Editoria

16 marzo 2009 | 12:36

LIBRI: “REPORTER DI GUERRA”, 150 ANNI DI GIORNALISMO AL FRONTE

LIBRI: “REPORTER DI GUERRA”, 150 ANNI DI GIORNALISMO AL FRONTE
(AGI) – Roma, 16 mar. – “Questo libro nasce dal desiderio di difendere le ragioni di un mestiere che trova la propria identita’ nel diritto della testimonianza diretta e consapevole, del contatto ricercato e approfondito con la realta’ che si vuole raccontare”. Con queste parole, Mimmo Candito nella prefazione all’ultima edizione ampiamente aggiornata del suo “I reporter di guerra – Storia di un giornalismo difficile da Hemingway a internet” (Ed. Baldini Castoldi Dalai – pagg. 698, prezzo 20 euro) da poco in libreria spiega il motivo per cui ha deciso di raccontare 150 anni di giornalismo di guerra, ripercorrendo la storia dei corrispondenti al fronte: dal primo, William Russell, inviato del ‘Times’ in Crimea nel 1854, fino ai recenti reportage dall’Afghanistan e dal Medio Oriente; dalle cronache scritte con la penna d’oca all’invio del pezzo tramite videotelefono. Mimmo Candito, inviato speciale, commentatore di politica internazionale, corrispondente di guerra e firma di prestigio della ‘Stampa’, svela anche le glorie e le miserie di un giornalismo di frontiera, i trucchi, le colpe, i drammi di un’armata internazionale di reporter che ha viaggiato da Kabul a Sarajevo, da Caporetto a Beirut, da Iwo Jima a El Alamein, da Saigon alle spiagge della Normandia, da Verdun al Sinai e alla carica dei Seicento. Attraverso 150 anni di storia l’autore racconta un mondo che, come dice ancora lo stesso giornalista con rammarico, non esiste piu’. Un giornalismo dove “le nuove tecnologie, invece che aggiungersi alla testimonianza diretta del giornalista, sono andate sostituendola, creando l’illusione di una documentazione oggettiva, inattaccabile”. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta anche di constatare la fine di un certo modo di fare giornalismo, quello del reporter che va in guerra e che, anche quando si chiama Hemingway o Montanelli o Fallaci o Peter Arnett, non e’ mai un eroe ma solo un uomo che ha paura ma sente fortissimo il dovere di essere testimone diretto e credibile del racconto della realta’. Questo ‘dovere’, dice Candito, “e’ rispettato sempre meno, e nei conflitti i condizionamenti, la disinformazione, l’apparato propagandistico dei comandi centrali, hanno emarginato il ruolo del giornalismo come strumento di conoscenza, imponendo le regole della guerra-spettacolo al vecchio mondo dell’informazione”. Mimmo Candito ricorda infine i colleghi che hanno dato la vita in nome di questo ‘dovere’. Negli ultimi quindici anni sono stati uccisi piu’ di cinquecento reporter: Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello, Miran Hrovatin, Marcello Palmisano sono soltanto alcuni nomi di un elenco senza fine.

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