i poteri né la volontà  politica di riorganizzare il settore dettando dall’alto schemi di accorpamenti o di fusioni. Ma come amministratori pubblici dobbiamo fare un conto attento delle risorse disponibili e quindi chiamare le agenzie a farsi carico di una realtà  che impone di guardare alle provvidenze pubbliche come a una fonte che può diventare un po’ meno abbondante. Per cui l’obiettivo che ci poniamo, come controparte degli investimenti che facciamo, è di avere servizi differenziati, cercare insomma di spendere meglio i nostri soldi”.

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