Opinioni – Smile. Patriottismo economico battaglia di retroguardia

(Prima Comunicazione – numero 351 – Maggio 2005) Non appartengo alla schiera di coloro che difendono l’italianità  della Fiat né tantomeno a coloro che se la augurano controllata dalla famiglia Agnelli. La casata torinese ha dimostrato nei risultati di non aver saputo svolgere profittevolmente il ruolo strategico che compete all’azionista sia nelle scelte fondamentali (alleanze, cessioni, allocazione e focalizzazione delle risorse), sia nelle scelte del top management (licenziamento di Ghidella). Che questo fosse dovuto alla principesca superficialità  dell’Avvocato o alla meticolosa e pignola debolezza di Umberto, poco importa, la realtà  è sotto gli occhi di tutti. Sino qui la famiglia ha comunque fatto più del suo dovere, da un punto di vista finanziario. Se non lo farà  più non ci vedo nulla né di scandaloso né di dannoso per la Fiat.  Per quanto riguarda il patriottismo economico, la difesa a oltranza dell’italianità  azionaria della Fiat mi sembra una battaglia di retroguardia. L’unica risposta all’eccesso di capacità  produttiva nel mondo dell’automobile è un aumento di competitività  produttiva (nella qualità  o nella quantità , se non in entrambe) e una difesa e valorizzazione dei marchi. Poi il mercato (mondiale) dirà  la sua, nell’interesse dei consumatori, soprattutto di quelli italiani. Vinca il migliore dunque, senza inutili imposizioni e aiuti dello Stato. Ciò detto, trovo che l’ultimo spot Fiat, con nugoli di giapponesi che ringraziano chi acquista auto giapponesi e l’invito a mettere alla prova i marchi del gruppo Fiat, sia di grande efficacia, ma soprattutto trovo che lavori su un terreno poco diffuso in Italia, ma di grande valore. ‘Compra italiano e compra Fiat’ è un messaggio su cui invece che ironizzare varrebbe la pena di lavorare. Le grandi economie di mercato ci hanno insegnato che se lo Stato deve minimizzare i propri interventi, i grandi movimenti di opinione possono fare molto per guidare le scelte dei consumatori. Basti pensare al lavoro che ha dovuto fare Nike prima di riconquistare la fiducia dei consumatori per aver sfruttato i sweat shops di alcuni Paesi del terzo mondo. Certo l’esempio dovrebbe venire dall’alto. Quindici anni fa mi capitava di avere qualche saltuaria frequentazione con Jeb Bush. Non ancora governatore, figlio del presidente in carica, era un real estate developer. Ricordo un pranzo in cui dopo aver ritirato al mattino una Cadillac Pininfarina si era reso conto che pur essendo una Cadillac aveva alcune componenti italiane. Durante il pranzo chiamò il dealer e decise di restituirla. “Il figlio del presidente non può guidare un auto che non sia interamente made in Usa”, mi disse. Più o meno come Berlusconi e Fini, che vediamo quotidianamente uscire da Palazzo Chigi rispettivamente su un Audi e su una Bmw.  Bene ha fatto il neo presidente della regione Piemonte a comprarsi una Panda 4×4 e a pretendere auto di servizio del gruppo Fiat. Un suggerimento a tutti i leader dell’Unione e della Casa delle libertà  perché facciano lo stesso.

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