30 giugno 2011 | 14:49

La qualità  ha un prezzo – Intervista a Francesco Micheli, presidente di Genextra e di MiTo SettembreMusica (Prima n. 407, giugno 2010)

La qualità  ha un prezzo
Fra taglio dei contributi pubblici e qualche sponsor in meno, l’edizione 2010 di MiTo SettembreMusica è stata amputata   di 750mila euro. ‘Manterremo lo stesso i 261 eventi in programma’, dice il presidente Francesco Micheli. ‘I tagli alla cultura sono un autogol. Qualche sforbiciata intelligente ci può stare, ma le risorse vanno aumentate e vanno date a chi merita’.
A settembre sarà  la quarta volta e, come da tradizione, cresce il numero degli spettacoli, delle sedi coinvolte e dei Paesi chiamati a collaborare. MiTo SettembreMusica 2010 offrirà  (dal 3 al 24) sui palcoscenici di Milano e Torino, la bellezza di 261 eventi di musica classica, contemporanea, etnica, jazz e rock. Grandi star, fra gli altri, Maurizio Pollini, Riccardo Chailly, Lorin Maazel, il pianista cinese Lang Lang, jazzisti del calibro di Chick Corea, Billy Cobham e Anouar Brahem. Il Paese ospite quest’anno sarà  la Turchia, che porterà  a Milano e Torino danzatori Dervisci, orchestre e la spettacolare parata dei Giannizzeri. E ci sarà  anche un African Day, dedicato alla musica di Tunisia, Algeria e Nigeria con la partnership dell’Eni (il programma su www.mitosettembremusica.it).
Però, quest’anno, il festival MiTo parte in salita per quanto riguarda i finanziamenti. Qualche sponsor ha ritirato la mano a programma fatto mentre, a loro volta, le amministrazioni comunali hanno sforbiciato i contributi. Più di Torino l’amministrazione milanese. Tant’è che quest’anno mancano all’appello 750mila euro. Promotore e organizzatore dell’evento il finanziere e mecenate culturale Francesco Micheli. Mastino della finanza e straordinario fiutatore di affari – basti per tutte l’intuizione di Fastweb, fondata nel 2000 con Scaglia, e dalla quale si è ritirato carico di soldi dopo tre anni – Micheli è stato presidente del Conservatorio e da amante della musica colta ha coltivato per anni il sogno di un festival a Milano. Nel 2006 è riuscito a portarlo in porto grazie all’appoggio dell’allora assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi e di Letizia Moratti, candidata sindaco, e grazie all’alleanza fondamentale del sindaco di Torino Chiamparino e dell’assessore alla Cultura Alfieri, che hanno deciso di garantire ai milanesi la collaborazione con il loro festival SettembreMusica. Uno spirito di collaborazione che ha permesso un decollo veloce e di grande qualità  di MiTo, riuscendo a dimostrare che si può fare cultura alta e diffusa a prezzi popolari, offrendo alle città  coinvolte uno straordinario trampolino di immagine internazionale.
Prima – Dottor Micheli, hanno tagliato i fondi a MiTo. Che fine farà  il suo festival?
Francesco Micheli – Qualcuno ha dichiarato che Piccolo Teatro e MiTo possono sopravvivere con finanziamenti ridotti. Per MiTo si è chiesto un taglio di un milione di euro. Su questo punto devo essere molto chiaro. La semplice sopravvivenza non ci interessa. Quando si parla di strumenti di cultura di livello elevato, che sono già  diventati una tradizione cittadina, non ha senso ridurre la qualità , diventare un’altra cosa. È come un grande ristorante che per campare riduce la qualità  delle materie prime e sostituisce il grande chef. Cosa resta? Niente. Solo il declino.
Prima – Ci sta annunciando che la prossima sarà  l’ultima edizione del festival MiTo?
F. Micheli – No, abbiamo messo in piedi una macchina culturale straordinaria e lei pensa che possa farla finire così? Il problema è che dopo tre anni di bilancio in pareggio, di gestione virtuosa in pieno rispetto del budget adesso ci ritroviamo sotto di 750mila euro e il festival si deve fare lo stesso.
Prima – Beh, l’edizione in programma a settembre ha in cartellone più eventi e spettacoli delle precedenti. Potevate alleggerire qualcosa e rimanere, comunque, a un buon livello d’offerta.
F. Micheli – Sì, peccato che i tagli siano arrivati quando era già  stato organizzato tutto. Nella programmazione artistica, quando si prendono impegni con i grandi interpreti, si chiudono i contratti con anni di anticipo. E non si può tornare indietro. Noi stiamo già  lavorando all’edizione del 2013 con l’assessore alla Cultura di Milano Finazzer Flory.
Prima – Il Comune di Milano è stato più severo con voi riducendo il suo impegno da 3 milioni a 2 milioni 750mila euro, mentre il Comune di Torino si è limitato a tagliare 100mila euro scendendo a 2 milioni 900mila.
F. Micheli – La crisi morde e ne risentiamo: anche alcuni sponsor privati si sono dileguati. Malgrado i tagli ho mantenuto gli impegni. Guai ai festival che annunciano e poi cancellano! Non c’è niente di peggio per la credibilità  a livello artistico internazionale. La sola sopravvivenza davvero non ci interessa. Vogliamo l’eccellenza. Sarebbe inimmaginabile pensare che festival di grande tradizione e prestigio come quello di Salisburgo o di Lucerna possano essere costretti a vivacchiare. Lo stesso vale per MiTo, che oggi è una delle prime manifestazioni musicali in Europa. Almeno finché me ne occuperò io.
Prima – Con chi ce l’ha, dottor Micheli?
F. Micheli – Con nessuno. Mi piace solo far capire anche ai non addetti ai lavori che cosa siamo e cosa rappresentiamo nel mondo della musica. C’è chi ha tuonato che MiTo è una manifestazione per pochi intimi, elitaria, e che invece bisognerebbe portare la cultura in periferia. Quando MiTo è nato proprio per portare “la musica d’arte”, come la chiama Pollini, fuori dai luoghi delegati e paludati, in mezzo alla gente fino alle più lontane periferie, nelle stazioni dei metro, nelle piazze e, a Torino, persino negli ospedali e nelle carceri.
Prima – La Lega ha chiesto di tagliarvi un milione di fondi per redistribuirlo ad altri. Perché vi sono così nemici?
F. Micheli – Non ho voglia di entrare in dinamiche politiche che non mi appartengono. MiTo è già  ora un’istituzione che redistribuisce in percentuali elevatissime. Più del 10% del budget 2009 è andato a coprire i costi di sedi, alberghi, ristoranti e fornitori milanesi. La redistribuzione c’è stata, altroché! Su 3.400 artisti arrivati da tutto il mondo il 24% erano milanesi ai quali è andato il 27% dei cachet. Il programma, nella sola Milano, ha coinvolto 85 istituzioni culturali in 82 sedi diverse: dalla Scala ai teatri più piccoli, fino all’Abbazia di Chiaravalle. Questo festival non è cosuccia per un pugno di fortunati: l’anno scorso ha avuto 200mila spettatori nelle due città , di cui 115mila a Milano con una copertura del 94% degli spazi disponibili. E fra gli spettatori totali ben il 67% era milanese. Inoltre MiTo raccoglie una straordinaria percentuale di pubblico nuovo, di giovani. Il concerto della Filarmonica della Scala, diretto dal maestro Myung-Whun Chung al Palasharp di Milano, ha visto la partecipazione di 8mila persone, con i biglietti a prezzi popolari di soli 5 euro. Un concerto dal suono perfetto, grazie a una tecnologia straordinaria che ci ha consentito di trasformare uno spazio anonimo in una immensa boà®te sonora, che ha scatenato una storica standing ovation finale. Di questo pubblico sono convinto, anzi sono strasicuro, che non più del 10% fosse mai stato in una sala da concerto. È un’opera di apostolato, altro che un festival elitario!
Prima – Come fa a essere così informato sulle affluenze e sul tipo di persone che viene ai concerti di MiTo?
F. Micheli – Fin dal primo anno il festival è monitorato dal Centro di ricerca Ask dell’università  Bocconi. Una decisione che abbiamo preso per fare una seria rendicontazione ai nostri finanziatori e per capire i riflessi culturali e sociali del nostro lavoro sul territorio.
Prima – Senta Micheli, abbandoniamo per un attimo la difesa del suo festival e parliamo dei tagli alla cultura previsti dalla manovra di Tremonti. Che ne pensa? Si può pretendere che la cultura non venga toccata dalla necessità  di fare sacrifici in un fase come questa?
F. Micheli – I tagli alla cultura sono un autogol soprattutto in un Paese come il nostro che possiede uno dei maggiori bacini culturali del mondo. La cultura è il nostro petrolio. Ma a differenza del petrolio è a prova di futuro e soprattutto non è sostituibile con energie alternative. Se si trascura, se non si coltiva o, peggio, se si lascia morire si fa un danno irreparabile. E per giunta la cultura costa molto poco rispetto ad altre voci di spesa dello Stato. Io non ho nulla in contrario alla razionalizzazione della spesa, anzi sono favorevole a scelte che riguardino efficienza e qualità  degli interventi e delle proposte culturali, cosa di cui c’è sicuramente bisogno. Viviamo in un Paese di sprechi, dove vegetano ancora istituzioni polverose e pressapochiste, che vivono di finanziamenti a pioggia e senza rendicontazione. Chiaro che così non si può andare avanti.
Prima – Oggi il pubblico forse ha anche altre necessità .
F. Micheli – È molto più sfaccettato e sensibile a un rapporto esperienziale con l’evento. Un pubblico insofferente al modello della conventicola.
Prima – Quindi, dottor Micheli, alla fin fine i tagli andrebbero fatti…
F. Micheli – Non tagli indiscriminati, ma migliore allocazione delle risorse. C’è un pezzo del sistema culturale italiano indifendibile.
Prima – Il ministro Bondi dice che la cultura italiana deve imparare a stare in piedi da sola. È d’accordo?
F. Micheli – Non credo che dica proprio così. Perché la cultura in nessun Paese può essere ‘profit’ e dunque necessita obbligatoriamente dell’intervento dello Stato. Ci sono Paesi come la Germania, l’Inghilterra e la Francia che pur non avendo il nostro patrimonio culturale investono molto più di noi. Bondi vuole l’efficienza e già  con la scelta di un manager come Mario Resca, alla direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale, ha indicato un metodo. Qualche sforbiciata intelligente ci può stare. Anzi, è benvenuta. Ma le risorse vanno aumentate. E vanno date a chi merita, aprendo le porte ai giovani.
Prima – Vecchia storia, questa dei giovani fuori dalla porta.
F. Micheli – Un giovane non potrebbe realizzare un festival come MiTo perché è improbabile che disponga della credibilità  finanziaria per garantirlo. Gli artisti vanno pagati la sera stessa del concerto, così come alberghi, ristoranti e fornitori. La quota di finanziamento pubblico per una ragione o per l’altra arriva anche con un anno di ritardo. È il prezzo che si paga a una burocrazia autoreferenziale.
Prima – E secondo lei come si può uscire da questo circolo vizioso?
F. Micheli – Aprendo un circolo virtuoso. Come ci ha spiegato il sociologo Richard Florida il coordinamento tra il mondo dell’industria, delle banche, del management e il mondo della cultura riesce a fare sistema e a creare una ‘creative class’. Dove si sviluppa questa ‘classe creativa’ le città  sono meno depresse, più vivibili, cambiano i connotati. La cultura è fondamentale. Il festival MiTo dimostra che a Milano, e a Torino, c’è molta più intelligenza e curiosità  di quanto si creda. Come spiegare le code di centinaia e centinaia di persone per ascoltare, in una vecchia chiesa, un concerto di musica del Duecento? O la folla per le letture di Dante di Sermonti, o per le letture dei filosofi greci di Giovanni Reale? La gente è molto meglio di quanto si pensa. E investire sulla cultura conviene: all’università  di Pittsburgh, e non solo, si è calcolato anche l’aumento percentuale di produttività  del Paese.
Prima – Senta, ci ha detto che non è disposto a tenere in piedi MiTo solo per sopravvivere, poi, però, nella presentazione dell’edizione di quest’anno ci dice che in occasione dell’Expo 2015 si farà  un festival MiTo lungo sei mesi. Come si tengono insieme queste due cose?
F. Micheli – Con l’ottimismo. Sì, per l’Expo abbiamo proposto un’edizione speciale di MiTo. Una colonna sonora per tutti i sei mesi dell’esposizione universale. Una programmazione di eventi, diciamo molto ‘sexy’, che si aggiungerà  alla consueta edizione di settembre, ovviamente ancora più variegata negli eventi e per gli ospiti invitati. M’immagino anche uno straordinario coinvolgimento da tutto il mondo di grandi compositori, espressione delle culture più diverse che potranno lasciare un segno nel tempo come avvenne con Claude Debussy all’Expo parigina del 1889, quella nel centenario della Rivoluzione francese che ci ha lasciato la Tour Eiffel.

Intervista di Ivan Berni