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17 giugno 2009 | 18:05

Case editrici – Condé nast. Più integrazione tra carta e web

Giampaolo Grandi cambia il modello di gestione di Condé Nast Italia per farla evolvere verso quell’integrazione con il mondo digitale che considera irrinunciabile per la sopravvivenza.
Abituato a inanellare anno dopo anno bilanci in crescita a due cifre (o a una, ma quando quasi tutti i concorrenti sono a incremento zero, come nel 2008), Giampaolo Grandi non ci ha messo molto a decidere che l’unico modo per reagire alla crisi è aggredire il mercato con una gragnuola di novità : nell’organizzazione e nell’organigramma della Condé Nast, nella concezione dei giornali, nel modo di rafforzarli come brand assoluti di riferimento nei loro mercati.
La durezza con cui la casa madre americana ha risposto a una contrazione del mercato pubblicitario senza precedenti negli ultimi sessant’anni (chiusura di testate, compreso l’ambizioso mensile Portfolio dopo due soli anni di vita; licenziamenti e robusti tagli di costi) e la consapevolezza, acutissima negli Stati Uniti, che per la carta stampata si è chiusa un’epoca, inevitabilmente hanno influenza sulle filiali dei diversi Paesi.
E a rendere più duro il confronto con il passato c’è che nei suoi 18 anni alla guida della casa editrice, l’amministratore delegato di Condé Nast Italia si è guadagnato un ruolo particolarmente autorevole all’interno del network internazionale (che ha gestione autonoma dagli Usa) guidato da Jonathan Newhouse, facendo dell’Italia il mercato più redditizio dopo un testa a testa con la Gran Bretagna (il sorpasso è avvenuto nel 2006) e vincendo la scommessa di Vanity Fair, prima edizione settimanale del mitico mensile americano, diventata una case history di successo in Italia e all’estero e considerata dallo stesso Newhouse un simbolo della filosofia editoriale del gruppo.