30 giugno 2011 | 11:27

L’investigatore del Papa – Ritratto di Luis Francisco Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la dottrina della fede (Prima n. 405, aprile 2010)

L’investigatore del Papa
Benedetto XVI, sconvolto dallo scandalo pedofilia, ha dato carta bianca al gesuita spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer per indagare e interrogare chiunque, cardinali compresi, e imporre a tutti gli episcopati sparsi per il mondo l’immediata rimozione dall’incarico dei preti accusati di abusi qualunque sia il loro rango, con denuncia obbligatoria alla magistratura ordinaria non appena le indagini condotte all’interno degli apparati ecclesiali avranno acquisito elementi e testimonianze. E altro ancora.
“Da questo momento lei ha carta bianca e dei suoi atti risponderà  soltanto a me”.
“Ma Santità , come posso contrastare i poteri giurisdizionali che anche su questa materia hanno gli episcopati?”.
“Non dimentichi mai che il Papa è fonte di diritto e che ogni sua decisione diventa legge per la Chiesa”.
Questo dialogo si svolge nello studio privato di Benedetto XVI. Di fronte a lui, mentre fuori dei palazzi vaticani continua – e pare inarrestabile – la bufera mediatica sui casi di pedofilia che ormai spuntano come funghi in ogni parte della Chiesa, siede un gesuita spagnolo di 66 anni dal fisico asciutto e dagli occhi di ghiaccio. Si chiama Luis Francisco Ladaria Ferrer e, nonostante sia da due anni il potente segretario della Congregazione per la dottrina della fede, che è come dire Sant’Uffizio, è anche, per chi segue le cronache vaticane, un perfetto sconosciuto, dato che quasi mai compare in pubblico o concede interviste. Eppure Ladaria ha un curriculum di tutto rispetto.
Fatti i suoi studi a Madrid, poco più che trentenne diventa uno dei volti nuovi della Pontificia università  gregoriana tanto da divenire presto, grazie ai suoi ben strutturati studi di teologia, anche l’allievo prediletto proprio di Ratzinger, allora capo del Sant’Uffizio. E siccome tra i due c’è sintonia, è facile, in questo incontro per nulla occasionale, saltare i convenevoli.
Il pontefice non è solo addolorato ma anche decisamente infastidito di vedere cardinali e cà´té di vescovi che, o perché hanno qualche scheletro nell’armadio o perché non sanno fare il loro mestiere, subiscono quasi senza reagire l’onta di una Chiesa presa a randellate dai media e da altri poteri forti come non accadeva da almeno cent’anni. E poi è ora di smetterla, dice il Papa, con questa storia della governance che assegnerebbe a ogni episcopato il potere di darsi proprie regole di comportamento anche su problemi così gravi e scottanti come quelli della pedofilia.
Inoltre, è vero che gli apparati vaticani difettano di comunicazione, e su questo anche la segreteria di Stato dovrebbe fare un mea culpa, ma non è più ammissibile – ed è questo un vero cambio di rotta di quello che si riteneva fosse lo stile ratzingheriano – prendere schiaffi e mai restituirli.
E così sul tavolo dell’incontro arriva anche un voluminoso e devastante dossier sui pedofili nella Chiesa che Charles J. Scicluna, un coriaceo maltese, da tempo pubblico ministero del Sant’Uffizio, ha raccolto in due anni di spericolate indagini che gli hanno consentito di portare alla luce, spesso manu militari, cataste di verbali e di documenti che certe gerarchie ecclesiastiche avevano preferito, per timore di scandali e d’altro, tenere fino a quel momento sotto chiave. Non che il Sant’Uffizio, sotto la gestione di Ratzinger, non avesse già  scoperto l’esistenza di molte mele marce, ma chi, stando a Roma, avrebbe potuto immaginare un verminaio di simili proporzioni? E poi perché negare – ma il problema è appena sfiorato – che durante il lungo pontificato di Wojtyla le priorità  della Chiesa erano state altre?
Ratzinger è sempre più accorato nelle sue riflessioni: dov’erano e a cosa pensavano i vescovi della sua terra quando la stampa tedesca ha cominciato ad accusare proprio lui di pedofile connivenze nella diocesi bavarese? Come lascia fortemente scosso il pontefice il fatto che i più potenti media americani insistano perché lui partecipi – se come testimone o come imputato non si sa – alla sfilza di processi intentati da centinaia di vittime in Oregon e nel Kentucky.
Appare insomma chiaro che per il pontefice – e Ladaria Ferrer è lì per prendere nota di tutto – il vaso è ormai colmo tanto che è arrivato il momento della tolleranza zero non solo per chi complotta contro la Chiesa, ma anche contro chi, al suo interno, si sta dimostrando incapace di difenderla: una sfida a tutto campo che fino a qualche tempo fa nessuno immaginava potesse essere nelle corde di un uomo retrivo e compassato come Ratzinger.
E dire che ora Ladaria abbia carta bianca è persino troppo poco. La sua squadra infatti avrà  più o meno la stessa autonomia e gli stessi poteri che ebbe, ai tempi di Tangentopoli, il pool di Milano: nessuna consultazione preventiva con porpore, nunziature e segreteria di Stato, libero accesso a tutti gli archivi, anche a quelli che fino a ora erano stati secretati, possibilità  di procedere direttamente all’interrogatorio di chiunque, cardinali compresi, possa essere in grado di fornire testimonianze ed elementi di prova. Insomma, un vero e proprio remake, ma questa volta con finalità  diverse da quelle che furono della Santa Inquisizione.
Braccio destro di Ladaria sarà  Scicluna, cioè proprio l’inquisitore che, morto Wojtyla, stangò subito per comprovati reati di pedofilia i Legionari di Cristo e il loro immarcescibile capo Marcial Maciel Degollado, e braccio sinistro, per le azioni più delicate da svolgere sotto copertura, Guido Pozzo, segretario di Ecclesia Dei, struttura anch’essa incorporata nella macchina da guerra del Sant’Uffizio.
Dell’intricatissima vicenda americana, dove è probabile che la Chiesa debba ricorrere alla Corte suprema per evitare che il pontefice possa venire convocato dai giudici dell’Oregon, si occuperà  invece Fernando Filoni, sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato e nunzio apostolico assai navigato e con maniglie dappertutto.
Il primo muro che Ladaria dovrà  sfondare o cercare, in qualche modo, di aggirare è quello dei poteri giurisdizionali che, in ogni Paese del globo, le conferenze episcopali si sono costruite a loro misura. Difatti non c’è oggi, nei confronti della pedofilia e per i delitti più gravi, regola che sia eguale all’altra. Mentre, ad esempio, in Francia i vescovi sono obbligati a denunciare sempre questi reati alla magistratura ordinaria, in Italia, almeno fino a oggi (ma è probabile che le cose presto cambino), la decisione di trasmettere gli atti ai tribunali è sempre stata a discrezione dell’episcopato. In Irlanda, invece, di giustizia ordinaria nemmeno se ne parla, perché, con la conflittualità  religiosa che c’è in questo Paese, la cosa migliore è sempre stata quella di non esporsi mai e in nessun caso. Come non è per il Sant’Uffizio accettabile che la Chiesa austriaca – e sarà  presto guerra aperta su questo tra Roma e Vienna – abbia contro ogni prassi deciso di affidare le indagini non alla magistratura ordinaria ma a un team laico guidato per giunta da una donna impegnata politicamente, altro segno, questo, di un sistema ecclesiale che, se non verrà  ricompattato in fretta, può rischiare davvero di sfaldarsi.
Ma ce la farà  questo spagnolo con qualche goccia di sangue napoletano nelle vene – gli antenati erano di Policastro – a mettere un po’ d’ordine in questo ambaradan? “Andrò fino in fondo e parlerò con i fatti, nel senso che chi non si adeguerà  alle linee guida di comportamento ora decise dal Papa non avrà  più vita facile”, ha detto Ladaria ai suoi collaboratori prima di concedersi una breve vacanza a Madrid.
E i diktat che il Sant’Uffizio imporrà  senza eccezioni a tutti gli episcopati sparsi per il mondo saranno pressappoco questi: immediata rimozione dall’incarico dei preti accusati di abusi qualunque sia il loro rango; denuncia obbligatoria alla magistratura ordinaria non appena le indagini condotte all’interno degli apparati ecclesiali avranno acquisito elementi e testimonianze probanti; piena collaborazione con le autorità  civili di ogni Stato, incluso l’accesso – e questa è un’altra novità  per un Vaticano che fino a ora si è sempre valso dell’immunità  diplomatica come schermo per le indagini – a tutti i documenti conservati negli archivi diocesani; abolizione della prescrizione per i reati contro i minori perché, come ha appurato il pm Scicluna nel corso della sua inchiesta, almeno il 35-40% dei processi sono per questo motivo finiti nel nulla; procedure assai più rapide – oggi richiedono tempi infiniti – per la riduzione allo stato laicale di chi si sia reso colpevole di simili reati o in qualche modo connivente con chi li ha compiuti.
Eh sì, pare che stia proprio per cominciare – sempre che questa strategia divenga davvero operativa – una specie di tolleranza zero con teste che saltano e diocesi che cambiano struttura e colore. Del resto, viste le latitudini ormai raggiunte da questo scandalo, non c’era davvero più spazio per mezze misure. E Ladaria Ferrer lo ha capito al volo.

Ritratto di Vittorio Bruno