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17 dicembre 2008 | 0:00

Servizio di copertina – ‘Corriere della Sera’. Il calvario

Sì, domani si ricomincia. Anzi, il tormentone del Corriere è già  ricominciato: si sono sentite uscire, infatti, dalle stanze di Mediobanca voci alterate.
Io devo fare una confessione ai miei lettori: questo mensile, Prima, si occupa da 32 anni di editoria, e da 32 anni segue le vicende del Corriere come se fossero i battibecchi della nostra portineria. Ebbene, devo confessare che non sono ancora riuscito a capire il perché di tutto questo agitarsi, questo scontro di miliardi, questa mischia di azionisti, queste manovre politiche, queste astuzie diplomatiche, questi contorcimenti manageriali. Ma sai, dice, il Corriere è molto importante. Che scoperta! E c’è bisogno, allora, di fare tutto questo casino? Ma prendiamo esempio dall’ingegnere De Benedetti che per anni e anni ha condotto la danza con la stampa italiana limitandosi a qualche telefonata, prendendo sottobraccio, amichevolmente, un giornalista per qualche decina di metri. Gli è bastato un sorriso, un’allusione. Ma quando ha voluto fare sul serio s’è portato via l’intero gruppo editoriale dell’Espresso e se non ci si metteva di mezzo Berlusconi scippava anche il gruppo della Arnoldo Mondadori.
Invece quando si tratta del Corriere la gente perde la testa.
Per comprare sul mercato un punto percentuale del Corriere ti dissangui, spendi 78 miliardi di vecchie lire per mettere insieme 1,5% di azioni. Lo dici in giro, ma gli altri azionisti del Corriere ti guardano come un pezzente.
Allora sbraiti, ti incazzi, ti indigni, brighi per entrare nel patto di sindacato perché è soltanto là  che le tue azioni contano. Ma quelli ti tengono fuori della porta che all’ingegnere Ligresti a momenti gli fanno venire un infarto, e meno male  che c’ha la clinica Città  di Milano a portata di ricovero. E finalmente ti fanno entrare e ti trovi in mezzo a gente come Corrado Passera di Banca Intesa, dottoroni di Mediobanca e quel cordialone di Tronchetti Provera che ti guardano come se tu fossi una cacca secca. Ma è lì, lì dentro, il potere. Perché anche se non c’è una riunione formale il direttore del Corriere della Sera lo puoi cacciare lo stesso come hanno fatto con Ferruccio de Bortoli; perché è lì  che puoi decidere come spendere i soldi dell’azienda e quali dei manager deve andare avanti o essere buttato fuori come hanno fatto con Claudio Calabi o con Luigi Menghini, capo del personale; è lì che si decide che le pretese dei Burda hanno rotto i coglioni e che la Flammarion francese si può pagare a peso  d’oro, volendo; è lì  che si decide se il nuovo amministratore delegato della Rcs MediaGroup  sarà  Vittorio Colao Meravigliao, se è il caso di continuare a stroncare Berlusconi o è il caso di dire a Stefano Folli: “Ora basta!”. E come la  mettiamo con Prodi e con Rutelli?… E l’affitto della Gazzetta dello Sport da parte della famiglia  Bonacossi per 5 miliardi di lire l’anno va ancora bene così, oppure è il caso di farsi fare uno sconto?
Ecco, queste cose e tante altre ancora si decidono nel patto di sindacato. Basta frequentare quei tre o quattro personaggi che contano. E poi avere la coscienza chiara, cristallina, che due grandi forze si combattono e si alternano al Corriere: quelli che stanno fuori della redazione e quelli che stanno dentro. Da una parte forze politiche, manageriali, azionisti e dall’altra giornalisti. Gli uni hanno in mano i soldi, gli altri l’informazione. Figurati, dice uno spettatore, vincono i giornalisti, a mani basse. Sì, le cose dovrebbero andare così. Perché chi ha maggiore influenza sul Corriere? Raffaele Fiengo o Vittorio Colao? Ovvio.
C’è solo un problema: che se vuoi cambiare schieramento politico, e appoggiare il Cavaliere invece di dargli addosso, non è che puoi chiamare Giavazzi e dirgli: “Uè, tarluc, da domani scrivi che Berlusconi è uno statista e gli altri sono dei nani”. Sì, si può fare in fretta a cambiare idea, ma un minimo di tempo e di grazia ci vuole.
Invece per investire miliardi ci vuole soltanto la firma.

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Nella foto, Vittorio Colao