Fabrizio Rondolino: l’uomo di servizi

Ma cosa spinge un intellettuale come Rondolino, famiglia paterna colta, laurea in Germania, traduttore di Heinrich Bà¶ll e Joseph Roth, autore di Rizzoli ed Einaudi, a occuparsi delle incontenibili rogne dell’immagine di un uomo politico o di una società ? Cerchiamo di capirlo con questa intervista Del torinese ha l’educata freddezza, dell’ex comunista gli è rimasto un vago senso di colpa che spesso trasforma in aggressiva autorappresentazione, dell’ufficio stampa (sui generis) l’ubbidienza cieca e sacrificale al capo (che però può declinare anche in accoltellamento, chiedere a Occhetto) e la volpina abilità  di intortare il suo interlocutore per vendere meglio la merce, del giornalista colto il gusto a vagare senza imbarazzo da Hegel alle gattemosce televisive. Fabrizio Rondolino nel pieno dei suoi quarant’anni, da quando ha lasciato le stanze del potere politico, pare appena un poco più rotondo. Parla sottovoce obbligando chi gli sta di fronte a concentrarsi su di lui, su ogni sillaba che gli esce dalla bocca. Altro espediente, forse perfino involontario, per mettersi al centro dell’attenzione senza darlo a vedere. Dopo avere compilato con scrupolo le cronache parlamentari per L’Unità , dopo aver redatto i verbali che davano conto degli spostamenti del segretario del partito (ebbene sì, al giornale c’era pure uno che faceva il ‘resocontista del segretario’, roba che a raccontarla oggi uno passa per matto); dopo aver tentato (Dio solo sa quanto invano) di rendere digeribile Massimo D’Alema; dopo aver scatenato uno sciocco putiferio pubblicando un romanzo dove il massimo dell’erotismo riguardava un maschio frustrato che si faceva qualche pippa vagheggiando tette e culi; dopo avere acceso le cronache di tutti i quotidiani con l’avventura del ‘Grande Fratello’ di cui ha curato l’ufficio stampa, eccolo sdraiato su un divano del suo attico del quartiere Prati, zona umbertina che sa di commissariato e scuola, studio d’avvocato e negozio di camiciaio.

Una Roma borghese e stracca che lascia scorrere la propria vita come le acque del Tevere, in modo fiacco e poco controllato. Riposa per poco Rondolino. Solo per poco. In effetti lavora come un dannato. Per La Stampa. Per Panorama. Per la Rai (sta preparando una fiction sui soldati italiani nel Kosovo). Ed è pronto al nuovo incarico: comunicare la nuova Telemontecarlo. Ma pensa già  al dopo. “Vorrei occuparmi di biotecnologie e far capire l’utilità  del cibo transgenico”. Torniamo indietro e partiamo da metà , che poi è la metà  decisamente più interessante della sua carrierona. Partiamo da D’Alema. Daniele Scalise – I rapporti tra D’Alema e i giornalisti sono sempre stati tempestosi, ai limiti della guerra aperta. Lui lamentava il fatto che i giornalisti raccontano i retroscena senza capire la scena. Avrà  pure avuto ragione, ma sta di fatto che lui non ha fatto mai nulla per non risultare ruvido e antipatico, uno che maltratta chi gli sta davanti, che non sorride nemmeno se lo paghi. Fabrizio Rondolino – Dopo questi anni di lavoro dall’altra parte penso che D’Alema avesse ragione. Il nostro mestiere è fatto da una massa di superficiali, di incompetenti. Sto parlando del giornalismo politico, che poi è quello che conosco meglio. D. Scalise – Pure la politica non è che brilli di eccellenze professionali. F. Rondolino – Non so a chi si riferisca. Posso però ammettere che D’Alema non conosce la diplomazia con i giornalisti. Eppure io glielo dicevo sempre: a volte basta poco per accattivarteli. In questo lui mostra un vero e proprio fastidio intellettuale e non cerca certo di mascherarlo. Ricordo sempre quello che mi diceva una collega della redazione torinese di Repubblica sulla differenza tra Veltroni e D’Alema: Veltroni è sempre sorridente, ricorda come ti chiami, ti dà  una pacca sulle spalle ma alla fine ti lascia il blocchetto degli appunti vuoto. D’Alema è l’esatto contrario: antipatico, ti volta le spalle quando ti parla, ma alla fine il tuo bloc notes è pieno di contenuti.

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