Editoria

16 maggio 2011 | 10:00

SALONE LIBRO: PALESTINESE ABULHAWA, RIVOLTE ANCHE SENZA WEB

SALONE LIBRO: PALESTINESE ABULHAWA, RIVOLTE ANCHE SENZA WEB
TORINO

(ANSA) – TORINO, 13 MAG – Internet è stato sicuramente un ottimo strumento ma, le rivolte arabe “sarebbero avvenute anche senza Facebook. Internet ha reso solo tutto più facile”. La scrittrice Susan Abulhawa, nata 43 anni fa da un famiglia palestinese in fuga dopo la Guerra dei Sei giorni, che ha vissuto i primi anni di vita in un orfanotrofio di Gerusalemme per poi trasferirsi adolescente negli Stati Uniti dove vive, parla così delle rivolte nel Nord Africa. Arrivata oggi al Salone del Libro di Torino con il suo romanzo Ogni mattina a Jenin (Rizzoli), una sorta di Cacciatore di aquiloni per la Palestina, dove ha raccontato la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra e a sentirsi senza patria, guarda a quello che sta accadendo nel mondo arabo anche senza dimenticare il pericolo. “Da un lato è molto eccitante, nonostante ogni regione sia diversa dall’altra. E’ bello vedere i giovani prendere in mano il loro destino. Dall’altro lato spaventa quello che sta succedendo in Libia, Bahrein e Siria”. “Ogni arabo della mia generazione è cresciuto con l’idea dell’unità  araba come si vede in poesie e canzoni. Il movimento c’é sempre stato solo che oggi finalmente ribolle in superficie”. E a dimostrazione che Facebook è stato importante ma non fondamentale, la scrittrice racconta che il giorno in cui hanno oscurato Internet in Egitto sono scese in piazza molte più persone e tante non avevano Facebook”. Di Ogni mattina a Jenin dice che “oggi la società  è sempre più frammentata però la gente nel resto del mondo può vedere, proprio grazie alla tecnologia, ciò che accade in Palestina e questo ha portato a una solidarietà  diffusa a livello mondiale che ha spostato le dinamiche e dato vita a un movimento di persone che si attivano”. Nel libro c’é anche una parte autobiografica, quella dedicata all’orfanotrofio, e spunti presi dalla sua vita di donna, ragazze madre, che vive in Usa, a Philadelphia da quando aveva 13 anni. Infine, la sua speranza è che “le persone possano vivere in Palestina con dignità  umana a prescindere dall’appartenenza religiosa. I governi costruiti sulla distinzione religiosa non dovrebbero fiorire”.(ANSA).
CA/IMP S0B QBXB