29 giugno 2011 | 11:46

L’informazione nemica ““ Intervista a Ricardo Kirschbaum, direttore del Clarà­n argentino (Prima n. 402, gennaio 2010)

L’informazione nemica
Non è un bene per la democrazia che i media diventino l’ultimo baluardo, ma i governi vogliono giornalisti impiegati. Lo dice Ricardo Kirschbaum, direttore del Clarà­n, impegnato in un braccio di ferro con il governo argentino.
Il rilancio delle relazioni tra Italia e America del Sud, attraverso una rinnovata strategia di integrazione commerciale, sociale e culturale, è stato al centro della quarta edizione della Conferenza nazionale Italia-America latina e Caraibi, tenutasi all’inizio di dicembre a Milano, promossa tra gli altri dalla Camera di commercio milanese.
Ampio spazio è stato dedicato all’analisi delle nuove opportunità  del sistema produttivo italiano, a partire dalle piccole e medie imprese, nell’area dell’America latina, un mercato diversificato che già  nel 2010 riprenderà  a crescere. E molta importanza è stata data al tema della cooperazione da rafforzare attraverso concreti progetti in campo culturale e accademico, nel settore dello sviluppo sostenibile, nel coordinamento del fenomeno dell’immigrazione.
Particolarmente vivace il workshop sull’informazione, che ha affrontato i grandi problemi di incomprensione tra media italiani e sudamericani, più propensi a perpetuare luoghi comuni che a sviluppare una immagine più aderente all’attualità  di realtà  in completa trasformazione. Uno dei protagonisti del dibattito è stato Ricardo Kirschbaum, direttore del Clarà­n, con una diffusione media di 382mila copie il principale quotidiano argentino e uno dei più importanti in lingua spagnola, che da oltre un anno è protagonista di un duro scontro con l’attuale governo peronista (tendenza centrosinistra) presieduto da Cristina Fernà¡ndez de Kirchner. La testata è edita dal Gruppo Clarà­n – 70,99% diviso tra la moglie del fondatore della testata, Ernestina Herrera de Noble, e alcuni manager storici (Héctor Magnetto, Lucio Pagliaro e José Aranda), 9,11% Goldman Sachs Sa e 19,9% flottante – che controlla e ha partecipazioni in periodici (tra l’altro, Elle Argentina), quotidiani locali, televisioni analogiche (tra cui Canal 13) e via cavo (Todo Noticias e Volver), agenzie di stampa, tipografie, cartiere, società  di Internet provider, di telecomunicazioni, di produzione televisiva e di servizi per il terziario. Nell’intervista che segue Kirschbaum racconta a Prima le ragioni del muro contro muro tra El Clarà­n e il governo argentino, che recentemente, con una legge di riforma del sistema radiotelevisivo avente l’obiettivo ufficiale di garantire un maggiore pluralismo, penalizza fortemente gli interessi del gruppo presieduto da Ernestina Herrera de Noble. “In Argentina è in corso un gran dibattito sul rapporto tra potere e informazione”, esordisce Kirschbaum, da otto anni responsabile del Clarà­n. “È un tema su cui non sono neutrale. E nemmeno potrei esserlo visto il grido di guerra che il governo argentino ha lanciato contro i mezzi d’informazione che non sono schierati dalla sua parte. Comunque, in tutta l’America latina – da Caracas a Buenos Aires, da Quito a Brasilia – c’è una crescente tensione tra potere e media. È bene premettere che in America latina è in corso un processo di consolidamento democratico: tranne poche eccezioni governano persone regolarmente votate dalla popolazione”.
Prima – E in molti importanti Paesi al governo ci sono coalizioni che guardano a sinistra.
Ricardo Kirschbaum – Sì, e non a caso molti intellettuali della sinistra sostengono che i mezzi d’informazione sono diventati i comitati centrali dell’opposizione. È una visione deformata sul ruolo che i media assolvono in una democrazia. I media non sono visti come una forma legale e legittima di espressione di posizioni, magari antagoniste, sono diventati nemici da vincere in una guerra virtuale. Io sono partigiano della discussione democratica e libera e anche dell’autocritica e ritengo che un giornale possa prendere partito. Questo non è un delitto in una società  democratica. Un mezzo d’informazione ha pure diritto a non essere d’accordo, a criticare e ad approfondire. Io credo che i media debbano essere necessariamente critici. Al potere, invece, vai bene se sei d’accordo con le sue decisioni o se sei neutrale. I governi chiedono che i giornalisti facciano propaganda a loro favore, che siano degli impiegati.
Prima – Non è un novità . E non succede solo in America latina, ma anche nelle democrazie europee.
R. Kirschbaum – È vero, inoltre mi sembra che questo fenomeno aumenti quando l’opposizione è debole, sparisce, o non ha un profilo alto. Così, i media diventano l’unico baluardo. Non è un bene per la democrazia e neanche per i media. Il potere li obbliga a mettersi in posizione di scontro e il governo identifica ogni espressione critica come nemica. Quindi, mina la credibilità  del mezzo, lo mette sotto ricatto economico – senza indipendenza economica non c’è indipendenza informativa – si cerca di ridurre la pubblicità . Insomma, si mette il mezzo d’informazione sotto ricatto.
Prima – Per quanto riguarda il caso specifico argentino, quando si è aperto lo scontro con il governo di Cristina Fernà¡ndez de Kirchner? Durante la presidenza del marito eravate stati accusati addirittura di avere stabilito un patto con Néstor Kirchner.
R. Kirschbaum – Raccontare la realtà  argentina non è semplice, spesso all’estero viene caricaturizzata così come accade per le vicende italiane. Comunque, le cose sono cambiate nell’aprile 2008 con lo scontro tra il governo della presidente e gli imprenditori del settore ‘agropecuario’. Un muro contro muro che non faceva bene al Paese e ci siamo schierati per un compromesso. La presidente evidentemente non ha gradito e ci ha attaccato direttamente in un discorso in Plaza de Mayo. Comunque, prima o poi sarebbe successo.
Prima – El Clarà­n si è posto in posizione antiperonista fino dalla sua fondazione, nel 1945. Inoltre, rappresenta interessi economici che non sono proprio in linea con la politica dell’attuale presidenza argentina.
R. Kirschbaum – Se avessimo voluto privilegiare gli interessi degli azionisti saremmo scesi a patti con il governo, ma non lo abbiamo fatto. Ed è iniziata un’escalation di pesanti interventi, direi delle vere e proprie intimidazioni. A settembre, una mattina sono arrivati nella sede dell’editrice 200 ispettori della Finanza dell’amministrazione federale. Guarda caso El Clarà­n era uscito poche ore prima con una notizia scomoda – presunta corruzione – sul direttore dell’Afip, Ricardo Echegaray. Successivamente è stata approvata in Parlamento la legge che riforma le norme sulla radiodiffusione stabilite dalla dittatura militare al potere in Argentina dal 1976 al 1983. Tra l’altro le nuove regole proibiscono a un gruppo editoriale di possedere un canale televisivo in chiaro e uno a pagamento – con una share superiore al 35% – nella stessa provincia e di detenere più di dieci licenze per le frequenze radiofoniche. È una legge che non migliora la democrazia: con il pretesto del pluralismo persegue il progetto politico del controllo della società . Tutto ciò ridisegna a uso e consumo del governo la mappa dei poteri mediatici. Se non verranno accettati i nostri ricorsi (alla vigilia di Natale un giudice ha accolto quelli contro la proibizione della vendita e il trasferimento delle licenze e l’obbligo di cedere entro un anno le licenze in eccesso, ma c’è già  stato controricorso: ndr) il Gruppo Clarà­n dovrà  disfarsi di parte dei suoi media.
Prima – L’opposizione in Parlamento si è mossa, ma a livello di opinione pubblica non c’è stata una grande reazione alla legge.
R. Kirschbaum – Il governo ha una popolarità  molto bassa, ma sembra agire come se non gliene importasse dell’opinione pubblica. Basti dire che ha fatto in sei anni due conferenze stampa. Probabilmente aspetta che la situazione economica migliori per presentarsi nel 2011.
Prima – La crisi economica ha avuto pesanti ripercussioni sul sistema argentino dei media.
R. Kirschbaum – In Argentina la crisi si sente, soprattutto per quanto riguarda la pubblicità : in generale si è scesi del 20-25%. Anche la diffusione dei giornali è in calo di un 7% su base annua. E se anche la pubblicità  dovesse in futuro riprendere, è difficile che il numero delle copie diffuse ritorni ai livelli di prima della crisi. Si sta sviluppando anche da noi il web.
Prima – Voi come reagite?
R. Kirschbaum – Al Clarà­n è in corso un’integrazione tra la redazione dell’edizione tradizionale e quella on line. Un processo che, però, non è lineare. C’è uno scontro di culture, si confrontano due forme di considerare il tempo. I giornalisti della carta stampata hanno una cultura più sviluppata, di approfondimento. Quelli che lavorano per il web hanno una visione più – forse il termine è un po’ forte – superficiale. È anche un problema generazionale tra chi è nato nell’era del web e ha appreso quasi naturalmente il linguaggio digitale e quanti, come me, sono degli ‘immigrati’. L’ideale sarebbe avere una sorta di giornalista ‘bisessuale’. Comunque, stiamo cambiando l’organizzazione interna. Si va verso la multimedialità , molti giornalisti escono con la macchina fotografica o la videocamera. Anche se bisogna risolvere problemi sindacali: può il fotografo girare anche un video, o il giornalista fare le foto? La struttura legale in cui ci si muove è superata e non riflette i mutamenti della professione. Inoltre, il mondo digitale presenta parecchie incognite. Il modello di business, per esempio.
Prima – E il futuro della carta stampata?
R. Kirschbaum – Non credo che l’edizione tradizionale vada a scomparire: è un supporto troppo vincolato con la democrazia e l’élite della società . Il quotidiano di carta continua a essere il solo modello veramente portatile, non ha vincoli di spazio fisico, ha un odore, prevede riti a cui molti non rinunceranno. Insomma, ha un’anima che l’on line e gli altri media non posseggono ancora. In ogni caso bisogna trovare nuove ricette. Un grande problema deriva dal fatto che in America latina la politica ha perso molto interesse. Così i giornali, ancora molto vincolati alla politica, perdono peso specifico. Forse una via d’uscita si può trovare spingendo sull’analisi e sui punti di vista differenti, ma ciò ha anche a che fare con la formazione del giornalista. Inoltre, quanto un giornale deve essere un prodotto di élite e quanto popolare? È un’equazione difficile da risolvere. El Clarà­n cerca di avere un equilibrio.
Prima – Un anno e mezzo fa hanno avuto molta eco in Italia i servizi del Clarà­n su presunte intercettazioni di telefonate tra Silvio Berlusconi e alcune ministre.
R. Kirschbaum – Certamente il pubblico argentino è attratto dalla teatralità  della politica italiana e Berlusconi è un personaggio molto conosciuto come imprenditore, come presidente del Milan e anche per i suoi eccessi. Comunque, noi seguiamo attentamente la politica italiana. Non dimentichiamo che sono oltre 400mila gli argentini con passaporto italiano che votano per il Parlamento italiano. Io sono uno di questi.

Intervista di Carlo Riva