Editoria

31 marzo 2011 | 15:25

‘La diffamazione’ secondo Ferrara. La risposta di Stille

Il Foglio 31 marzo 2011 (.pdf)

La Repubblica 1 aprile 2011 (.pdf)

Da ‘Il Foglio’   del 31 marzo 2011

La diffamazione

Un nevrotico inconsapevolmente parricida che porta il nome del grande Ugo Stille mi diffama in quanto persona invisa al circuito mediatico giudiziario. Questa è la mia cartolina in risposta Vi racconto chi è Alex, e come lui e i suoi compari stanno degradando oltre ogni limite la lotta politica in Italia. Frustrazione, rancore e manipolazioni ad personam sono il brodo in cui fanno cuocere ignoranza e livore.  Per molto tempo ho evitato di raccogliere i giudizi di Alexander Stille, collaboratore di Repubblica, e di polemizzare con lui. Ero amico di suo padre, il compianto Ugo Stille, che avevo conosciuto da ragazzo con mio padre nello studio di Pietro Ingrao presidente della Camera, e che avevo frequentato con piacere per anni nelle case degli amici romani e nel corso dei miei viaggi a New York e nei Berkshires, la campagna del Massachusetts dove aveva un buen retiro con sua moglie Elisabeth. Parlavamo spesso di una comune bella lettura, quella del filosofo ebreo, tedesco e americano Leo Strauss, e del più e del meno della politica nel mondo e in Italia. Misha, questo era il vero nome del magnifico errabondo che era stato tra i liberatori del mio paese, fu un uomo intelligente e di mondo, che sapeva di politica e amava la vita. Non si può dire lo stesso di suo figlio, che al tempo in cui Berlusconi distrusse commercialmente la concorrenza della tv di Mario Formenton (Retequattro, vecchia Mondadori) e la rilevò per una bella sommetta, lavorava per i perdenti di allora (lui direbbe: prendeva lo stipendio da loro) e da quegli anni ha fatto della sua frustrazione un mestiere vendicativo, imputando a Berlusconi la sua sorte ria. Stille senior a un certo punto sostituì Piero Ostellino alla direzione del Corriere della Sera, il giornale per cui lavoravo su raccomandazione di Alberto Ronchey come notista politico (ancora da praticante). Ostellino, che tiene tuttora la testa alta con il coraggio di un liberale non di pezza, era caduto sul lavoro in seguito a una feroce campagna di un altro sublime frustrato dell’establishment italiano, il molto successoso e sussiegoso Eugenio Scalfari, e di un gruppo di lobbisti milanesi che non tardò a riunirsi in un cenacolo intellettuale di prim’ordine, ospite fisso Antonio Di Pietro, negli anni del Terrore giustizialista. Tra di loro un famoso avvocato, Vittorio D’Aiello, il giornalista re della serie B, Enzo Biagi, e un rancoroso ex dipendente degli Agnelli, Giorgio Fattori. Stille direttore era nei pasticci. Ciriaco De Mita, in alleanza con Alessandro Natta, era in forte ripresa in quella seconda metà  degli anni Ottanta caratterizzata dal duello con l’anticomunista e modernizzatore Bettino Craxi, che a me piaceva e che, con Lucio Colletti e altri pochi, consideravo il possibile federatore di una nuova sinistra riformista in Italia. L’establishment corrierista pensava di potergli chiedere bassi servigi. Uno di questi mi riguardava: dovevo essere cacciato via, l’ex comunista denunciato come un infame “convertito” da Claudio Magris doveva andarsene e smettere di scrivere quello che pensava, anzi di scrivere nel Corriere, punto. Misha invece mi propose di andare a Mosca come corrispondente negli anni della perestroika di Gorbaciov. Accettai e ricominciai a praticare il russo della mia infanzia, a lezione con Elka Ibba, fantastica moglie di un fantastico giornalista dell’Unità , presso l’Associazione Italia-Urss. Ma il comitato di redazione del Corriere, una specie di commissione sovietica di controllo sul quotidiano, mi tenne a Roma con la scusa banalmente corporativa che un praticante può fare il notista politico ma non il corrispondente da Mosca, non sta bene. Così, anche per aiutare Misha pressato dai lobbisti, decisi di passare a un contratto ex articolo 2, in un ruolo di collaboratore meno impegnativo, e cominciai la mia prestazione televisiva prima con il telegiornale di Antonio Ghirelli e poi con la Raitre di Angelo Guglielmi. A Misha piaceva la spavalderia con cui dicevo cose scandalose e portavo le mie bretelle rosse, era un sublime giocatore di poker, non un bacchettone da quattro soldi. Mi disse di scrivere una rubrica settimanale proprio con quel titolo, “Bretelle rosse”: assunsi l’inaudito status di titolare di una rubrica che prendeva il nome da un indumento personale esibito in televisione. Feci la mia parte, la rubrica diventò per molti anni, fino al 1996, una piccola oasi garantista nell’Italia del caso Tortora, che si avviava ad essere l’Italia della galera preventiva a scopo di delazione, dei suicidi di Moroni, di Cagliari e di Gardini, l’Italia della chiusura manu giudiziaria dei partiti che avevano firmato la Costituzione di cui i sepolcri imbiancati hanno sempre piena la bocca, infine anche l’Italia di Berlusconi. Anche il figlio di Stille senior l’ho frequentato, con minore piacere psicologico e intellettuale date le sue fissazioni e frustrazioni puritane. Gli ho anche usato la cortesia di presentare uno dei suoi libri, scritti a dozzine per dimostrare che l’Italia di suo padre, quella di Andreotti e di Craxi, era un impasto di mafia e corruzione, tesi molto originale e argomentata con tecniche da bassa forza della subcultura di Repubblica, ma in versione anglofona. Una specie di affetto o di familiarità  me lo ha fatto scambiare per un figlio infelice e nevroticamente parricida a cui dare una mano nei suoi rapporti con l’Italia incarognita che lo usava a mani basse. Sbagliavo. Stille si sta rivelando un tipo ordinario e banale di diffamatore professionale. Ridimensionato a blogger da un giornale che dispone della nobiltà  di un Franco Cordero o di un Francesco Merlo per gli attacchi sontuosamente barocchi a Berlusconi e del banalismo piatto di Saviano e di Alex Stille per quelli meno illustri, Stille junior mi ha dedicato ieri alcune notazioni cialtronesche in un suo viaggetto in Italia di cui ha riferito sul sito, direbbe lui, in cui è pagato dalla famiglia De Benedetti per cercare di sputtanare le persone invise con argomenti da trivio. Questo ridicolo americano a Roma si è fidato di scrivere che, essendo stato creato ministro e portavoce del governo eletto della Repubblica nel 1994, dopo una storica cavalcata antigiustizialista e liberale dell’armata Berlusconi, io non avrei titolo per fare televisione nel servizio pubblico. Roba degna di un Beppe Severgnini e di altri incolti americanisti che non sanno o fingono di non sapere che nel paese di William Safire e di George Stephanopoulos e di molti altri il fatto di aver scritto i discorsi di Richard Nixon (Safire) o di essere stato nello staff della Casa Bianca con Bill Clinton (Stephanopoulos) è considerato servizio pubblico, ed è ironicamente un requisito per risultare interessanti nelle column sul New York Times o nelle trasmissioni televisive di punta dell’informazione politica. Questo junior così poco Stille e così tanto Severgnini (altro frustrato della televisione di cui è inutilmente avido) parla di me con disprezzo come di uno stipendiato della famiglia Berlusconi, mentre io lavoro per dei giornali di tradizione, uno dei quali ho fondato con i miei amici sedici anni fa, e per i loro editori, come tutti i giornalisti italiani fanno, mi guadagno da vivere con il mio lavoro, pago le tasse, ho successo, ma non è colpa mia. Quanto allo stipendio, questo mozzorecchi dovrebbe sapere che è La7 che mi ha fatto ricco, ingaggiandomi (mediatore riluttante il mio amichetto Gad Lerner) con favolosi e giusti contratti, di cui Berlusconi apprese dalle agenzie di stampa, quando diventò terzo polo televisivo ed era posseduta da editori di sinistra (Colaninno, Pellicioli). Dovrebbe anche sapere che ho lasciato Otto e mezzo senza pretendere una lira di buonuscita, improvvisamente, per condurre una campagna di idee contro l’aborto agli inizi del 2008, ho rinunciato a due anni di contratto corrispondenti a 4 milioni di euro, ho finanziato di tasca mia, con l’aiuto di sottoscrittori che ancora ringrazio, una lista che si è gagliardamente battuta alla Camera contro tutti, e contro Berlusconi, raccogliendo la bellezza di 135 mila voti, simbolicamente e tragicamente corrispondenti al numero di aborti che si fanno ogni anno in questo paese. Dovrebbe sapere che sono stato linciato a Bologna e contrastato in modo degradante, con sassi, uova e bombe carta, nel corso dei miei incontri e comizi (può leggere il resoconto sul New York Times dell’epoca, il giornale su cui il junior scriveva pezzi noiosi e pedanti sull’istruzione nella provincia americana, e neanche il blogger ora gli fanno fare). Lo stipendio sarà  un suo problema, non il mio che invitato a collaborare alla Rai ho chiesto meno della metà  di quanto prendeva il lobbista Biagi, e vivevo tranquillo senza tv e con molta musica finché non hanno messo su al Palasharp una indecente crociata neopuritana, portando sul palco un bambino di tredici anni, figlio di un’avvocata del loro padrone, per esprimermi con il loro maleodorante turpiloquio abituale, a recitare la litania dell’odio contro il loro nemico assoluto. E mi sono incazzato, ed eccomi qui. Dice questo junior che faccio campagne pubblicitarie per Berlusconi, invece io ragiono e mi assumo la responsabilità  delle mie idee e delle mie partigianerie a viso aperto, non mi faccio difendere dai ragazzi di Locri e da magistrati alla De Magistris o alla Di Pietro, perché non sono un quattrinaro o un intollerante travestito da liberal, come capita di essere a molti di loro. E per adesso, quanto al nostro amico diffamatore, mi pare che basti. Ma potrei aggiungerne in futuro.

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Da ‘La Repubblica’ del 1° aprile 2011

Quando il giornalismo è in conflitto d’interesse

Giuliano Ferrara mi ha dedicato un lungo e violento attacco personale sulle pagine del suo giornale, Il Foglio, come risposta a due paragrafi in un mio post per il blog di Repubblica. La lunghezza e la ferocia dell’articolo suggeriscono che evidentemente ho toccato un tasto importante. Che cosa ho scritto per giustificare tanto rancore da parte di Ferrara? In un pezzo su una serie di conflitti d’interesse nell’Italia berlusconiana, ho scritto: «Stranamente non desta nessuna meraviglia o indignazione il fatto che Giuliano Ferrara, ex portavoce del primo governo Berlusconi, direttore di un quotidiano della famiglia Berlusconi, cominci una feroce controffensiva pubblicitaria a difesa di Berlusconi, proprio dopo un incontro personale con Berlusconi, e che gli venga dato un programma in prima serata alla Rai. Tra i mille scandali dell’epoca berlusconiana, questo è evidentemente di poco peso. Ma in realtà , il fatto che un ex portavoce di un leader politico, che riceve tuttora uno stipendio dalla famiglia Berlusconi, abbia anche un programma su una delle principali reti pubbliche del Paese è uno scandalo ». Ferrara fa una specie di apologia pro vita sua – il che va benissimo, ha molte doti e ha fatto molte cose di cui essere orgoglioso – parla della sua amicizia con mio padre, genuina e sincera da ambedue le parti, per poi scendere in un attacco molto personale nei miei confronti arrivando perfino a chiamarmi «un figlio parricida ». Qui fa un’ingiustizia a un suo amico, mio padre. La logica bizzarra di Ferrara sarebbe più o meno questa: le mie critiche alla corruzione dei politici degli Anni 80 e alle nefandezze dell’era di Berlusconi rappresentano un attacco contro mio padre – come se mio padre fosse un indagato di Tangentopoli. Sarebbe come se io riducessi l’impegno anticomunista di Ferrara (che credo sincero) in un desiderio suo di uccidere suo padre comunista. Le mie critiche a Ferrara erano puramente professionali: considero un serio conflitto d’interesse per un giornalista avere un programma del servizio pubblico mentre dirige un quotidiano della famiglia Berlusconi. Questo non significa che sia un uomo venduto. Ferrara cita i casi americani di William Safire e George Stefanopolis – ex portavoci di presidenti americani che poi hanno lavorato con successo come giornalisti. Ma omette che sia Safire che Stefanopolis hanno dovuto tagliare qualsiasi rapporto professionale ed economico con la politica attiva quando hanno fatto il passaggio al giornalismo. L’anno scorso, Keith Obermann, conduttore di un programma di informazione politica sulla rete Msnbc, è stato sospeso dal lavoro perché è venuto fuori che ha versato alcuni contributi (del tutto leciti) a campagne elettorali di candidati democratici. Il programma di Obermann era apertamente schierato: lui non aveva ricevuto un centesimo da nessuno, aveva solo dato un po’ di soldi, tutti registrati per legge. Considero, personalmente, questa un’esagerazione. Ma la Nbc ha stabilito che questo rapporto economico abbia in qualche modo compromesso il necessario distacco dei giornalisti nei confronti della politica. Ho sempre apprezzato Giuliano Ferrara e l’ho considerato un amico nonostante avessimo punti di vista politici molto diversi. Mi è sembrato una persona capace di separare scontri politici anche molto accesi da rapporti personali. L’ho invitato a partecipare alla presentazione del mio libro su Berlusconi proprio per stimolare un dibattito civile. Non credo di avere un monopolio della verità  e credo che Ferrara possa avere ragione su alcune questioni o comunque avere molto da contribuire per spingerci verso una visione più sfumata e complessa della realtà . Giuliano Ferrara ed io abbiamo un lungo contenzioso da quando Silvio Berlusconi è entrato in politica. Ho detto fin dall’inizio che il conflitto d’interessi presentato da Berlusconi sarebbe stato un disastro per l’Italia: il miscuglio di interessi massicci privati e poteri pubblici avrebbe impedito a Berlusconi di liberalizzare l’economia e di fare riforme di cui il Paese aveva bisogno. Ho detto che un imprenditore con tanti scheletri nell’armadio avrebbe dovuto paralizzare il sistema giudiziario per difendere i propri interessi. Ho detto che il proprietario delle tre principali reti televisive non avrebbe dovuto controllare il sistema televisivo pubblico e che avrebbe deformato l’informazione in Italia. Ho detto che un tale concentramento di potere nelle mani era un male per la democrazia in Italia e che avrebbe messo in crisi le istituzioni del Paese. Questo punto di vista l’ho ripetuto tante volte in diciassette anni. E capisco che può sembrare a Ferrara «noiosa » e «pedante », questa litania, ma purtroppo tutto quello che è successo credo che abbia dato ragione al mio punto di vista. Ho sempre considerato molto grave l’abitudine di molti giornalisti di prendere un secondo stipendio scrivendo rubriche per Panorama (giornale della famiglia Berlusconi) pur occupandosi di affari nazionali. E credo che la sinistra italiana avrebbe fatto molto bene a fare una legge sul conflitto d’interessi non diretta esclusivamente contro Berlusconi ma anche contro categorie che sono vicine alla sinistra (professori universitari, magistrati, doppi incarichi di sindaci, parlamentari, europarlamentari). Ferrara ha una concezione molto diversa della deontologia professionale. Si è vantato di aver preso soldi dalla Cia come informatore – un fatto che mio padre non avrebbe approvato. E Ferrara non vede nulla di male nella disinvoltura con cui ha assunto una serie di ruoli diversi nell’era berlusconiana – portavoce, ministro, consigliere, direttore di un giornale di famiglia, candidato politico e conduttore di programmi televisivi. Giuliano contrasta il mio «puritanesimo noioso » con il suo neo-machiavellisimo vivace. Ma sbaglia se pensa che io sia un puritano o creda nella purezza di me stesso o di qualcun altro. E proprio perché credo che siamo tutti soggetti alle stesse tentazioni (soldi e potere) sostengo che abbiamo bisogno di regole come quelle del conflitto d’interessi. «Se fossimo degli angeli non avremmo bisogno di un governo », ha scritto James Madison, difendendo la costituzione americana, tutta basata sull’equilibrio dei poteri.

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