Opinioni ““ Oreste Flamminii Minuto. Ma che vi siete messi in testa, di criticare lo Stato?

Dopo quattro lunghi anni di discussioni, che hanno spesso toccato ampi aspetti dell’informazione nel nostro Paese, la commissione Giustizia della Camera ha ‘licenziato’ un testo unificato di riforma delle “norme in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante”. Le dieci iniziative sono state riunite in un testo piuttosto scarno (solo 4 articoli) che contiene, però, alcune importanti innovazioni. Il ‘via libera’ al provvedimento che dovrà  essere votato in aula è stato dato dalla cosiddetta ‘vicenda Jannuzzi’, vicenda che – come è noto – vede il parlamentare agli arresti domiciliari per scontare due vecchie condanne alla pena della reclusione conseguenti a due antiche pronunce per diffamazione a mezzo stampa. Il testo del provvedimento, infatti, dopo aver sostituito la pena della reclusione prevista all’articolo 13 della vecchia legge sulla stampa (da uno a sei anni di reclusione) con la pena della multa da 5mila a 10mila euro, nell’ultimo dei quattro articoli recita infatti testualmente: “Nel caso in cui la condanna a pena detentiva per i reati di cui alla presente legge debba essere ancora eseguita prima dell’entrata in vigore della legge stessa, ovvero, a tale data sia in corso di esecuzione, la pena della reclusione è convertita in pena pecuniaria ai sensi dell’art. 135 del codice penale”. E così, dopo la legge Valpreda e altre leggi che sono state emanate sull’onda di singoli episodi personalissimi, anche la riforma della legge sulla stampa potrà  chiamarsi legge Jannuzzi. Al di là  della causa scatenante, però, nel provvedimento è dato cogliere alcuni aspetti positivi. È stata, ad esempio, abrogata la disposizione che prevedeva in aggiunta al risarcimento del danno la liquidazione di una ‘riparazione pecuniaria’ la cui natura non era mai stata chiaramente definita. à‹ stato posto un ‘tetto’ al danno risarcibile (30mila euro) che, tuttavia, non sembra costituisca una remora a intenti speculativi sempre più presenti in questo genere di processi nei quali la ‘reputazione lesa’ costituisce quasi sempre un pretesto per rimpinguare il portafoglio. E nella liquidazione del danno il giudice dovrà  tener conto della eventuale pubblicazione della smentita o rettifica “se richiesta dalla persona offesa”. È stata tolta la pena detentiva per questo genere di reati (l’attuale legge prevede una pena edittale superiore alla rapina) e la condotta del direttore responsabile è punibile solo se i reati a mezzo stampa sono “conseguenza della violazione dei doveri di vigilanza sul contenuto della pubblicazione”. Alcuni aspetti della nuova normativa, però, destano una notevole preoccupazione. In caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa con attribuzione di fatto determinato è prevista, infatti, “la pena accessoria della interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da un mese a sei mesi”. Atteso l’andazzo, sempre più frequente, di elevare imputazione nei confronti del direttore responsabile per ‘concorso’ (anziché per omesso controllo), in caso di condanna nelle direzioni dei giornali si verificherà  una turnazione frenetica. E questa disposizione, in forte sospetto di illegittimità  costituzionale, metterà  l’informazione nelle mani della magistratura che sarà  arbitra, magari sbagliando in perfetta buona fede, di togliere non solo la penna di mano ai giornalisti, ma di incidere sugli indirizzi politici delle varie testate. Se poi si considera che la vecchia ‘proposta Pisapia’ di riportare la cognizione di questi reati al tribunale collegiale è stata posta nel nulla, la giurisdizione di un solo giudice (monocratico) diventa pericolosissima a causa della sua solitudine decisionale senza il controllo endogeno di un organo collegiale. Ed è pur vero che “l’autore dell’offesa non è punibile se provvede alla pubblicazione di dichiarazioni o rettifiche”, ma è anche vero che queste ultime devono essere pubblicate “senza commento”. Insomma, di fronte a una liberalizzazione di alcuni aspetti della manifestazione del pensiero, si introducono aspetti sconcertanti di ingerenza dell’autorità  giudiziaria sull’effettiva attività  dei giornalisti.
E alla fine della norma di riforma della diffamazione, alla vecchia disposizione che prevedeva un generico aumento di pena per le offese arrecate “a un corpo politico, amministrativo o giudiziario o a una autorità  costituita in collegio”, è stato stabilito che in questi casi “le pene sono aumentate sino al triplo”. Come dire: che vi siete messi in testa? Criticare lo Stato o i suoi rappresentati? State attenti. Molto attenti.

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