Editoria

04 febbraio 2009 | 15:05

Apc-Pagine d’attualità / Il genio, la poesia e l’enigma dell’umanità 

Apc-Pagine d’attualità / Il genio, la poesia e l’enigma dell’umanità 

“Friedrich Holderlin” di Wilhelm Waiblinger (Adelphi)

di Leonardo Merlini

Milano, 4 feb. (Apcom) – “Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l’uomo”. In questo verso della sua opera maggiore, “Hyperion”, il poeta tedesco Friedrich Holderlin descrive quel sentimento panico che era una delle caratteristiche distintive del grande romanticismo, ma formula anche una criptica profezia sui rischi di una tale altissima aspirazione, capace nella sua magnificenza di devastare. E la vicenda biografica del poeta, scivolato nella follia e dichiarato incurabile a soli 37 anni, sembra essere una triste conferma del prezzo che “il vivere degli dei” può obbligare l’uomo a pagare.
Su questo mistero in fondo insondabile – il confine tra il genio e la follia, il discrimine tra la grandezza e la perdizione – ha provato a indagare un diciottenne aspirante letterato, Wilhelm Waiblinger, che frequentò Holderlin negli anni Venti del XIX secolo, quando viveva da malato mentale in casa di un falegname a Tubinga. Il frutto di quegli incontri e di quella particolare amicizia è un libro, apparso nel 1831 dopo la prematura morte di Waiblinger, che oggi Adelphi ripropone nella Piccola Biblioteca: “Friedrich Holderlin – Vita, poesia e follia”.

Testimonianza biografica primaria sulla tarda età  di un genio che in molti considerano secondo solo a Goethe nella letteratura romantica tedesca, il libro di Waiblinger, come scrive nella postfazione il curatore Luigi Reitani, racconta “con mirabile drammaticità  l’alterità  di Holderlin, escluso dalla vita e dal linguaggio degli uomini, rinchiuso in un sistema autistico di segni e di cerimoniali che tende ad allontanare ogni interlocutore”. Forse la contemplazione del tutto, il vertice dell’esperienza poetica, ha ridotto il genio in questo stato.
Oppure la follia potrebbe anche essere un’estrema forma di difesa, ultima freccia all’arco dell’ipersensibilità  che rischia di finire schiacciata dal folle peso del mondo. Quello che è certo è che l’ombra della malattia mentale di Holderlin ha rappresentato per molti romantici, e continua a rappresentare per noi oggi, “la tragica ambiguità  della soggettività  moderna – sono ancora parole del curatore -, libera di realizzare se stessa senza alcun limite, ma altrettanto libera di sprofondare nell’abisso della disperazione”.

Nel breve abbozzo biografico di Waiblinger, che finirà  i suoi giorni disperato e ubriaco a soli 26 anni, si percepisce il senso tragico della grandezza, che brilla proprio di quella luce implacabile tipica della classicità  greca a cui tanto Holderlin quanto i romantici furono devoti. “Uno spirito come quello di Holderlin – scrive Waiblinger nei suoi diari – che provenendo dalla celeste innocenza e passando attraverso un terribile smarrimento, ha finito per macchiarsi nel modo più orrendo, è superiore a quei codardi che non hanno mai deviato dai loro tracciati. [...] La sua vita è il grande, terribile enigma dell’umanità ”. E poi una di quelle frasi che a prima vista sembrano non dare conto della profondità  di ciò che rivelano: “Questo spirito eminente ha dovuto soccombere, altrimenti non sarebbe stato così eminente”. Lo spirito di molta letteratura universale, in particolare tedesca, colto in poche semplici parole. Dal “soccombente” di Thomas Bernhard al Gregor Samsa di Kafka, tutti sono dovuti passare dallo stretto tempestoso dove, e anche Leopardi l’ha testimoniato, non si può che affondare. Ma grandiosamente.

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