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07 luglio 2010 | 10:14

Fini e la libertà  di stampa: In democrazia non è mai sufficente

Lo speech del presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, il 6 luglio 2010 a Montecitorio in occasione della presentazione della relazione annuale sull’attività  svolta e sui programmi di lavoro dell’Autorità  per le Garanzie nelle Comunicazioni. “Un grande Paese democratico”, dice Fini, “ha bisogno di un’informazione forte, libera ed autorevole e in un grande paese democratico la libertà  di stampa non è mai sufficiente”

- Fini sull’attività  dell’Agcom (doc)

Autorità , Signore e Signori!

L’ultimo rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del Paese ha evidenziato il ruolo sempre più marginale dell’informazione affidata ai giornali e alle riviste tradizionali.

Lo testimonia il fatto che quasi il 40% della popolazione italiana (per la precisione il 39,3%) non legge né giornali, né riviste. Non va meglio sul fronte dei libri. I dati ISTAT certificano che, in Italia, esiste, e purtroppo cresce, un “esercito” di circa venti milioni di non lettori.

A questa amara constatazione, se ne deve aggiungere un’altra: il Rapporto 2009 sullo stato dell’editoria ci dice che oltre il 40% del mercato librario si regge su un’elite di grandi lettori che rappresenta solo il 14 % della popolazione.

Proprio qui, in Parlamento, lo scorso 22 aprile, sono risuonate con forza le parole preoccupate del Presidente della Federazione italiana editori che, presentando il Rapporto “La stampa in Italia 2007-2009″, ha messo in luce gli elementi di criticità  presenti nel settore.

Secondo i dati statistici, nell’ultimo biennio, l’industria editoriale ha conosciuto la crisi più acuta degli ultimi decenni.

Nel settore dei quotidiani, il 2009 ha fatto registrare ulteriori perdite rispetto agli anni passati, sia in termini di fatturati pubblicitari (-16% sul 2008), sia in termini di vendite (-6% sul 2008). Nel settore dei periodici, i dati sono ancora più preoccupanti. Nel complesso, il margine operativo lordo, vale a dire l’indicatore che registra la redditività  delle aziende, è passato da 260 milioni di euro nel 2007, a 16 milioni di euro nel 2009. Un crollo del 94%, che certifica uno stato di crisi strutturale.

Ci sono altri dati su cui riflettere. Si tratta delle abitudini degli italiani. Un quarto degli italiani – è ancora il Rapporto del CENSIS a ricordarcelo – non conosce alternative alla televisione.

E quando si tratta di scegliere per chi votare, gli italiani si informano principalmente attraverso i telegiornali, nella misura del 69%, mentre ai quotidiani si rivolge solo il 25%.

Un grande paese democratico ha bisogno, a mio avviso, di un’informazione forte, libera ed autorevole e in un grande paese democratico la libertà  di stampa non è mai sufficiente.

Ho svolto questa premessa perché i dati che ho citato suggeriscono, a mio avviso, almeno due riflessioni.

La prima è che noi abbiamo ancora bisogno di introdurre nell’ordinamento ulteriori norme che tutelino l’accesso ai mezzi di informazione. La seconda è che, al contrario, non abbiamo bisogno di politiche di tagli drastici all’editoria, ma, semmai, di un accorto lavoro che selezioni gli strumenti più appropriati di sostegno pubblico e bandisca ogni forma di intervento clientelare.

Occorre sconfiggere la “vulgata” secondo cui la carta stampata è il passato dell’informazione. Senza la carta stampata sarebbe “poca cosa” anche l’informazione che viaggia sulla rete.

Al contrario, sarà  proprio dall’interazione virtuosa tra l’informazione a stampa ed internet che potranno derivare i frutti migliori degli anni a venire.

C’è qui, infatti, un interrogativo di fondo cui siamo chiamati a rispondere. Sapranno stampa e web superare i conflitti di oggi? Saprà  la politica coniugare al meglio il diritto di accesso alla rete con il cosiddetto “diritto dei titolari dei contenuti”?

Se troveremo il modo per valorizzare al meglio interattività  e velocità  di accesso, da un lato, e professionalità  e responsabilità  dell’informazione, dall’altro, allora avremo in mano le “chiavi del futuro”.

Il futuro è certamente internet. E’ qui che verremo ad informarci, ad intrattenerci, a richiedere servizi. E’ sulla rete che leggeremo le news o vedremo la tv. Per questo l’accesso ad internet deve configurarsi come la nuova frontiera del servizio universale del terzo millennio.

Questa consapevolezza sta crescendo a tal punto che in alcuni paesi l’accesso ad internet è divenuto diritto di rango costituzionale.

Purtroppo in Italia, siamo ancora indietro, troppo indietro! Solo il 47% della popolazione adulta italiana è utente internet, a fronte del 75% della Germania, del 70% del Regno Unito, del 63% della Francia.

Il Rapporto Assinform-Confindustria 2010, presentato nelle settimane scorse, ci dice, inoltre, che il gap tecnologico italiano, rispetto ai principali competitors, si è ulteriormente allargato nel corso del 2009.

Lo stesso mercato IT (“information technology”) si è contratto, in Italia, di più del mercato mondiale e oggi siamo ultimi nella classifica per quanto concerne l’intensità  di spesa.

Mancano i più volte annunciati investimenti pubblici sulla banda larga, ma soprattutto non emerge ancora, sul tema della rete di nuova generazione, un “Progetto Paese”.

Lo sviluppo delle reti di nuova generazione e le politiche di investimento a sostegno dei relativi progetti costituiscono, d’altra parte, un vincolo programmatico per tutte le economie più avanzate del Continente.

Non a caso, si tratta di un tema che rappresenta un elemento essenziale della cosiddetta Agenda digitale, elaborata dalla Commissione Europea nell’ambito del Piano strategico Europa 2020, per la promozione di una crescita economica rapida, sostenibile ed inclusiva dell’intera area dell’Unione europea.

A tale riguardo, la recente bozza di Raccomandazione, approvata dalla Commissione, indica, molto opportunamente, i principi regolatori di base cui le reti di accesso di nuova generazione dovranno ispirarsi.

Ma c’è un altro passaggio dell’Agenda europea del digitale che riveste un particolare significato per il nostro Paese; la stessa Commissione europea ha, infatti, dichiarato di adoperarsi alla definizione di una politica efficiente in materia di “spettro radio” e, anche in questo campo, l’Italia ha un compito importante da portare a termine.

D’altronde, la svolta digitale televisiva è un’occasione da non perdere per recuperare alcuni decenni di gestione disordinata dell’etere e per pianificare, in modo efficiente, l’uso della risorsa spettrale che rappresenta un bene pubblico di grande importanza, che deve essere opportunamente valorizzato.

Ciò significa, da un lato, garantire a tutti gli operatori esistenti di poter continuare a trasmettere, espandendo anche la propria offerta; dall’altro, salvaguardare spazi adeguati ai nuovi operatori, secondo un modello di effettivo pluralismo e di pari opportunità , al fine di evitare barriere d’ingresso e discriminazioni di sorta.

Le risorse di “spettro radio”, conformemente alle indicazioni delle istituzioni comunitarie, dovrebbero essere, inoltre, assicurate ai servizi di connessione in banda larga, sulla base del modello del cosiddetto “dividendo digitale esterno”.

La svolta digitale – con tutto ciò che ne deriva in termini di nuovi modelli di consumo, nuovi target, nuove modalità  di fruizione dei contenuti – richiede un approccio consapevole in ordine agli obiettivi che devono essere perseguiti: maggiore pluralismo, maggiori opportunità  di scelta, maggiore efficienza allocativa, ma anche scelte coraggiose per evitare ogni inerzia ed ogni tentazione di arroccamento a difesa di antiche rendite di posizione.

E’ quanto dovranno saper fare tutti gli attori istituzionali e non. E quanto mi auguro saprà  fare il Parlamento nell’interesse esclusivo del nostro Paese.

Grazie.