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26 maggio 2009 | 12:38

Ritratto di Candido Cannavò

Il profilo di Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello Sport scomparso lo scorso 22 febbraio, pubblicato su Primaonline a marzo 2009.

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La lunga corsa di un catanese

Nato a Catania il 20 novembre 1930, Candido Cannavò dopo la maturità  classica si iscrive a medicina, ma al quarto anno decide che stetoscopio e camice bianco non fanno per lui che già  nel ’48, a diciott’anni, ha scritto il primo articolo per La Sicilia. L’argomento è l’atletica leggera, sua grande passione. In materia ha una cultura enciclopedica. Sono gli anni in cui la staffetta giamaicana batte i fino ad allora irraggiungibili sprinter statunitensi. Anche lui è un atleta, ma non uno scattista. Corre i 5mila e i 10mila metri ai campionati nazionali universitari. In un’edizione si classifica secondo. “Allora, gareggiare era una vera e propria avventura”, ricorda. “Eravamo nel dopoguerra e i campionati ogni anno si tenevano a Merano: ci pensate attraversare in treno – spesso in terza classe – tutta la penisola?”.
Comunque, lasciati gli studi, Cannavò si dedica a tempo pieno al giornalismo. Deve anche contribuire all’economia familiare: “Mia madre è rimasta vedova quando avevo 5 anni e ha tirato su da sola tre maschi e tre femmine. Era una sarta incredibile: già  nel ’24 andava ad aggiornarsi a Parigi. La sua sartoria era famosa a   Catania “.
Il primo contratto con La Sicilia arriva nel 1955, anno nel quale la sua firma appare per la prima volta anche sulla Gazzetta dello Sport. “Era maggio e sostituii un corrispondente da   Catania   rimasto implicato in uno scandalo di corruzione sportiva”, racconta. “Allora direttore della Gazzetta era Giuseppe Ambrosini, padreterno del ciclismo, mentre il segretario di redazione era Franco La Ganga, un personaggio straordinario detto ‘il colonnello’ che faceva anche da dimafonista e da direttore amministrativo. Aiutava gli autisti a caricare il giornale. Doveva sentirlo quanto gridava per una nota spese. Era capace di licenziarti quattro volte al giorno”.
Oltre che a lavorare per La Sicilia e a fare il corrispondente per La Gazzetta, scrive per La Stampa e per altre testate. “Mi davo molto da fare, viaggiavo e dovevo mettere insieme i soldi per avere la possibilità  di seguire gli eventi: un giornale come La Sicilia non poteva certo sostenere tutte le spese”, osserva. “Nel 1964 ho seguito anche per La Gazzetta le Olimpiadi di Tokyo. Da allora le ho seguite tutte”.
In quel periodo, Cannavò non si dedica solo allo sport e realizza inchieste sugli aeroporti e sulle strutture sanitarie e psichiatriche siciliane. Suo è il libro bianco ‘Lazzaretti di Sicilia’.
Una sera al Teatro Bellini di   Catania   assiste a un balletto, ‘Espaà±a’, con la coreografia di Luciana Novaro: la prima ballerina, Franca Roberto, diventa sua moglie nel dicembre del 1961. Nascono due figli e una figlia (Alessandro è caporedattore al Corriere della Sera; Marco, dopo avere ballato nei teatri di mezzo mondo, ora dirige una scuola di yoga a Londra, città  dove vive anche Marialisa, pedagogista montessoriana che, attualmente, gestisce alcuni negozi buddisti).
L’arrivo a Milano è dovuto a Gino Palumbo, il giornalista che ha trasformato La Gazzetta dello Sport, allargandone gli orizzonti e raccontando i risvolti umani e sociali legati al mondo dello sport. “Lo conoscevo da anni, fin da quando era al Mattino di Napoli e dirigeva il settimanale Sport Sud”, sottolinea. “Poi Alfio Russo lo chiamò nel 1962 a Milano, al Corriere della Sera. Trasformarono il giornale e fu un successo. Già  allora Palumbo mi propose di trasferirmi qui. Avevo trovato anche una casa in via San Marco: avrei attraversato la strada e mi sarei trovavo direttamente qui dentro. Ma era destino che l’operazione non si facesse”.
Palumbo ci riprova nel 1976 quando arriva alla Gazzetta dopo essere passato dal Corriere d’Informazione. In quell’occasione Cannavò avrebbe dovuto andare alla costituenda redazione romana. E non accetta. “La svolta decisa è del 1980, al mio ritorno da Montevideo dove avevo seguito il Mundialito”, afferma Cannavò. “Palumbo mi propose di venire a Milano come vice direttore. Riunii la famiglia, la moglie e i tre figli, e facemmo una votazione. A   Catania   avevo una casa – di mia proprietà  – che si affacciava sul mare. Mia moglie conduceva una scuola di danza spagnola. Stavamo proprio da Dio. Milano era una scommessa, dovevamo ricominciare tutto da capo. A conti fatti, si può senz’altro dire che l’abbiamo vissuta bene questa esperienza”. La signora Franca diventa responsabile della scuola di danza spagnola della Scala e il marito – che quando parla di lei si illumina – dopo un anno e nove mesi dall’arrivo a Milano è nominato condirettore. “Era il 1° marzo del 1982 e contestualmente alla condirezione l’azienda mi consegnò la lettera con la quale mi comunicava che sarei diventato direttore dal 1° marzo dell’83″.
Oltre al mare, la grande passione di Cannavò è la lettura. “Leggo sempre di notte”, precisa. “Mi piacciono gli autori sudamericani, soprattutto le scrittrici: oltre a Isabel Allende, Marcela Serrano: ‘La casa delle donne tristi’, l’ultimo libro che ho letto, è suo. Naturalmente leggo anche Camilleri, anche se da siciliano devo confessare che non capisco molte parole del suo agrigentino. E poi mi piacciono i libri di uno storico divulgatore come Silvio Bertoldi”. Oltre al teatro e al balletto (“Per ragioni familiari mi considero un esperto”), ama anche il cinema: “Però non sopporto di uscire dalla sala con la sensazione di avere buttato via due ore. È una delle cose che più mi fanno incazzare”.
Cannavò ha lasciato Pietro Calabrese la direzione della Gazzetta il 1° marzo 2002, ma ha continuato a collaborare attivamente per il quotidiano e la Rcs fino alla sua morte, impegnandosi contemporaneamente in iniziative a sostegno dei più deboli (disabili, carcerati, senza tetto), protagonisti dei suoi ultimi libri: ‘Libertà  dietro le sbarre’, (Rizzoli, 2004)   ‘E li chiamano disabili’, (Rizzoli, 2005), ‘Pretacci. Storie di uomini che portano il Vangelo sul marciapiede’, (Rizzoli, 2008).