Borsino dei direttori

19 aprile 2010 | 11:41

da notista politico a vice direttore di ‘Europa’

La politica italiana è una delle sue più grandi passioni. È stata la sua culla, è diventata il suo lavoro. Mario Lavia (accento sulla i, mi raccomando), nato a Roma il 2 maggio 1961, ha mosso i primi passi nel mai troppo rimpianto Partito comunista italiano. Responsabile della cultura nella segreteria nazionale della Federazione giovanile di Botteghe Oscure (segretario era Pietro Folena e tra gli altri compagnucci figuravano Nichi Vendola e Franco Giordano), Lavia si scoccia presto della militanza politica e a metà  dei suoi vent’anni decide di optare per quella giornalistica entrando nella redazione del giornale radio di Area e cominciando a occuparsi di politica interna. Nel 1992 diventa professionista e dà  l’addio ad Area per passare a Italia Radio, emittente di una delle mutazioni dei postcomunisti, il Pds. Resiste due anni e poi, nel 1996, trasmigra a Dire, l’agenzia di stampa (sempre di tendenza postcomunista) che all’epoca si occupava solo di cronaca parlamentare. Ed è lì che Lavia diventa appunto giornalista parlamentare, frequentando giorno e notte i palazzi del potere romano. A Dire ci resta ben nove anni, fino a quando cioè Stefano Menichini lo chiama a Europa dove continua a occuparsi di politica interna e soprattutto di centrosinistra, di cui è riconosciuto essere uno dei massimi esperti.
Gusti: il jazz degli anni Cinquanta e Marcel Proust (ha anche scritto un libro, ‘Marcel Proust e la politica’).
Disgusti: i cinepanettoni.

L’articolo è sul mensile ‘Prima Comunicazione’ n. 405 – aprile 2010