30 giugno 2011 | 15:41

A Pomigliano non ci ha preso nessuno – Intervista a Susanna Camusso, leader Cgil (Prima n. 408, luglio/agosto 2010)

A Pomigliano non ci ha preso nessuno
In giugno le tute blu hanno riconquistato le prime pagine dei quotidiani e l’apertura dei telegiornali. ‘Tuttavia non
credo che questo porti a una svolta dell’informazione sul lavoro’, dice Susanna Camusso, leader della Cgil, che spiega perché
a fare da protagonista di una vertenza paradigmatica dei temi che riguardano il lavoro, i diritti e lo sviluppo economico è stata ancora una volta, insieme ai metalmeccanici, la Fiat, con il suo piano per trasferire nello stabilimento di Pomigliano d’Arco la produzione della Nuova Panda. Un progetto per cui il gruppo torinese ha dichiarato di voler investire 700 milioni di euro in cambio di efficienza e competitività  produttiva. Ne è uscito un braccio di ferro tra l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne e la Fiom, l’organizzazione sindacale della Cgil contraria a un accordo che, in cambio del posto di lavoro dei 5.200 dipendenti dell’impianto campano, conteneva non solo maggiore flessibilità  per turni e orari, ma anche deroghe sui contratti e sulle norme e leggi che regolamentano malattia, riposi e diritto di sciopero.
E la Fiom non ha partecipato all’intesa, sottoscritta invece da Fim Cisl, Uilm, Fismie e Ugl, contestando il referendum organizzato il 22 per sancire l’accordo. Un voto che si pensava plebiscitario e ha registrato invece un 36% di contrari spiazzando organizzazioni sindacali, politici e commentatori.
Dopo quasi tre settimane di stallo, Marchionne ha deciso di andare avanti con l’accordo separato, inviando a tutti i dipendenti una lettera aperta invitandoli a “non sprecare l’occasione”, ma al di là  del risultato e delle sue conseguenze, il caso Pomigliano ha costretto i media a impegnarsi come non succedeva da tempo su realtà , apparentemente scomparse, e su un tema, il lavoro, elemento fondamentale della vita di ognuno, spesso trattato solo ricorrendo a dati percentuali. “Ne è così convinto?” osserva Susanna Camusso, vice segretario generale vicario della Cgil, candidata a prendere il posto a settembre del leader della Confederazione Guglielmo Epifani. “Alla fine Pomigliano è un episodio come tanti altri”.
Prima – Questa volta però ci hanno dato dentro tutti.
Susanna Camusso – Ogni tanto l’informazione riscopre che gli operai non sono spariti, che il lavoro c’è e che i conflitti sul lavoro sono complicati. In più questa vicenda ha tra i protagonisti Sergio Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat è un personaggio che affascina, basta che dica qualunque cosa e i giornali corrono a scriverlo.
Prima – Prendendo spunto dalla vicenda di Pomigliano c’è stato chi, come Guido Viale sul Manifesto, ha parlato di una possibile alternativa a Marchionne e alla sua politica. E Il Foglio di Giuliano Ferrara gli ha fatto sponda.
S. Camusso – Stiamo parlando di due giornali stimolanti, ma che parlano a dei club e non fanno informazione diffusa.
Prima – Vogliono fare soprattutto opinione.
S. Camusso – Il Foglio più di quel che appaia, Il Manifesto, invece, si sta rinchiudendo sempre più. In ogni caso non mi sembra che l’informazione su Pomigliano sia stata così diversa da quella sullo stabilimento di Melfi. Sì, ogni tanto ci sono queste fiammate in cui il lavoro compare sulle prime pagine dei giornali per, poi, scomparirvi nuovamente. La novità  nel caso di Pomigliano è che si sono dette cose sulla Fiat finora mai sentite.
Prima – E cioè?
S. Camusso – Che la Fiat è sempre più americana, che non è più la sacra famiglia Agnelli, e ha un amministratore delegato. Inoltre, abbiamo riscoperto tutti i teorici della condizione della globalizzazione. Quelli che dicono che non si può più mantenere il nostro modello quando il mondo preme alle porte. Sono riapparsi quanti sostengono che forse non è più necessario per il nostro Paese mantenere un ruolo produttivo. E poi, in questa vicenda c’è stato un effetto governo, che non va sottovalutato. Perché gran parte della ridondanza sul caso è dovuta alle dichiarazioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti e di quello del Welfare Maurizio Sacconi, eccitati ogni volta che vedono possibili divaricazioni all’interno dei lavoratori. Alla fine, la cosa più importante è constatare che a Pomigliano non ci ha preso nessuno. Tutti si erano schierati secondo un cliché, quello diffuso dalla Fiat, dal governo e dalle organizzazioni sindacali firmatarie. Tutti convinti che i lavoratori si sarebbero schierati come un solo uomo a favore dell’accordo. Dopo i risultati del referendum sono caduti nello sconforto.
Prima – Nella Fim Cisl e nella Uilm Uil hanno anche sostenuto che sull’esito del voto ha pesato un eccesso di comunicazione da parte della Fiat.
S. Camusso – Cisl e Uil si domandano come venirne fuori. A questo punto è un problema per tutti capire come farlo. È chiaro che non si può dire che i no siano solo frutto di una lobby minoritaria che ha il solo problema di difendere se stessa. Anche la Fiat, avendola giocata in questo modo, fa fatica a trovare una soluzione. Sarebbe stato davvero difficile pensare a priori un risultato del genere. È la dimostrazione che questo Paese può essere rappresentabile all’interno di altri schemi. La cosa interessante è che chi li ripropone sono soggetti ritenuti non appartenenti ad alcuna cultura, a una sorta di ‘riserva indiana’, insomma degli scomparsi. Nel voto di Pomigliano ci sono tanti elementi. Non ci sono i buoni e i cattivi, quelli che dicono sì o votano no. I luoghi di lavoro sono molto complicati. E quella realtà  ancor di più.
Prima – I giornali si sono sforzati a capirci un po’ di più: il territorio, la camorra…
S. Camusso – Hanno provato a uscire da messaggi banali e hanno anche intravisto un elemento, anche questo scomparso da tempo dalle cronache, che Torino non è uguale a Napoli e che Napoli è differente da Treviso. Le dinamiche dei lavoratori nei diversi territori non sono del tutto eguali. E anche le storie. I media hanno anche scoperto che Pomigliano è una fabbrica giovane. Ho letto molti commenti che ricordavano l’Alfa Sud: a Pomigliano non c’è alcun lavoratore di quell’epoca. L’età  è bassa, ci sono molte donne. La fabbrica è stata riorganizzata due anni fa, quando era già  stata chiesta una prova di efficacia e fiducia.
Prima – Anche il Corriere della Sera con Raffaella Polato si è messo a criticare lo spot televisivo della Fiat.
S. Camusso – D’altra parte l’immagine della pubblicità  di Fabbrica Italia e la durezza con cui la Fiat si è mossa in questa vicenda erano stridenti. Già  i lavoratori l’avevano evidenziato.
Prima – Certo, ma stiamo parlando di un giornale che ha tra i maggiori azionisti proprio la casa automobilistica torinese.
S. Camusso – È vero. È successo un fenomeno che si ripresenta con qualche regolarità . In Italia l’informazione assorbe tutto. A un certo punto però il tappo salta. La Fiat ha esagerato. Lo ha già  fatto. È un’azienda che difficilmente media, quando lo fa soffre molto, e quando vince tende a stravincere. L’azienda ha ottenuto consenso fino a che si parlava di fabbrica efficiente, di utilizzo degli impianti. Il consenso è saltato quando da questo terreno la Fiat – e con lei tutti gli urlatori del nuovo modello – ha invaso altri campi. Nel momento in cui molti hanno iniziato a capire che la partita era un’altra, che non si trattava di operai sfaticati che non volevano fare 18 turni, è iniziata a cambiare anche l’informazione. Pensiamo alla tradizione del Corriere e a come il giornale si è comportato in questa vicenda. Certo, non ha scritto apertamente che la Fiat esagerava… Credo che in questo atteggiamento dei media abbia influito il clima generale, con la mobilitazione sulla legge anti intercettazioni e sui diritti. Nel Paese il tema dei diritti sta riemergendo come elemento che lega tanti altri aspetti – come il meccanismo di presa delle decisioni, il referendum – e, quindi, rende più sensibili vicende come quella di Pomigliano. Al Paese serve condivisione per un futuro positivo. E poi un giorno di luglio la Fiat convoca i sindacati firmatari e i segretari generali di Cisl e Uil e conferma l’accordo. Dice che produrrà  la Panda a Pomigliano. Ma un fatto importante e positivo lo si fa con un nuovo errore, con uno strappo. Non c’è un pensiero positivo, si insiste nella rottura, basta pensare ai licenziamenti a Torino e Melfi: la democrazia fuori dalla fabbrica.
Prima – Anche per la Cgil Pomigliano è stata una bella gatta da pelare, con i metalmeccanici della Fiom nel ruolo di chi continua a dire no agli accordi.
S. Camusso – Pomigliano è stata una partita molto delicata. Si stava costruendo l’idea che senza la firma dell’accordo la Cgil rischiava di apparire come l’organizzazione che buttava via il lavoro e causava la disoccupazione. Si è usciti mettendo in rilevanza il tema dei diritti e senza dubbio ogni equivoco è stato spazzato via dal risultato del voto. Tra l’altro, è incredibile che si sia fatto il referendum, visto che le altre organizzazioni sindacali non vogliono mai votare. Una volta che ci hanno puntato loro non hanno avuto il risultato sperato. Anche in questo caso sono stati riportati in evidenza temi come quello della democrazia e delle decisioni che hanno una rilevanza generale. Per cui, nella vicenda di Pomigliano si sono ottenute delle solidarietà  che in altra epoca non ci sarebbero state. Tuttavia non credo che questo porti a una svolta dell’informazione.
Prima – Perché?
S. Camusso – C’è una deformazione intervenuta da un po’ di tempo nella cultura generale, che essere lavoratori non faccia status, che non sia riconoscibile, che non rappresenti una storia interessante. Noi abbiamo un’informazione poco analitica e molto urlata. Il congresso con due mozioni fa notizia, se fai 10mila accordi di tenuta dell’occupazione nella crisi non se ne accorge nessuno. La parte che nell’informazione fa opinione – commentatori e notisti – ha scommesso troppo sul fatto che fossimo postmoderni, postfordisti, post quant’altro. Ora, dovrebbe ritornare ad accorgersi che c’è una vita materiale. Si è troppo immaginato che tutto sarebbe rientrato nel grande modello del Nordest, quindi del lavoro non visibile, frantumato, per rendersi conto che ci sono gli operai di Pomigliano.
Prima – Proprio oggi i giornali pubblicano i dati dell’Istat per cui un terzo dei giovani under 24 sono senza lavoro.
S. Camusso – Se ne parlerà  un giorno e mezzo. A maggio l’Istat ha detto una cosa molto più tragica: due milioni di ragazzi tra i 15 e i 29 anni non sono a scuola, al lavoro o in cerca di lavoro. Sono desaparecidos in un Paese normale. Ce ne siamo accorti? Del Paese l’informazione non parla. Il modello televisivo è diventato pervasivo su tutti i media.
Prima – La tivù è stata presente a Pomigliano.
S. Camusso – Sì, Sky ha avuto una finestra aperta per tre giorni davanti alla fabbrica e Lucia Annunziata ha intervistato il leader della Fiom davanti a Pomigliano. Però, il tema è stato il referendum, l’evento, non si è ragionato sulla realtà  di quello stabilimento.
Prima – Il lavoro non è considerato argomento televisivo da audience.
S. Camusso – Eppure la Rai anni fa ha fatto fior di servizi ed erano visti. Ora, realizza qualche cosa solo Riccardo Iacona. Non è detto che format sul lavoro non funzionino in termini di ascolto. Certo, il lavoro non fa gossip, non offre grandi liti se non in qualche occasione. Insomma, si parla di ciò che si pensa faccia notizia. Per cui, non si parla di lavoro, anche se l’argomento, secondo molte indagini, è in testa ai pensieri degli italiani. Inoltre, sono ormai pochi quanti sanno parlare di lavoro. Da questo punto di vista, Dario Di Vico del Corriere della Sera è un’eccezione. Ha le sue opinioni, ma ha sempre nella testa che il lavoro è uno degli elementi che muovono la realtà .
Prima – Le ragioni di questo scadimento?
S. Camusso – Dipende molto dalla trasformazione del quadro politico, dal cambiamento del ruolo di alcuni giornali. Insieme alla scomparsa di una sinistra politica e con la sua riarticolazione c’è la scomparsa di alcuni suoi giornali. L’unico giornale nuovo, Il Fatto, il lavoro non sa neanche dove sia. Certo mette in prima pagina i cassaintegrati dell’Asinara che invadono la piazzetta di Porto Rotondo. Suona come un uso strumentale l’essere presente dove c’è l’evento. Non è una regolare attenzione su cosa succede nel lavoro. Insomma, si è perso un punto di analisi e riflessione. La stessa Unità … Sì, continua a pubblicare articoli egregi di Rinaldo Gianola, ma come reportage all’interno di un giornale che riporta la cronaca, ma non è centrato sul lavoro. Non esistono neppure più le riviste di riflessione sindacale da cui si traevano idee. Anche L’Espresso una volta proponeva spunti su questi temi. Credo c’entri molto la velocizzazione dell’informazione. Le notizie si consumano in breve tempo e il lavoro non è un prodotto del genere. Inoltre, quanto l’informazione influenza la politica e quanto la politica influenza l’informazione? Se la politica, il modo di governare, la maniera con cui costruisci un orientamento politico non ha più come riferimento il lavoro, è abbastanza facile che questo si rifletta sul resto, anche sull’informazione. Esauriti i consumatori per esaurimento delle risorse materiali di consumo, forse si ritornerà  a parlare di altro. Del resto in questo Paese non si parla nemmeno più di welfare. Ed è un elemento reale della società , della sua crescita o della sua riduzione. Tutto è stato giocato sul fatto che i canali di crescita e di creazione della ricchezza fossero altri.
Prima – L’informazione non può surrogare la politica.
S. Camusso – Mah. Credo che una parte dei nostri problemi sia dovuta al fatto che una parte dell’informazione si è fatta partito. In tutti e due gli schieramenti. Certo, per quanto riguarda l’opposizione i limiti sono tanti. Ma non può diventare un alibi: non devi raccontare la realtà  perché te la racconta un partito, devi vederla e descriverla tu, perché quello è il tuo compito. Invece, tre quarti dell’informazione è fatta da quanto succede nei corridoi di Montecitorio, non da quanto accade nel Paese. Così anche quando a Montecitorio o a Palazzo Madama servirebbe capire che cosa succede nel Paese, rimangono confinati alla rappresentazione di quanto accade nei due palazzi. Ha ragione Gian Antonio Stella a dire che il Paese è strutturato in caste. C’è una mobilitazione quando ti senti colpito nel tuo status.
Prima – Si riferisce anche alla legge bavaglio?
S. Camusso – Sono ovviamente contro la legge bavaglio e la Cgil si è mobilitata. Ma mi colpisce che i giornali ne parlino solo in chiave di limite all’informazione e non in termini di legalità . Mi balza all’occhio che nessuno vada a Rosarno dopo sei mesi per capire se qualche cosa è cambiato o no. E la legge sulle intercettazioni e Rosarno hanno a che fare. Risulta strano che sia il sindaco dell’Aquila a dover invitare i giornalisti ad andare in città  per verificare la situazione. Nel caso della legge bavaglio, all’Italia intera dovrebbe interessare che non si possano fare le indagini. Che si possano pubblicare delle notizie è una conseguenza. Certo, la libertà  di stampa va sempre difesa. Ma quando toccheranno un giornalista lo sapranno tutti, non sarà  lo stesso per i danni provocati da un’indagine limitata? E l’illegalità  cresce. Mi spaventa che ci siano 60 miliardi di corruzione. Che cosa li alimenta? E i 120 miliardi di evasione fiscale? Sono altrettanti quelli fatturati dalla criminalità  che aumenta nella sua forma organizzata nelle grandi città  del Nord e del Centro. Tornando a Pomigliano, per esempio, si è poco detto che a impedire gli investimenti – anche di imprenditori stranieri – più che i lavoratori che non vogliono rinunciare al diritto di sciopero sia la presenza della camorra.

Intervista di Carlo Riva
Susanna Camusso, vice segretario generale vicario della Cgil, candidata a prendere il posto di Guglielmo Epifani. È nata a Milano, il padre ha lavorato in editoria (Vallardi, Mondadori, Touring, Comunità  Olivetti, poi Fenice 2000). L’asilo e le elementari le fa in una scuola accanto alla Camera del lavoro. Dopo il liceo scientifico si iscrive alla facoltà  di lettere antiche, ma non termina gli studi. Milita nel Movimento studentesco, entra a metà  degli anni Settanta nel sindacato unitario dei metalmeccanici, la Fim. Passa poi alla Cgil, quindi alla Fiom in cui fa tutta la trafila (zona, segreteria comprensoriale nel 1980, poi segreteria regionale e nazionale, a Roma, dove segue il settore auto e la siderurgia). Ritorna in Lombardia come segretario generale del settore agro industria e nel 2001 diventa leader della Cgil regionale. Ancora a Roma nella segreteria nazionale della Confederazione, da poco più di un mese è vice segretario vicario. Ha una figlia, Alice, che si è laureata alla Normale di Pisa in lettere classiche con una tesi su Tolomeo II. Legge molto e se ci riesce va al mare, anche in barca.