30 giugno 2011 | 16:01

Google News, l’amico – Intervista a Krishna Bharat, inventore ed engineering head di Google News (Prima n. 408, luglio/agosto 2010)

Google News, l’amico
L’aggregatore di notizie di Google, finora considerato da molti editori un temibile concorrente, può rivelarsi un partner per sviluppare il business digitale. Lo sostiene il suo inventore, Krishna Bharat.
Molti editori continuano a pensare a Google e in particolare al suo aggregatore di notizie Google News come a un pericoloso concorrente, che sfrutta contenuti pregiati senza dare in cambio nulla o quasi. In questa chiacchierata con Alessandro Araimo, responsabile Media di Value Partners e collaboratore di Prima, Krishna Bharat, inventore ed engineering head di Google News, spiega come il motore di ricerca e i nuovi servizi sviluppati dal gruppo di Mountain View possano aiutare gli editori tradizionali a sviluppare il loro business su Internet. Servizi come Google Chekout, per far pagare i contenuti premium agli utenti, Editor’s Space, uno spazio in cui gli editori possono inserire propri contenuti da valorizzare (un’opportunità  che molte case editrici americane stanno già  sperimentando), FastFlip, un aggregatore di notizie gestito direttamente dai giornali, e altre tecnologie ancora in fase sperimentale che permetteranno, ad esempio, di distribuire i contenuti su varie piattaforme e di generare e indicizzare il traffico anche sulle applicazioni per i device mobili.
Alessandro Araimo – La prima domanda è la più ovvia, come ha creato Google News?
Krishna Bharat – La storia è molto semplice. Sono entrato in Google nel 1999 come ingegnere nell’area search (la ricerca sul web) e dopo poco c’è stato l’11 settembre. Sono sempre stato interessato alle news fin da ragazzo in India e in quei giorni terribili per il mondo, mentre tutti cercavano notizie on line, mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava nel modo in cui gli americani si informavano in Rete. Continuavano a leggere notizie dalle stesse fonti locali, mentre ci si trovava di fronte a un evento di tale portata che richiedeva necessariamente una lettura da diversi punti di vista per potersi dire davvero informati. In secondo luogo mi sono reso conto che a Google non stavamo dando un servizio adeguato ai nostri utenti: non c’era nessun modo semplice e immediato per accedere a tutte le notizie che venivano pubblicate a getto continuo su Intrernet. Mi sono allora detto che si poteva provare a costruire un sistema automatizzato che monitorasse costantemente tutti i siti rilevanti di news al mondo, sfruttando ovviamente anche i link tra di essi, e che desse una struttura a questo ammasso di informazioni, definendo l’importanza relativa di una notizia in base al numero di siti che la riportavano e alla rilevanza che le davano. Così è nato Google News.
A. Araimo – Un’idea sicuramente affascinante. Ma, per arrivare diritti al punto, pensa che gli editori tradizionali possano lavorare con Google piuttosto che considerarlo un pericoloso concorrente?
K. Bharat – Non vedo nessun conflitto tra quello che gli editori tradizionali vogliono e quello che vogliamo noi, anzi abbiamo moltissimo in comune. Gli editori hanno cominciato a mettere i loro contenuti on line già  nel 1995, prima che nascesse Google, e ormai indietro non si torna. Gli editori vogliono che la gente trovi i loro contenuti, vogliono traffico sui loro siti e vogliono monetizzare questo traffico. Ritengo che Google possa essere il partner giusto per ognuna di queste specifiche esigenze. Gli editori devono capire che non abbiamo alcuna intenzione di diventare la prossima grande media company. Noi siamo un motore di ricerca che aiuta le persone a trovare contenuti on line. Il nostro interesse è che i media continuino a mettere sempre nuovi contenuti su Internet e che trovino anche un buon modello di business. Credo che noi possiamo aiutarli a fare questo. Soprattutto possiamo aiutarli a fidelizzare la loro audience, che mi pare la cosa più importante. Gli editori hanno bisogno di rendere i loro siti sempre più veloci, le loro offerte sempre più personalizzate e devono interagire sempre più con gli utenti, nello spirito del web 2.0. Google può mettere a disposizione la tecnologia per aiutarli in questo percorso.
A. Araimo – Come, in pratica?
K. Bharat – Prendiamo il discorso della monetizzazione: possiamo supportare gli editori sia con le nostre proposte pubblicitarie, sia aiutandoli a sviluppare un modello su abbonamento; in questo caso mettiamo loro a disposizione la nostra tecnologia per far pagare il cliente (il servizio Google Checkout), abbinata alla nostra capacità  di generare traffico. Il vantaggio per l’utente è evidente, un unico account per accedere a tutti i media che vuole. Per l’editore più traffico pagante e meno complessità  di gestione. Insomma tutto più semplice.
A. Araimo – Temo che non tutti gli editori saranno contenti di lasciare a Google una componente così strategica come la gestione della loro audience ma, detto questo, avete già  degli accordi con editori tradizionali per i servizi che ha appena citato?
K. Bharat – Abbiamo moltissimi contratti di advertising e stiamo discutendo, per ora in modo ancora confidenziale, con vari editori americani e internazionali su come rafforzare il loro business abbonamenti usando il nostro servizio Checkout.
A. Araimo – Tra i vostri interlocutori ci sono anche grandi editori?
K. Bharat – Assolutamente sì. Vogliamo mettere a disposizione il nostro paywall a tutti gli editori. Ovviamente prima gli editori devono decidere se vogliono mettere i loro contenuti a pagamento. Alcuni lo stanno già  facendo, soprattutto sui nuovi device tipo iPad, per i quali la scelta è sicuramente più facile rispetto all’on line.
A. Araimo – In questo contesto quali saranno i prossimi sviluppi per Google News?
K. Bharat – Rispetto al prodotto attuale ritengo si debba lavorare su tre aspetti. Il primo è correlato ai gusti degli utenti. Oggi diamo rilevanza alle news che, a detta della maggioranza degli utenti on line, si devono leggere; presto potremo presentare una selezione che rispecchi gli interessi dei singoli utenti, attraverso una ricerca personalizzata. Il secondo aspetto su cui stiamo lavorando è quello che mi piace chiamare della ‘serendipity’, cioè la capacità  di proporre all’utente notizie che lo sorprendano, e in certo qual modo lo educhino all’utilizzo delle news on line, ricorrendo sempre di più ai social network e alle recommendation (i suggerimenti basati sulle scelte precedenti dell’utente o di altre persone con gli stessi interessi: ndr). Un primo prodotto, ancora sperimentale, lo abbiamo lanciato qualche settimana fa e si chiama Spotlight. La terza area è quella che chiamo Editor’s Space, cioè la possibilità  per gli editori di utilizzare spazio su Google News per pubblicare quello che vogliono, con l’unica condizione che siano ovviamente contenuti ‘news oriented’. Stiamo già  facendo un esperimento pilota negli Usa con un numero significativo di editori (l’1% del nostro traffico) per vedere se utilizzano al meglio questo spazio proponendo contenuti unici e rilevanti, che consentano un coinvolgimento ancora più intenso della loro audience.
A. Araimo – Il tutto attraverso di voi?
K. Bharat – Ci proponiamo come dei ‘facilitatori’. In questo spazio possiamo pensare di sviluppare anche business a pagamento, come le app di Apple. In ogni caso il prerequisito è che l’utente sia realmente interessato a ciò che l’editore propone nell’Editor’s Space.
A. Araimo – È già  possibile personalizzare questo spazio?
K. Bharat – All’inizio no, la presenza degli editori è ‘a rotazione’; ogni volta che ritorni c’è un editore diverso. Ovviamente cercheremo di gestire la cosa in modo intelligente: se ci accorgiamo che qualcosa è davvero ‘hot’ le daremo la visibilità  che merita. Ci sarà  anche la possibilità  di creare una base di ‘Editor’s Fans’, cioè di utenti fedeli. In ogni caso saremo in grado di portare traffico ai migliori editori, cioè a quelli più propositivi e di qualità . Stiamo testando anche molte altre possibilità . Quella forse più interessante è un’applicazione che consenta all’editore non solo di far pagare l’utente ma anche di poter distribuire il contenuto acquistato su qualsiasi piattaforma senza dover sviluppare mille prodotti diversi per rispondere alle specificità  di ognuna di esse. Stiamo lavorando a un’architettura che consenta all’utente di pagare una volta sola il contenuto e di potervi accedere da qualsiasi device; l’editore poi sarà  in grado di distribuire istantaneamente il contenuto senza doversi preoccupare della piattaforma di distribuzione o del device su cui sarà  fruito il contenuto.
A. Araimo – Quando lancerete questa ‘app’ Google News?
K. Bharat – Ci stiamo lavorando, in particolare per i device tipo iPad; ci vuole ancora tempo.
A. Araimo – Pensa che possa esserci qualche problema dal punto di vista dei diritti?
K. Bharat – Bisogna chiedersi cosa fornisce il device. Se fornisce accesso a un contenuto andando al di là  del ‘fair use’ (il diritto di citazione: ndr) allora sicuramente ci sarà  bisogno di un accordo con gli editori e questo è del tutto ragionevole. Per esempio, in FastFlip (fastflip.googlelabs.com) abbiamo contratti con oltre cento editori che ci consentono di utilizzare i loro contenuti a fronte di una strategia di monetizzazione basata sull’advertising e sulla generazione di traffico verso i siti degli editori stessi. In sintesi sono convinto che l’aggregazione di notizie e le applicazioni per device mobili non siano mondi incompatibili, anzi…
A. Araimo – Il concetto di ‘aggregatore’ è ovviamente un tema chiave nel mondo di Internet. Altri operatori media hanno dato a questo concetto una interpretazione diversa rispetto a Google, penso, ad esempio, all’Huffington Post. Lei cosa ne pensa?
K. Bharat – Ritengo che gli operatori come l’Huff Post siano abbastanza passivi e non molto diversi dagli editori tradizionali. Scrivono qualche pezzo, ne comprano altri, altri li aggregano; di fatto decidono una linea editoriale e coordinano il flusso di contenuti provenienti da varie fonti. Google News è completamente diverso, perché in nessun caso siamo coinvolti nel processo editoriale; gli editori pubblicano quello che ritengono rilevante e noi cerchiamo di portare questo contenuto agli utenti nel modo più efficiente possibile. Le nostre top story sono tali perché le nostre fonti di riferimento ritengono che quelle storie siano davvero le più importanti. Il ranking di una notizia quindi dipende di fatto da quanto sia fresca e originale e dalla qualità  della fonte. Più una fonte è scelta e cliccata, maggiore è la sua qualità . Ripeto, Google News non traccia alcuna linea editoriale.
A. Araimo – Chiarissimo. Tuttavia mi chiedo, se tutti i principali editori dovessero sviluppare il proprio paywall invece di usare quello di Google, come evolverà  il vostro ruolo e il modello di business nelle news?
K. Bharat – Oggi se un contenuto editoriale è accessibile solo a pagamento non è indicizzabile e quindi rintracciabile tramite Google, ma questo non limiterà  significativamente la nostra capacità  di filtrare la Rete e identificare le hot news. Ogni giorno nascono siti d’informazione e le notizie di cronaca rilevanti, ad esempio la morte di Michael Jackson, sono riportate ovunque. Quindi non ci si può costruire attorno un modello di business a pagamento, possibile solo per contenuti premium, altamente differenziati e di qualità . Stando così le cose, sono convinto che anche i top brand dell’informazione adotteranno modelli di business ibridi, ‘freemium’, cioè un po’ free un po’ premium, e manterranno una parte dei loro siti gratuita per le cosiddette hard news che di fatto sono ormai delle commodity, senza valore commerciale. Nelle aree premium mi aspetto che gli editori mettano a disposizione anteprime indicizzabili, perché data la natura del modello del business, che sia esso basato su pubblicità  o su abbonamento, è in ogni caso fondamentale avere un traffico significativo di utenti da monetizzare. E il nostro ruolo, come dicevo all’inizio, è quello di generare e indirizzare il traffico e, nel caso in cui l’editore sia interessato, di promuovere i suoi contenuti, free o a pagamento che siano.
A. Araimo – E per quanto riguarda le applicazioni per iPhone o iPad?
K. Bharat – Penso che le applicazioni diano la possibilità  all’editore di controllare meglio il contenuto e la sua fruizione e di mixare diversi tipi di contenuto (testo, video, audio, grafici interattivi, eccetera). Ciò non significa che questi prodotti non debbano essere connessi a Internet. Quello delle applicazioni è ancora un mercato immaturo, ma sono convinto che quando decollerà  ci sarà  l’opportunità  di inviare traffico dal nostro motore di ricerca direttamente nell’applicazione. In futuro vedo applicazioni sempre di più interconnesse al web in ogni loro parte.
A. Araimo – Secondo lei quali editori tradizionali stanno sfruttando meglio il web?
K. Bharat – Sicuramente il Wall Street Journal e il New York Times. Ormai entrambi hanno capito che la loro mission è essere editori multimediali e tutti i loro sforzi di sviluppo e innovazione sono orientati ai new media. Il New York Times per esempio ha sviluppato on line con noi le ‘Nyt Stories’, basate sulla considerazione che, se nel giornalismo cartaceo gli articoli di ieri non hanno più alcun valore, on line, aggregando più articoli nel tempo, possono creare una storia e quindi un nuovo contenuto che sopravvive e continua a generare revenues per un periodo più lungo rispetto alla notizia di cronaca.
A. Araimo – Ultima domanda, da un milione di dollari: come vede questo mercato tra dieci anni?
K. Bharat – La cosa forse più incredibile è che uno dei maggiori problemi sul web resta sempre la velocità . Scaricare una pagina è ancora troppo lento e l’esperienza dell’utente spesso non è soddisfacente. Uno dei vantaggi delle applicazioni è che una volta scaricate permettono una velocità  di fruizione eccellente. Per questo ritengo che la velocità  di fruizione migliorerà , ma anche che le applicazioni si svilupperanno ulteriormente e su diverse piattaforme.
Sarà  quindi importante poter usufruire di soluzioni, che io chiamo di ubiquità , che permettano una relazione editore-audience basata sull’unicità  del pagamento e sulla possibilità  di accedere ai contenuti su tutte le piattaforme, indifferentemente. I consumatori hanno un budget determinato per i prodotti editoriali e non mi convince un modello in cui uno o due editori se lo accaparrino tutto. L’utente deve avere la possibilità  di scegliere tra diverse alternative.
Nel prossimo futuro vedo quindi un web più efficiente in termini di sistemi di pagamento che preservi il diritto e la possibilità  per gli utenti di accedere a un’ampia scelta di fonti e contenuti a pagamento.
Infine ci sarà  una crescente e migliore integrazione tra social network ed editori, con un sforzo sempre maggiore da parte di questi ultimi per coinvolgere i social network sia nella copertura della notizia sia nel dibattito, e questo avverrà  sempre di più all’interno dei loro stessi siti. Noi saremo lì, in questo grande universo interconnesso, per aiutare utenti ed editori a incontrarsi.

Intervista di Alessandro Araimo