29 giugno 2011 | 14:38

Educazione bresciana – Ritratto di Enrico Greco, ad della Scuola (Prima n. 403, febbraio 2010)

Educazione bresciana
Dalla Mondadori Education alla casa editrice bresciana La Scuola, bastione culturale di una città  che fino a qualche tempo fa era chiamata la ‘mistica’ per i seminari vescovili, i collegi dei gesuiti,i monasteri, le scuole confessionali da cui poi uscivano le élite che avrebbero guidato banche, case editrici, giornali locali.
Enrico Greco, 56 anni, torinese, dal 1° febbraio è il nuovo amministratore delegato della Scuola e arriva in città  con la fama di risanatore e con un’esperienza di lungo corso nei quotidiani (Stampa, Repubblica, Corriere della Sera) e nell’editoria scolastica (prima alla Sei e poi, dal 2004 fino allo scorso gennaio, alla Mondadori Education). Di lui dicono che dietro il sorriso di uomo mite si nasconda un manager abituato a ottenere in un modo o nell’altro – ma meglio con il modo soft – quello che serve: capacità  e qualità  affinate in lunghi anni di incontri-scontri con il Cdr di Repubblica, quando lui era direttore del personale a Piazza Indipendenza a Roma, e in interminabili baruffe con Raffaele Fiengo e il Cdr del Corriere della Sera, quando lui era direttore generale alla Rcs Quotidiani.
È un manager duro, ma con gli insegnamenti di don Bosco bene in testa, visto che Greco le scuole le ha fatte dai salesiani a Torino, a partire dalla quarta elementare e fino alla maturità  classica. Così, quando trent’anni dopo i salesiani lo chiamano alla Sei per rimettere in linea di galleggiamento una barca che faceva acqua, lui fa una ristrutturazione e taglia i dipendenti da 185 a 100. “Ma sono orgoglioso”, diceva in una intervista a Prima, “che non ci sia stato un solo licenziamento. Molte le dimissioni incentivate e, visto che la Sei pubblica anche dei periodici, per fortuna è stato possibile prepensionare 45 lavoratori ricorrendo alla legge 416 sull’editoria”.
E alla Scuola com’è la situazione? Non buona. La sua quota di mercato nella scolastica è scesa intorno al 3-4%, il fatturato gira poco sopra i 20 milioni annui, la struttura è a dir poco ‘pesante’, con circa 250 dipendenti. A livello locale il gruppo non figura neppure tra le prime 500 società  bresciane, quelle con un fatturato superiore ai 22 milioni di euro. Eppure, dal secondo dopoguerra e almeno fino all’inizio degli anni Novanta, La Scuola era tra le principali editrici italiane di scolastica, poi via via scalzata dagli editori che sono cresciuti a forza di acquisizioni e concentrazione dei marchi. Oggi il mercato della scolastica lo fanno Mondadori Education (che controlla 14 marchi), Rizzoli, De Agostini, Pearson Paravia Bruno Mondadori e Zanichelli. La parola d’ordine, quindi, per Greco, è ‘rilancio’. Agendo su due fronti. Quello interno della struttura e quello esterno del mercato.
La casa editrice è stata fondata, nel 1904, tra gli altri, da Giorgio Montini, padre del futuro Papa Paolo VI, e da Luigi Bazoli, uno dei fondatori del Partito popolare nel 1919, nonno di Giovanni Bazoli (presidente di Intesa Sanpaolo e tra i consiglieri di Rcs MediaGroup), protagonisti dello spirito caritatevole e di un cattolicesimo liberale e sociale, categorie in cui a Brescia si è sviluppato da sempre il potere economico e finanziario.
Tra i fondatori-artefici della Scuola figura anche l’avvocato Giuseppe Tovini, mistico e pratico padre di 12 figli proclamato beato nel 1998 da Papa Paolo Giovanni II, che tra i tanti meriti ha avuto anche quello di avere fondato un po’ di banche, dal Banco Ambrosiano al Banco San Paolo, fino alla Banca della Valle Camonica. Oggi è la fondazione che porta il suo nome, diretta emanazione della Curia bresciana, l’azionista principale del Giornale di Brescia, il quotidiano portabandiera della città  e del suo establishment.
La Fondazione Tovini è presieduta dal notaio Giuseppe Camadini, originario della Val Camonica (vita riservatissima, quasi monacale, e buon amico di un altro camuno eccellente, il cardinale Gian Battista Re, attuale prefetto della Congregazione dei vescovi) che è presidente dell’Opera per l’educazione cristiana che controlla la casa editrice, e che insieme a Luciano Silveri, presidente di La Scuola, ha fatto il ‘colloquio d’assunzione’ e dato il via libera alla nomina di Greco.
Camadini, tra le altre cose, è presidente dell’Istituto Paolo VI ed è stato amministratore della Banca Lombarda e presidente della Cattolica Assicurazioni di Verona; con l’Opera per l’educazione cristiana è azionista con il 4,68% di Mittel di cui è presidente il suo amico Giovanni Bazoli.
È questo l’ambiente in cui si muoverà  Greco – che è anche vice presidente del gruppo di editori di scolastica dell’Associazione italiana editori, oltre che docente di gestione dell’impresa editoriale presso il master di giornalismo all’università  Iulm a Milano – con l’unico obiettivo di rilanciare La Scuola. Che oggi è praticamente l’unica casa editrice rimasta in Italia a occuparsi di scuola a 360 gradi, con sei filiali (Bari, Napoli, Pescara, Roma, Padova, Milano), 8 librerie proprie, un centinaio di punti di distribuzione e agenzie e concessionarie sul territorio nazionale. Tradizionale anche la struttura interna, con una redazione di 40 persone, gli uffici commerciali (oltre 20 addetti), l’agenzia di formazione (6), l’ufficio pubblicità  (9), gli uffici tecnici (15), l’ufficio stampa (2) e, per non farsi mancare proprio niente, anche un reparto tipografico recentemente potenziato con una nuova macchina da stampa.
Il gruppo controlla altri sei piccoli marchi editoriali (Morcelliana, Studium, Trinity Whitebridge, Alice, Nicola Milano, Cappelli), è attivo nei corsi di aggiornamento e nei convegni di studio per insegnanti e dirigenti scolastici e offre una vasta offerta (oltre 4mila titoli) di attrezzature tecnico scientifiche e di sussidi didattici per ogni tipo di scuola. Infine, un po’ come la Sei, edita dieci riviste, tutte diffuse nella scuola (Scuola italiana moderna, Scuola materna, Il Passatempo, Scuola e didattica, Nuova secondaria, Professionalità , Didattica delle scienze, Dirigenti scuola, La famiglia, Pedagogia e vita).
La Scuola è quindi caratterizzata da una forte impronta di custodia della memoria e di fedeltà  alle origini. Ma oggi è costretta a fare i conti con un mondo editoriale che soprattutto negli ultimi anni è cambiato a ritmi tumultuosi. Trasformazioni, d’altra parte, che hanno colpito anche il tessuto produttivo, finanziario e politico della stessa città  di Brescia. Morta la finanza laica (con la fusione per incorporazione del Credito agrario bresciano nella Banca San Paolo), scomparse le grandi famiglie imprenditoriali liberali – con Lucchini che ha venduto ai russi, Nocivelli agli israeliani, e i Beretta che guardano più al mercato americano che a Brescia – è successo che al Giornale di Brescia è toccato occuparsi del concittadino Emilio Gnutti, salito nell’olimpo degli dei con l’opa su Telecom Italia e finito negli inferi insieme ai ‘furbetti del quartierino’ per le vicende Unipol e Antoveneta. “Gnutti è stato uno che in pochi anni si è messo allo stesso livello di chi in questa città  comanda da sempre”, dicono di lui. Un’enormità  per chi è abituato a misurare il passare del tempo con un calendario tutto suo. Di chi per trent’anni, per dire, fino al 1975, si è identificato nello stesso sindaco (Bruno Boni, sinistra Dc, chiamato affettuosamente ‘Ciro l’asfaltatore’, ritiratosi a 75 anni senza essersi arricchito); o di chi per 25 anni, giorno dopo giorno, ha acquistato in edicola il Giornale di Brescia diretto sempre dallo stesso direttore (Gian Battista Lanzani, cattolico liberale, che ha lasciato nel 2004 a Giacomo Scanzi, milanese, allievo dello storico cattolico Giorgio Rumi).
Oggi le cose sono cambiate. E anche un po’ incattivite. Dai tempi romantici di ‘Ciro l’asfaltatore’, ma anche da quelli un po’ crepuscolari di Mino Martinazzoli, sindaco negli anni 1994-1999, si è passati al gioco duro. Durissimo. Tanto che Brixia Sviluppo, una controllata del Comune di Brescia a guida Pdl, ha appena gestito un’operazione che ha portato all’acquisto di un terreno nel Comune di Guidizzolo, provincia di Mantova, 45 chilometri da Brescia, sul quale trasferire 120 nomadi Sinti che stavano a Brescia ma che evidentemente lì non erano graditi.
Le cose cambiano in politica, e non solo. I poteri forti bresciani oggi sono costretti a cercare fuori dai confini della città  qualcuno in grado di tenere la barra dritta nelle loro società  editoriali e di comunicazione. Si è cominciato con il quotidiano, affidato al milanese Scanzi, e si è finiti con la casa editrice affidata al torinese Greco. “Questo è un mondo ancora potente ma sempre più scarso di uomini”, dice Alessandro Cheula, giornalista del Giornale di Brescia e profondo conoscitore della città . “Qui, insieme a tante altre cose, si è andata perdendo la funzione dell’educare e del formare, magari premiando l’obbedienza sull’intelligenza, con il risultato che proprio nella patria dell’avvocato Tovini, grande educatore, grande ispiratore di novità  nel campo della scuola, della stampa e del credito, ora dobbiamo importare professionalità  da fuori, e proprio nel campo della stampa e della comunicazione”.

Ritratto di Giuseppe Lisbona