Personaggi – Lorenzo Cremonesi. Inviato di guerra del Corriere della Sera

L’articolo riprodotto su www.primaonline.it è un estratto di quello pubblicato nel numero 356, Novembre 2005, di  ‘Prima Comunicazione’


È appena tornato da una corsa al Parco di Trenno a Milano. Ci troviamo davanti alla sede del Corriere della Sera in via Solferino. Lorenzo Cremonesi scende dalla moto, zainetto in spalla. Ha fretta,
deve preparare i documenti per l’ennesimo viaggio che, questa volta, non lo porterà  in Medio Oriente, ma molto più a est (qualche giorno dopo questa intervista dovrà  fare tappa in Pakistan, nella zona del Kashmir devastata dal terremoto). Per questo è molto arrabbiato: “Il giornale pensa che sia stato già  troppo in aree calde, come Iraq e Medio Oriente, e per un po’ mi manda in Estremo Oriente. Per far calmare le acque”, spiega il reporter già  preso in ostaggio a Gaza due mesi fa e attorno a cui, come molti ritengono (vedi Prima n. 351, pag. 60), l’aria a Baghdad si è fatta pesante. “Sono molto grato al direttore Paolo Mieli e al giornale per l’attenzione alla mia sicurezza. Comunque, credo che questa situazione sia frutto di un’idea che si è creata soprattutto in Italia. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e i servizi d’informazione italiani ritengono, sull’onda della supposta e comunque fittizia celebrità  da me acquisita stando in Iraq, che sia diventato un obiettivo più ambito di tanti altri”.
Prima – E non è vero?
Lorenzo Cremonesi – Mi hanno richiamato dall’Iraq già  due volte. E quando hanno sentito che avevo intenzione di ritornarci per il referendum e il processo a Saddam, si sono mossi facendo pressione su di me personalmente e sul giornale perché non partissi. Non so su quali basi concrete. Non mi hanno fornito alcun dato specifico. Per me questo è un danno professionale. In Iraq ho investito tempo, sforzi, vita e non c’è motivo perché non possa andarci in un momento così importante. Sostengono che a Baghdad c’è qualcuno pronto a farmi la pelle. Io sono convinto che se a Baghdad c’è davvero chi vuole farmi la pelle, può farla a me come a chiunque altro. Non sono un ‘privilegiato’, a parte il fatto che lavoro al Corriere. Ma, allora, dovrei cadere nelle mani di una forza – come Al Qaeda – capace di giudicare che cosa sia il Corriere. Sono convinto che ci sia, come è successo nel caso delle due Simone. Ci sono ex agenti di Saddam in grado di capire e di muoversi di conseguenza.

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