30 giugno 2011 | 16:13

La mia storia è cominciata con uno scontro – Intervista a Paolo Panerai, vice presidente e amministratore delegato di Class Editori (Prima n. 408, luglio/agosto 2010)

La mia storia è cominciata con uno scontro durissimo con Callieri
Paolo Panerai racconta la nascita della sua casa editrice, quando lui sperava che gli rimanesse in mano un pezzo del gruppo Rizzoli e Callieri, invece, avendo annusato subito il lupo dell’editoria, fece di tutto per levarselo dai piedi.
Le celebrazioni dell’anniversario di Capital sono iniziate il 13 luglio con una cena di gala nel cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco di Milano, durante la quale – presente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – è stato consegnato a “creatori della ricchezza per il Paese” il ‘Libro d’oro dell’imprenditoria italiana’.
Prima – Capital, il mensile che lei ha fondato nel 1980 quando dirigeva Il Mondo alla Rizzoli e che ha rilevato cinque anni fa da Rcs MediaGroup, ha avuto un po’ un ruolo fatale nella sua vita di giornalista e imprenditore. La sua partecipazione come socio ad Auto Capital e Linea Capital è stata all’origine dei suoi contrasti con Carlo Callieri, amministratore delegato del gruppo Rizzoli Corriere della Sera nell’epoca post P2, che hanno portato al suo licenziamento e poi alla decisione nel 1986 di mettersi in proprio fondando la Class Editori.
Paolo Panerai – Non è vero che Callieri mi abbia licenziato. Abbiamo rotto perché come nuovo amministratore delegato del gruppo non ha voluto continuare la tradizione introdotta da Angelo Rizzoli – in accordo con il comitato di redazione dell’Editoriale Corriere della Sera – di trattare i direttori con un contratto a tempo indeterminato e un mandato a tempo determinato.
Prima – Cioè?
P. Panerai – Al momento della nomina, al direttore veniva consegnata una lettera dove si definivano la linea editoriale e la linea politica del giornale. Quindi, il direttore era nella condizione di accettare la linea, all’interno della quale poteva muoversi autonomamente. Era un sistema legato a una visione professionale del mondo editoriale. Quando alla Rizzoli dopo lo scandalo della P2 e l’amministrazione controllata arrivò la nuova proprietà , la cosiddetta cordata nobile capeggiata dalla Fiat, che nominò Callieri amministratore delegato, io mi presentai da lui pronto a dimettermi e gli chiesi se ritenesse opportuno farmi una nuova lettera d’incarico con indicate le condizioni e il perimetro politico editoriale. Mi rispose che ciò non era nelle linee di gestione, tanto più che, con un’anzianità  di dieci anni, io non avevo bisogno di garanzie. Non era quello che chiedevo. Volevo solo sapere che cosa volesse l’editore per poi capire cosa fossi disponibile a dare. A quel punto Callieri mi disse che dovevo rivendere alla Rizzoli il 10% delle testate Auto Capital e Linea Capital che detenevo, perché non era compatibile che un direttore di testata fosse compartecipe della proprietà . Io non ero d’accordo e ne seguì un confronto duro che portò alla rescissione del contratto. Dovetti lasciare immediatamente il mio ufficio che fu anche sigillato. Mi sequestrarono perfino l’agenda: mai più ridata. Uno stile da elefante in una cristalleria per costringermi a rivendere le quote, azione eseguita dal più rozzo dei capi del personale che abbia mai conosciuto, un certo Donati.
Prima – Che alla fine fu quello che lei fece.
P. Panerai – I miei legali, gli avvocati Strina e Trifirò, mi consigliarono di lasciar perdere e di vendere le quote. Oltretutto, avevo ben altri progetti.
Prima – Lei aveva ottenuto di essere socio di due nuove testate e il diritto di dire la sua sulla nomina dei loro responsabili. Come era riuscito a ottenere tanto?
P. Panerai – La storia è semplice. Mario Formenton, l’amministratore delegato della Mondadori, che mi conosceva bene perché prima di passare alla Rizzoli per anni avevo lavorato a Panorama, mi aveva offerto di rientrare a Segrate come direttore dei periodici. Ne parlai con Angelo Rizzoli e lui per farmi restare fece leva su un aspetto per me importante: farmi partecipare all’impresa a cui lavoravo dandomi una quota delle due testate che avevo fatto nascere.
Prima – Lei con Angelo Rizzoli ha sempre avuto un ottimo rapporto e non a caso è tra quelli che adesso lo stanno sostenendo nelle sue prese di posizione pubbliche e nella causa contro Rcs MediaGroup e il presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli.
P. Panerai – Molti parlano male di Angelo Rizzoli. Io invece ho potuto verificare che come editore ha sempre rispettato il principio dell’autonomia del giornalista. Posso testimoniare che per tre volte avrebbe potuto farmi fuori dalla direzione del Mondo e non lo ha fatto. Per tre volte gli ho messo le dimissioni sul tavolo…
Prima – E cos’era successo di così grave?
P. Panerai – La prima volta è stata per l’inchiesta ‘Profumo di petrolio’ su Eni-Petromin. Prima di mandare il giornale in stampa, commettemmo l’errore di telefonare per cortesia a Donato Speroni, un giornalista che aveva lavorato con noi e che in quel momento era direttore delle relazioni esterne dell’Eni. Speroni informò il presidente Mazzanti che a sua volta chiamò Andreotti, il quale si lamentò con Angelo Rizzoli. L’editore mi convocò alle dieci di sera, spiegandomi che quelle faccende gli creavano un sacco di problemi. Gli dissi semplicemente che il nostro lavoro giornalistico era buono e indiscutibile e che mi ero mosso secondo gli accordi nell’interesse dei lettori e del giornale, ricordandogli che nel 1976, quando avevo assunto la direzione del Mondo, il giornale diffondeva 11mila copie e lo avevo portato a 75-89mila, facendolo diventare un giornale economico e politico di peso. E di considerare che le mie dimissioni erano pronte. Dopo una breve esitazione Angelo mi congedò dicendo: “Continui a fare il direttore”.
Prima – Mi pare di capire che poi la storia si è ripetuta.
P. Panerai – Fu quando mettemmo in copertina l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone il cui nome compariva nella lista dei 500 che detenevano denaro nella Finabank, la banca ginevrina di Michele Sindona. Lo avevo saputo dall’avvocato Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare della banca di Sindona, di cui mi ero occupato con scoop importanti prima su Panorama e poi sul Mondo. Sapevo che Rizzoli era in quel momento grande amico di Mauro Leone, figlio del presidente. Per evitare che ci fossero fughe di notizie, passammo una copertina a colori un po’ anonima e all’ultimo momento passammo quella vera in bianco e nero con la fotografia di Leone. A quel punto, come ritenevo giusto, portai la prima copia all’editore. Lui non disse niente. Ma seppi da suo fratello Alberto, con cui ero più in confidenza, che ci rimase molto male dal punto di vista personale. Il terzo episodio fu quando pubblicammo un’intervista di Maurizio De Luca all’ex vice comandante dei carabinieri Franco Picchiotti che era stato nella P2 e che raccontava quello che sapeva sulla loggia di Licio Gelli. Angelo fu avvisato e io mi presentai ancora una volta con le dimissioni in tasca. All’incontro c’era pure Bruno Tassan Din che liquidò la mia offerta di andarmene con un: “Non diciamo sciocchezze”. Ed entrambi erano della P2.
Prima – Secondo una sua recente rivelazione Rizzoli la voleva addirittura alla direzione del Corriere della Sera. Come è andata?
P. Panerai – Venni chiamato da Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e Gennaro Carfagna, autorevole consigliere della Rizzoli, che mi proposero la direzione. A quel punto Gaspare Barbiellini Amidei e Franco Di Bella, il vice e il direttore del Corriere, fecero di tutto anche con attacchi personali per bloccare la mia candidatura. Fu la mia fortuna. Non ho mai avuto la vocazione di diventare ostaggio del Cdr, del Cdf o di chicchessia. L’occasione, comunque, si è ripresentata.
Prima – Quando?
P. Panerai – La proposta mi è venuta dall’attuale proprietà . Ma non ci ho pensato neanche un attimo a dire di no.
Prima – E ci credo. Come si fa a immaginare che lei possa lasciare il suo gruppo quotato in Borsa, con un giro di affari di 121,7 milioni di euro e un utile prima delle imposte di 3,26 milioni di euro nel 2009, per tornare a fare il giornalista dipendente? Ma torniamo un attimo ad Angelo Rizzoli: si può capire il suo buon ricordo come editore – anche se altri giornalisti come Gigi Melega hanno avuto esperienze diverse – ma lei, che è un ottimo gestore delle sue aziende, come può giustificare tutti i pasticci e i disastri gestionali che hanno portato la Rizzoli Corriere della Sera alla bancarotta e di cui Angelo porta molte responsabilità ?
P. Panerai – Per quanto riguarda i disastri della casa editrice, bisogna ricordare che il Corriere è stato comprato in un momento di scissione all’interno della famiglia, con la sorella di Andrea Rizzoli che decise di uscire dalla società  portandosi dietro una bella fetta del patrimonio nel momento in cui veniva deciso un investimento importante. Fondamentale, poi, è stata la politica del blocco del prezzo dei quotidiani che aveva come obiettivo l’indebolimento dell’Editoriale Corriere della Sera. Alcune delle cose scritte recentemente dal direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli sono vere: la gestione dell’editrice non fu brillante e nemmeno lucida e in più c’erano dei condizionamenti sul piano economico da parte del sistema Banco Ambrosiano-P2. È anche vero però, come ha spiegato Angelo Rizzoli, che nessuna altra banca era disponibile a fare credito. Ed è paradossale. La cordata arrivata per bonificare, come diceva Agnelli, pagò circa 45 miliardi tra i soldi dati a Rizzoli per la sua quota e quanto messo come aumento di capitale. Un anno dopo il 10% dell’editrice fu venduto a Lagardère per 100 miliardi. Quindi, l’editrice venne valutata mille miliardi. È qui che, al di là  delle questioni giuridiche, si può parlare di una sorta di scippo. In un anno ci fu l’eccellente gestione di Callieri, ma l’azienda non venne trasformata in modo così radicale da giustificare quella differenza di valore.
Prima – Callieri ha segnato positivamente non solo il futuro di Via Solferino ma anche la sua vita. Dopo la sua burrascosa uscita dalla Rizzoli ha un veloce abboccamento con Angeli e Zuzic per la direzione di Italia Oggi, ma poi decide di fare l’editore e di lanciare Class, un mensile concorrente di Capital.
P. Panerai – La storia dell’editoria insegna che se un giornale ha successo c’è sempre spazio per un secondo.
Prima – Lei era un giornalista con vaste conoscenze nel mondo dell’economia e della finanza, come ha messo in piedi Class Editori?
P. Panerai – Trovammo un fondo di venture capital di Morgan Granfield, che ci finanziò per un miliardo di lire, lasciando la maggioranza ai giornalisti. In più abbiamo avuto la fortuna di poter contare sull’appoggio del professor Luigi Guatri che era stato commissario giudiziale della Rizzoli. Quando decisi di fare una società  con dieci giornalisti che mi seguirono dal Mondo, anche come garanzia per gli investitori chiesi a Guatri di suggerirmi un professore della Bocconi che potesse fare da presidente. Il giorno dopo mi rispose che lo avrebbe fatto lui, perché era convinto del progetto e che la Bocconi con la sua finanziaria avrebbe investito sulla nostra impresa. Quasi non ci credevo! Uscendo dallo studio di Guatri camminavo sollevato da terra.
Prima – Nel vostro azionariato è entrata anche la Banca di Roma, ma la notizia è trapelata solo molto dopo.
P. Panerai – A metà  degli anni Novanta, superata la crisi pubblicitaria seguita alla guerra del Golfo, abbiamo pensato a un piano di sviluppo e a come finanziarlo. Il professor Guatri propose di seguire la strada del prestito obbligazionario. Anche la Bocconi era entrata in Class con un prestito obbligazionario di cui era sicura la conversione, per cui non dovevamo restituirlo. Cercammo i contatti per realizzare l’operazione. Avevo un’amicizia con una persona alla direzione finanziaria della Banca di Roma e incontrai il presidente Pellegrino Capaldo e il direttore generale Cesare Geronzi che si mostrarono disponibili a favorire la crescita di nuove iniziative editoriali. Così Banca di Roma organizzò l’emissione di un prestito obbligazionario, che poi collocò nei suoi portafogli in previsione della nostra quotazione in Borsa. Nel ’98 venimmo quotati in Borsa. Come è noto le obbligazioni non hanno diritto di voto in assemblea. Al momento della quotazione fu deciso che tutti i soci avrebbero potuto vendere una parte delle loro azioni. L’altra operazione prevista era l’aumento di capitale. Anche Banca di Roma convertì parte delle obbligazioni in azioni, mettendole tutte sul mercato. Secondo l’accordo il resto delle azioni sarebbe stato conferito a una holding per non fare i soliti sindacati di controllo, o di voto. Venne conferita anche la nostra parte, quella della Bocconi e la parte residua di obbligazioni, quindi senza diritto di voto. Arrivammo così al grande boom degli anni 1999-2000, quando la nostra capitalizzazione arrivò a 1,6 miliardi di euro.
Prima – E in giro si diceva che eravate i giornalisti più ricchi d’Italia.
P. Panerai – Peccato che ci trovassimo di fronte a una bolla. Comunque, la Banca di Roma che aveva problemi di bilancio cedette le obbligazioni alla sua banca controllata, il MedioCredito Centrale, facendo una plusvalenza di 60-70 milioni di euro e mettendo a posto i conti di quell’anno. Fu a quel punto che l’amministratore dell’Mcc, Mauro, senza informare nessuno e tradendo lo scopo dell’operazione, chiese la conversione delle obbligazioni. Così, comparve che Banca di Roma aveva una partecipazione nella holding. Da lì è stato costruito il mito del caso. La volontà  era che quelle obbligazioni non avessero potere di voto e si aspettava un’altra circostanza per collocarle sul mercato. Al di là  di questa vicenda, io nutro una sincera e disinteressata amicizia per Cesare Geronzi, come ce l’ho, anche se meno confidenziale, con Pellegrino Capaldo con cui condivido la passione di produrre vino. Con Geronzi ho un rapporto come quello che aveva Scalfari con Francesco Cingano, amministratore delegato della Comit. Capita di aver queste amicizie.
Prima – Amicizie pesantucce da gestire per un editore di testate economiche.
P. Panerai – Gira voce che io scriva nell’interesse di Geronzi, ma basta leggermi per vedere che non è così. Nella prefazione al libro su Tanzi e il caso Parmalat ho affermato che Geronzi aveva sbagliato a dare credito a quel personaggio e più recentemente ho scritto che ha commesso un errore ad andare a fare il presidente delle Generali. Non sono mai stato condizionato, ma non posso dimenticare che lui e Capaldo hanno dimostrato di saper fare i banchieri finanziando un progetto editoriale interessante che ha fatto guadagnare anche la loro banca e salvato un bilancio. Un banchiere deve capire se dando i soldi a qualcuno riesce a portare a sviluppo un’attività  economica, creando posti di lavoro. Loro in editoria avevano fatto una clamorosa puttanata – e non ebbi problemi a dirglielo – con L’Informazione, il quotidiano lanciato da Pendinelli dopo aver lasciato la direzione del Messaggero.
Prima – Cinque anni fa lei ha rilevato Capital dalla Rcs. Adesso quanto c’è di vero nelle voci che Il Mondo passi a Class Editori?
P. Panerai – Non c’è alcuna possibilità  che ciò avvenga. Se Rcs decidesse di cedere Il Mondo farebbe un grave errore. Il settimanale ha attraversato vicende che lo hanno portarlo a un livello di diffusione molto distante da quello che avevamo raggiunto, ma ciò non dipende di certo dall’ultima gestione.
Prima – Nel 1986, subito dopo il mensile Class, azzecca il progetto di Milano Finanza, il settimanale per i mercati finanziari che ancora oggi è uno dei prodotti che contraddistinguono Class Editori e che ha poi figliato il quotidiano Mf.
P. Panerai – Milano Finanza non solo ci fa fatto conquistare un ruolo di primo piano nel mondo dell’informazione economico finanziaria, rafforzato poi con Mf, ma ci ha anche consentito di entrare nell’operazione Euroexpansion che raggruppava testate economiche dalla Russia al Portogallo, un grande progetto europeo, un’idea straodinaria di Jean-Louis Servan-Schreiber, grande giornalista ed editore del gruppo francese Expansion. Altri soci erano gli spagnoli di Prisa, i tedeschi Handelsblatt e il gruppo Dow Jones. L’iniziativa si è dissolta per la crisi pubblicitaria seguita alla prima guerra del Golfo che colpì soprattutto Expansion, l’azionista di maggioranza, che stava facendo anche un investimento colossale nel secondo quotidiano economico francese La Tribune. In quell’impresa avevamo un 7-8% ed eravamo i più piccoli. Ma abbiamo avuto la possibilità  di lavorare con grandi gruppi con i quali abbiamo mantenuto i rapporti. Dow Jones è nostro partner nell’agenzia Mf/Dow Jones News. E l’ex ceo, Peter Khan, vincitore di un paio di Pulitzer, è nel nostro Cda. Prisa pubblica in licenza l’edizione spagnola del nostro Gentleman. Siamo sempre molto attenti ai rapporti internazionali, cosa che ho imparato dalla Mondadori.
Prima – Così come la racconta, la sua storia di editore sembra una favola natalizia. Eppure qualche momento difficile lo avrà  pure incontrato, o no?
P. Panerai – Un momento durissimo è stato durante la crisi del ’91 e poi è arrivata l’esaltazione della quotazione. Non abbiamo venduto un’azione e non l’abbiamo fatta vendere nemmeno ai familiari, nonostante sapessimo che erano valutazioni irrealistiche. Successivamente, abbiamo visto scendere il titolo in Borsa. Quindi è arrivato l’11 settembre 2001. Le basta?
Prima – Dopo la crisi con il bilancio del 2008 con una perdita di 2,87 milioni, i conti sono tornati a posto nel 2009 con un utile prima delle imposte di 3,26 milioni e un miglioramento del conto economico di circa 6 milioni. Come avete fatto?
P. Panerai – Abbiamo tagliato tutti i costi, anche quelli del lavoro. Ci siamo presentati ai dipendenti illustrando la situazione. C’erano prodotti in buona salute e altri che non andavano bene. Tutti, comunque, continuavano a essere un patrimonio dell’azienda come i posti di lavoro che sono un patrimonio sociale a cui teniamo. Garantivamo di non tagliare testate ma dovevamo ridurre i costi. C’è stata l’adesione a un piano di solidarietà  con la riduzione per un anno degli stipendi di tutti i dipendenti. Il contributo dei giornalisti e di tutti gli altri dipendenti è stato significativo in termini economici alla chiusura positiva del bilancio 2009, valutabile in circa un milione e mezzo di risparmi. Per le società , però, non sono importanti solo i fatti finanziari, ma l’entusiasmo e la consapevolezza delle persone che vi lavorano di fare parte dell’azienda. Quando ne avevamo la possibilità , anche quest’anno, abbiamo dato azioni gratuite a tutti i dipendenti. E poi c’è la voce ricavi con il buon andamento di Mf che ha visto aumentare le vendite mentre gli altri quotidiani soffrono in edicola.
Prima – Tutti sanno della sua passione per il vino. Che senso economico ha questa passione? Un modo per diversificare?
P. Panerai – Chi fa il mestiere del giornalista, ma anche quello dell’editore, non deve avere interessi economici che lo possano anche lontanamente condizionare. I miei investimenti sono solo nel settore del vino e contano in termini di passione, perché per quanto riguarda il fatturato non influiscono sulla vita dei giornali. Non ho diversificato proprio niente. Piuttosto, in questi anni abbiamo ampliato il perimetro di attività  come con la televisione outdoor, Telesia e Mf Honyvem, una banca dati dei bilanci e di tutti gli altri dati societari. Avrei potuto fare ben altre operazioni personali quando il titolo era a 21-22 euro. Non ho venduto un’azione, come quelli che hanno iniziato con me. Oggi non capitalizziamo niente. Non importa: il nostro obiettivo è fare dei media e avere la soddisfazione di poterlo fare in maniera indipendente. È grande la responsabilità  e, quindi, l’obiettivo è combattere con la consapevolezza – lo hanno capito bene tutti i dipendenti, a Class siamo in 450 – che l’unico modo per essere liberi è avere i conti in ordine.

Intervista di Carlo Riva

Paolo Panerai, vice presidente e amministratore delegato di Class Editori, la casa editrice da lui fondata nel 1986. Panerai è nato a Milano il 2 febbraio 1946. Si mette in luce come capo dell’economia di Panorama e nel 1976 passa alla Rizzoli per dirigere Il Mondo. Nel 1980 lancia Capital seguito da AutoCapital e da Linea Capital. Sei anni dopo rompe con il gruppo editoriale, passato sotto il controllo di Gemina e fonda Class Editori che ora comprende due quotidiani, dieci periodici, canali televisivi e radiofonici, un’agenzia d’informazione, società  di servizi alle imprese.