29 giugno 2011 | 14:01

Nel cuore della città  – Intervista a Mario Sechi, direttore del Tempo (Prima n. 403, febbraio 2010)

Nel cuore della città 
Mario Sechi, il nuovo direttore del Tempo, vuole fare un giornale molto romano, legato al territorio, con molta cronaca, commentata, con interventi, dibattiti. “Cronaca che puoi anche interpretare in senso politico”, promette.
Il Tempo? Un’ombra, un fantasma, un ricordo. Quarantaduemila copie vendute sono pochine per capitale e dintorni. Il problema è che il giornale, nonostante i grandi sforzi tipografici e grafici, nonostante alcune buone firme che lo decorano, proprio non c’è verso che si alzi da terra. Ma l’editore Domenico Bonifaci è cocciuto come un mulo e dice che non molla. Si guarda attorno, annusa, telefona, parla con decine di giornalisti e politici, redige una lista e alla fine – depennato il cretino, l’esoso, l’incompetente, depennato il fighetto – si ritrova in mano un nome: Mario Sechi. Bonifaci lo chiama ma lo sventurato non risponde subito sì. E solo alla fine di un pressante corteggiamento decide di cedere. Del resto sa bene che se il colpo riesce, quel posto a Palazzo Wedekind è un’ottima base di lancio per la sua carriera che, statevene tranquilli, non muore certo qui a piazza Colonna – luogo ormai sterilizzato per motivi di sicurezza pubblica per via di Palazzo Chigi e del Parlamento. Chi l’attraversa va di corsa perché le forze di polizia non amano soste inopportune: …via! Andare!
La stanza del direttore è al quarto piano e ha le scansie delle librerie vuote. Alle pareti brillano i ritrattoni colorati di Umberto Pizzi: una Sophia e un Armani vecchi e ridenti, un D’Alema con gli occhi rotondi e sbarrati come quelli di un gatto sorpreso a rubare il formaggio, un Altissimo irriconoscibile, un Mastella che si ingozza con uno spiedino di mozzarella e pomodorino pachino, Pamela Prati generosa come sempre… Sul tavolo, nemmeno un foglio ma due libri: ‘Carte false’ di Giampaolo Pansa e ‘La solitudine del satiro’ di Ennio Flaiano.
Mario Sechi ha compiuto da poco – il 29 gennaio – quarantadue anni. Nato a Orgosolo, ha studiato giornalismo alla Luiss di Roma e ha cominciato a fare il giornalista all’Indipendente nel 1992. Due anni dopo passa al Giornale e in un batter d’occhio è promosso caporedattore prima a Genova e poi a Milano. Dal 1998 al 2001 se ne torna sull’isola natia a dirigere L’Unione Sarda ma poi il richiamo del Giornale lo porta a governare la redazione romana con la direzione di Maurizio Belpietro. Dura sei anni. Sei anni in cui si costruisce un’agenda mica da poco. I politici parlano con lui, lo chiamano, lo consultano, lo ascoltano, lo premono. Nel 2007 Sechi decide di seguire Belpietro a Panorama con la qualifica di vice direttore e di capo della redazione romana. Poi, nell’agosto del 2009 a Libero, sempre come vice direttore. È lui che tiene il giornale in mano, mentre Belpietro si dedica all’immagine: talk show, interviste, convegni, cenacoli e cene. E Sechi, sempre dietro le pagine. Sempre dietro ai giornalisti. Del resto lui lo teorizza: chi guida la macchina di un giornale non può né deve pensare ad altro, giorno e notte, estate e inverno. Ha una cultura vasta e gli interessano non solo le bagatelle di casa nostra ma anche gli scenari internazionali. Collabora con la rivista di destra Ideazione, scrive di geopolitica e di diplomazia per Emporion e sul giornale on line americano Pajamas Media.
Come ogni comunicatore della sua generazione che si rispetti, tiene aggiornato anche un blog (mariosechi.net) dove en passant dice: “Non ho fatto il Sessantotto, ne sono semplicemente figlio: in quell’anno ero impegnato ad aprire i miei occhietti sul mondo”.
Prima – Quando si faceva il suo nome per la direzione del Tempo la sua reazione non è stata entusiasta. Diciamo che ci ha voluto pensare sopra. Perché?
Mario Sechi – Le mie perplessità  erano legate al fatto che dentro Libero avevo una posizione chiave e il mio rapporto con la redazione, l’editore e il direttore era eccellente. Insomma, condizioni climatiche ottime. Senza considerare che quando uno accetta di fare il direttore di un quotidiano, accetta di fare uno dei tre mestieri più rischiosi che ci sono in questo momento.
Prima – Quali sono gli altri due?
M. Sechi – Il direttore di una compagnia aerea e il direttore finanziario di una banca.
Prima – E allora?
M. Sechi – E allora ho voluto valutare i pro e i contro di una scelta del genere. Alla fine ho deciso per Il Tempo a ragion veduta. Alla mia età , a quarantadue anni, dopo aver fatto molto il vice direttore, era giunto il momento di mettersi in pista, di separarsi da Maurizio Belpietro e di fare il direttore che in fondo è quello per cui ho studiato. Sennò finisce per logorarsi senza andare da nessuna parte. E poi l’età  giusta per dirigere un giornale è questa, dai quaranta ai cinquanta. Insomma ci ho pensato un po’ sopra e quando le cose sono andate d’accordo sia nella testa che nella pancia, ho deciso.
Prima – Lei è stato molto legato a Belpietro, insieme eravate un duo mica male.
M. Sechi – Quasi inossidabile.
Prima – Mi piace quel “quasi”. Lei faceva il giornale e lui il direttore brand ma quella situazione alla fine le stava stretta. So che gli Angelucci, pur di tenerselo, le hanno prospettato un futuro d’oro. A proposito degli Angelucci, è vero che si comprano La Gazzetta del Mezzogiorno?
M. Sechi – È vero che ci stanno provando. È un giornale capo zona importante. Spero proprio che ce la facciano. Giampaolo ha una grande passione e per il loro sistema editoriale è una scelta coerente.
Prima – Libero è un giornale un po’ in sofferenza. La presenza molto aggressiva di Feltri al Giornale ha mangiato molto del lettorato classico di Libero.
M. Sechi – C’è un antefatto. Feltri decise di tornare al Giornale e nel suo pensiero c’era l’idea di portarsi dietro i lettori di Libero. Quando successe, si disse che Libero era spacciato. Poi, per una serie di misteri di questa professione, si arrivò a una scelta su cui io spinsi e che era: Maurizio Belpietro e Mario Sechi a Libero perché erano gli unici che in quel momento potessero reggere la diga rappresentata dall’uscita di Feltri. Ha funzionato. È vero che Il Giornale si è portato via qualche copia ma la quota di mercato di Libero, sia dal punto di vista pubblicitario che diffusionale, rimane molto importante. Libero ha uno spazio futuro enorme quando i giochi politici torneranno in discussione.
Prima – E cioè, quando?
M. Sechi – Nel momento in cui il berlusconismo si avvierà  alla fine. O meglio quando Silvio Berlusconi si avvierà  un giorno – speriamo il più tardi possibile, vista l’assenza di ricambi – alla fine della sua parabola politica. Allora per un giornale come Libero ci saranno spazi enormi e possibilità  di conquistare nuovo lettorato. Il valore di una testata come Libero è, soprattutto in prospettiva, molto grande.
Prima – Lo stile di Libero e del Giornale è quello dei loro direttori. Molto aggressivo, roba da mazze da baseball tirate in testa a chi capita a tiro. E uno stile che, almeno nel caso di Feltri, vince. Uno stile che evidentemente seduce una quota di mercato non trascurabile. La mia impressione è che lei abbia poco a che vedere con quel tipo di giornalismo. Ma forse mi sbaglio.
M. Sechi – Conosco sia Feltri che Belpietro per aver lavorato molto con loro. Vittorio è il classico colpo di genio e one man show. Maurizio è un direttore più ‘completo’, notevole organizzatore e grande costruttore di inchieste. In me c’è necessariamente l’influenza di entrambi. Però, a differenza di loro due, mi riconosco un’esperienza romana molto lunga e altamente formativa. Le racconto un aneddoto. Ero in un ristorante milanese con Angelucci e gli stavo dicendo che stavo valutando la possibilità  di venire al Tempo. Lui era contrarissimo. In una pausa della nostra conversazione gli ho detto: “Dottor Angelucci, si guardi attorno, guardi i commensali di questo ristorante”. Lui si gira e li guarda. E io commento: “Questi qui a Roma sopravviverebbero tre minuti”. Lui ha ghignato e mi ha dato ragione. Questo per dire che l’esperienza romana – almeno per quel che ne è venuto a me – è importante perché ti dà  delle nuance e delle chiavi interpretative diverse da quelle che ha un giornalista che ha sempre fatto il giornale con una visione Milanocentrica. E questo bagaglio culturale e politico te lo porti dietro. Nel leggere i fatti della politica e della cronaca individui tutti gli elementi problematici che rendono la notizia più sfaccettata. A mio avviso spesso anche a leggerla meglio rispetto alla visione ambrosiana. Io consiglierei a tutti quelli che vogliono fare il direttore di un giornale di fare un’esperienza come capo della redazione romana. Altrimenti ti manca un pezzo serio della professione che poi è il Palazzo.
Prima – La domanda era più banale ma diretta: lei è un feltrista?
M. Sechi – La risposta è più netta e diretta: no, sono Sechi.
Prima – Il caso Boffo però non l’avrebbe tirato fuori.
M. Sechi – Si sbaglia. Sono io ad averlo pubblicato per primo con un pezzo di Ignazio Ingrao su Panorama. Ma si sa che un settimanale, purtroppo, non ha lo stesso impatto di un quotidiano.
Prima – Sechi, non raccontiamo balle. Ricordo molto bene come l’avete pubblicata voi quella notizia. Peccato che sembrava lavata con Dash.
M. Sechi – Con i toni di un settimanale.
Prima – Eddai!
M. Sechi – Non siamo stati così aggressivi perché non conoscevamo tutta la parte della vicenda. Si sapeva della denuncia e si sapeva del patteggiamento. Ma non si riuscivano a capire i contorni della storia che, a spizzichi e bocconi, sono venuti fuori quando al Giornale è arrivata quella velina taroccata. Lì comincia a emergere la parte nascosta di quella storia. Ma la notizia, caro Scalise, c’era tutta. Chiaramente se la spari su un quotidiano e in quel momento, ecco che la cosa ha un effetto dirompente.
Prima – Lei non l’avrebbe fatto.
M. Sechi – Probabilmente non in quei modi, ma la notizia l’avrei data. Poi avrei cercato di andare un passo in là  e scoprire i giochi (che è poi quello che sta succedendo adesso).
Prima – Era una mela avvelenata?
M. Sechi – Sicuramente era un pezzo di un ingranaggio che si stava muovendo dentro la Chiesa.
Prima – Dal settembre 2001 al 2007, è stato vice direttore e caporedattore del Giornale a Roma. In quegli anni era considerato dalla politica il terminale vero del Giornale.
M. Sechi – Ero quello che leggeva le cose della politica per poi trasformarle in prodotto.
Prima – Qual è il suo modo di interagire con la politica? Cosa la mette a disagio e come risponde al fiato sul collo, agli ammiccamenti, alle pressioni più o meno scoperte, alle telefonate stizzite e alle proposte lubriche? Come funziona?
M. Sechi – Funziona che devi essere più intelligente di loro. E possibilmente più preparato.
Prima – Impresa che poi non mi pare impossibile vista la classe politica attuale.
M. Sechi – E devi essere pronto a dire no. E soprattutto devono riconoscere in te un profilo professionale talmente solido che sanno che se è no, è no. Aggiungo poi che il bravo giornalista politico anticipa le mosse della politica, le vede prima che accadano. Qualcuno dice “le suggerisce” anche se non credo che sia questo il ruolo che ci compete. Ci sono tanti movimenti nel panorama politico che ben letti offrono scenari che neanche i politici vedono. È un lavoro di analisi, di scavo, di letture dei lavori dell’aula, vecchio se ci pensa, un lavoro che però non fa quasi più nessuno. Io sono stato educato a quel tipo di lavoro.
Prima – Chi la conosce dice di lei che è un vecchio giovane direttore.
M. Sechi – Me ne compiaccio.
Prima – Le sue simpatie politiche non sono misteriose.
M. Sechi – Sto nel centrodestra. Sono un liberale senza partito ma non un liberale classico, perché i liberali classici in Italia hanno sempre fallito.
Prima – Il rischio è, ora che governano i suoi amici, di diventare un cortigiano.
M. Sechi – Non credo di essere un cortigiano. Tant’è che i miei percorsi di carriera sono centrifughi rispetto a quelli che sarebbero potuti essere se fossi stato cortigiano.
Prima – Parliamo di Berlusconi. Tutti sappiamo che prima o poi cadrà . Come vede il futuro? Ci dobbiamo aspettare un’altra Piazzale Loreto?
M. Sechi – Sto rileggendo ‘La solitudine del satiro’ di Ennio Flaiano. È una sorta di breviario per uno che vuole capire Roma, il potere e in fondo questo Paese. Quella di Berlusconi, magistratura permettendo, sarà  una fine dolce ma non una happy end. Io non credo che ci sarà  Piazzale Loreto anche se questo che stiamo vivendo è un momento decisivo. Ed è per questo che è interessante fare adesso il direttore di un giornale. Perché è un momento di passaggio. Se Berlusconi viene disarcionato con strumenti che non sono quelli del voto popolare, allora bisogna fare attenzione perché anche quella maggioranza silenziosa potrebbe diventare improvvisamente rumorosa. Aggiungo inoltre – e sono d’accordo con Giampaolo Pansa con il quale facciamo chiacchierate quotidiane – che bisogna stare attenti anche ad alcune minoranze facinorose che danno dei segnali non proprio incoraggianti sotto il profilo dell’incolumità  di tante persone, giornalisti compresi. Molti sono sottoposti a minacce tanto che Belpietro deve girare con la scorta.
Prima – Lei è mai stato comunista?
M. Sechi – Sono stato di sinistra da bambino. A diciott’anni chi non aspira a una società  più giusta? Parte della mia formazione culturale viene da lì. L’analisi del capitalismo fatta da Marx è corretta anche se erano errate le soluzioni. Alcuni testi della Scuola di Francoforte rimangono vivi e forti per non parlare di Antonio Gramsci che viene rivalutato da destra.
Prima – Arriviamo al Tempo. Se nessuno si offende direi che Il Tempo è un quotidiano che non c’è.
M. Sechi – È parzialmente vero.
Prima – Lo dico senza antipatia né tanto meno disprezzo, ma l’impressione è che sulla piazza romana il giornale non abbia voce o che la sua voce sia troppo flebile.
M. Sechi – E infatti, eccoci qua.
Prima – Mi faccia capire come vuole alzare il volume.
M. Sechi – La cosa paradossale di Roma è che non c’è un giornale che puoi identificare come giornale romano. Con tutto il rispetto per Il Messaggero, direi che quello non è un giornale romano. Repubblica è stato un giornale romano e oggi è un giornale d’opinione nazionale con un bacino di riferimento più ampio di Roma, al punto che si è distratto. Il Corriere è il grande quotidiano della borghesia lombarda. E allora? Alla fine delle valutazioni che ho fatto, ho pensato: c’è uno spazio su Roma che non è solo la politica ma è la cronaca! Cronaca che puoi anche interpretare in senso politico. Su questa idea cercherò di costruire un giornale nuovo, molto concentrato sulla capitale e sulle zone di tradizionale diffusione come l’Abruzzo e il Molise. Io penso che i giornali del futuro siano di due tipi: i giornali d’opinione destinati ad avere una diffusione più limitata di quella che hanno oggi (La Repubblica, Il Giornale, Il Fatto, eccetera). Poi i giornali che possono avere identità  e territorio. L’identità  è la tradizione del Tempo che però non basta a garantire la sopravvivenza, anzi, se ci si basa su questo possiamo essere sicuri che vai a spegnerti. Basti vedere il declino delle copie in questi anni. E allora c’è una cosa che finora tutti hanno sottovalutato: il territorio. Il Tempo ha, nonostante tutto, un fortissimo marchio che è dato dal suo passato e un radicamento nel territorio sul quale bisogna lavorare: Roma, il Molise, l’Abruzzo, Latina.
Prima – Quindi molta cronaca.
M. Sechi – Ma molto diversa da come la vediamo oggi. Cronaca commentata, con interventi, dibattiti. Voglio entrare nel cuore della città . Per fare questo occorre ribaltare alcuni concetti. Pensare, per esempio, che aprire su Roma non sia affatto una questione di provincialismo, accusa che viene da quelli che non hanno mai letto il Washington Post le cui notizie nazionali sono una parte piccolissima. Il Washington Post in prima mette una notizia nazionale, una di esteri importante e tutto il resto è Washington D.C., area metropolitana. E quello sarebbe un giornale provinciale? Il Tempo è il giornale della capitale che poi è l’unico laboratorio politico attuale (se si esclude il Nord per quel che riguarda la Lega ma quello è un altro film).
Prima – Okay, ha reso l’idea. Punta sulla cronaca.
M. Sechi – Cronaca e politica fatta bene.
Prima – Che vuol dire politica fatta bene?
M. Sechi – La politica che anticipa la politica. Una lettura originale delle cose del Palazzo, non necessariamente urlata. Ma che cerca di dipingere gli scenari futuri di questo Paese.
Prima – Mi faccia un disegnino perché non capisco.
M. Sechi – Il Pdl che cos’è? Noi non lo sappiamo ancora bene. Sappiamo che è un partito che ha un leader carismatico ma che senza di lui si sarebbe probabilmente già  squagliato. E non per assenza di classe dirigente al suo interno. I quadri medi e medioalti ci sono al suo interno. A differenza del Pd che è già  dissolto perché la generazione di Berlinguer si è autoesclusa dal governo del Paese in questi anni, nel Pdl ci sono elementi validi e molto interessanti. Ma allo stato attuale nessuno è capace di cogliere la leadership, di fare il salto. Mi piacerebbe aprire un dibattito su questo. Gianni Alemanno, per esempio, è un nome promettente ed è il sindaco della capitale. Chi meglio del Tempo lo può raccontare? Alemanno è uno di quelli che possono fare il salto. Ha il palcoscenico, ha le chiavi culturali, è giovane. È, a differenza di Fini, più legato alla tradizione.
Prima – Farete campagna per Renata Polverini?
M. Sechi – Sì, è nel dna del Tempo e sarebbe sbagliato non farla. Questo non vuol dire tacere i suoi errori. Per esempio, l’apertura sulle coppie di fatto, non credo sia una cosa azzeccata dal punto di vista tattico. La Polverini è stata finora un ottimo fenomeno mediatico. È sicuramente una donna tenace, la politica però è un’altra cosa e questa è la sua prova del fuoco.
Prima – Come vi comporterete con gli avversari, con la sinistra? Randello o fair play?
M. Sechi – Io sono per le posizioni chiare e nette perché non bisogna confondere i lettori. Io sarò netto. Il giornale sarà  netto. Naturalmente Emma Bonino potrà  rispondere e argomentare. E se avrà  buone posizioni, lo raccoglieremo. Resta però un problema enorme: la Bonino è un candidato che si è autoimposto al Pd che doveva essere un partito di profilo moderato e riformista. Non è solo anticlericale, è un po’ di più: in molte sue posizioni è anche anticattolica. E qui avremo la prova del nove su quanto pesa la Chiesa nel Lazio, nella roccaforte del Papa. Per un giornale di tradizione e conservatore come Il Tempo, la Bonino è certamente – uso il suo termine – un avversario. Ma un avversario da raccontare bene.
Prima – Conta di movimentare la struttura del giornale?
M. Sechi – Certo. In funzione delle reali esigenze che avrò e in base al prodotto che farò. Se voglio potenziare Roma dovrò far crescere la cronaca cittadina. Roma deve avere più strumenti.
Prima – Più giornalisti?
M. Sechi – Sì.
Prima – Perché quelli che ha trovato non le bastano?
M. Sechi – C’è un problema di efficienza. In tutti i posti dove sono stato la prima cosa di cui mi sono preoccupato era capire come fosse organizzata la macchina. Il non fare riunioni costanti porta a una perdita di controllo del prodotto che provoca caos. Io su questo sono molto metodico. Riunione alle undici e mezza la mattina fino all’una. Poi un check alle tre e mezza, aggiornamento, altra riunione alle sei e mezza, prima pagina, check degli argomenti. I bozzoni passeranno in questa stanza e mi rititolerò le pagine. Nei giornali l’organizzazione è cruciale e gli organici devono essere correlati al modello organizzativo.
Prima – Ho capito: vuole il giornale in mano dall’inizio alla fine.
M. Sechi – Per me è l’unico modo per condurre un giornale.
Prima – Cosa le piace leggere?
M. Sechi – Leggo di tutto. Mi piace molto la letteratura inglese e americana che voglio leggere sempre in originale. Adoro Cormac McCarthy e un giallista americano conosciuto poco da noi, Nelson DeMille. Leggo Pansa perché per me è un grande maestro.
Prima – È vero che è lei ad averlo portato a Libero?
M. Sechi – È vero. Lo volevo a Panorama ma lui non venne perché non voleva lavorare per Berlusconi. Quando andammo a Libero decise di scrivere per noi. Mi diceva sempre: “Con te mi sento tranquillo”. Tra l’altro è stato lui uno di quelli che mi hanno consigliato di venire qui.
Prima – I suoi amici?
M. Sechi – Ho un bel rapporto con un grande del giornalismo italiano che è Roberto Martinelli. Fu lui che mi iniziò alla giudiziaria. Sono anche amico di Francesco Verderami e di Pietrangelo Buttafuoco.
Prima – Lei è uno che frequenta molto?
M. Sechi – I salotti mi incuriosiscono ma purtroppo ho poco tempo perché sono legato alla macchina del giornale mani e piedi. Come fai a non essere incuriosito dalle foto del nostro Umberto Pizzi? Tra l’altro lui sarà  molto valorizzato. È il più grande paparazzo d’Italia.

Intervista di Daniele Scalise