30 giugno 2011 | 16:19

In piedi, il presidente! – Intervista a Luigi Abete, presidente di Bnl (Prima n. 408, luglio/agosto 2010)

In piedi, il presidente!
Luigi Abete è presidente di Bnl dal 1998, una banca che ha strenuamente difeso nel 2005 dall’attacco della cordata capeggiata dall’Unipol di Giovanni Consorte e successivamente acquisita dal gruppo francese Bnp Paribas. Abete, che ha avuto anche un’intensa attività  istituzionale – dal 1978 al 1982 è stato presidente del Comitato nazionale giovani imprenditori della Confindustria; dal 1983 al 1986 ha presieduto la Federazione industriali del Lazio e dal 1992 al 1996 è stato alla guida di Confindustria – ha sempre preferito non parlare della sua attività  d’imprenditore come presidente del gruppo A.Be.T.E spa (Azienda Beneventana Tipografica Editoriale), l’azienda grafica fondata dal padre Antonio nel 1946, che in seguito ha allargato i propri interessi all’editoria (attraverso lo Sviluppo Programmi Editoriali spa è socio di maggioranza delle agenzie Asca e Apcom e del settimanale Internazionale) e anche alla cultura e all’intrattenimento museale.
Di norma, niente interviste o dichiarazioni. Al massimo Abete ha sempre lasciato che a parlare fossero i manager preposti ai vari business. Ma per i 40 anni dell’Asca ha deciso di fare un’eccezione. È intervenuto a lungo alla celebrazione ufficiale del compleanno, un incontro istituzional-aziendale, ma anche un importante evento di comunicazione, organizzato alla sede romana della fondazione Civita, e ora in questa intervista a Prima racconta come si è sviluppata dal 1985 la storia editoriale del suo gruppo, quali sono le strategie dopo l’acquisto della maggioranza di Apcom e l’ingresso nel business dell’intrattenimento con il parco tematico Cinecittà  World.
Prima – Perché il suo gruppo, all’epoca impegnato nel settore tipografico, ha deciso di subentrare alla Democrazia cristiana nella proprietà  e nella gestione dell’Asca, nata con il nome di Agenzia stampa cattolica associata?
Luigi Abete – Era il 1985: un giorno leggo casualmente sul giornale che la Dc ha deciso di mettere in vendita l’agenzia e che ci sono dei potenziali compratori: alcuni imprenditori del settore manifatturiero, altri dei servizi. Nessuno che facesse l’editore. Dunque c’era uno spazio perché degli stampatori, come noi, si proponessero per diventare editori dell’Asca. Decido di chiedere un appuntamento al senatore Giuseppe Tonutti, all’epoca segretario amministrativo della Dc, per dirgli che eravamo interessati. Ho conosciuto un trentino di poche parole, e soprattutto una persona eccezionale.
Prima – E anche un uomo in gamba a fare affari, se è vero che per portarvi a casa l’Asca avete sborsato circa un miliardo e 300 milioni di lire.
L. Abete – Non ricordo la cifra esatta perché in quel periodo stavamo chiudendo altre partite impegnative per l’acquisizione di alcune tipografie. Ma la somma più o meno era quella.
Prima – La sua famiglia e la vostra A.Be.T.E., che tra l’altro è da sempre un importante fornitore di stampati per le amministrazioni pubbliche, non aveva problemi di rapporti negli ambienti che contano a Roma, tanto meno nella Dc di cui suo fratello Giancarlo era un parlamentare.
L. Abete – Certamente non eravamo degli sconosciuti, né ci mancavano le referenze. Mio fratello è stato deputato, senza essere iscritto al partito, per tre legislature a partire dal 1979. Intorno a lui ha raccolto un gruppo di giovani che precedentemente avevano seguito Umberto Agnelli quando si era impegnato in politica da esterno della Democrazia cristiana. Ma non si può dire che la nostra azienda sia stata legata a carri politici. Mio padre, che l’ha costruita dal niente facendo un grandissimo lavoro, ci ha sempre insegnato quanto fosse importante l’autonomia: “Puoi dire grazie a tutti, ma non devi mai essere obbligato a dire grazie a qualcuno”, era la sua regola di vita. Che poi io, mio fratello e mia sorella abbiamo applicato fino in fondo.
Prima – Però non ci ha detto perché un’azienda del settore grafico ha deciso di diventare editore di un’agenzia di stampa, con tutte le grane di un settore sensibile come quello dell’informazione.
L. Abete – Nel mondo dell’editoria sono esistiti parecchi casi di stampatori che sono diventati editori. È un passaggio quasi fisiologico. In realtà  noi all’editoria ci eravamo già  avvicinati negli anni Sessanta e Settanta con un’attività  libraria nel campo della saggistica. E per qualche tempo abbiamo pubblicato anche la rivista Cultura e politica diretta dal filosofo Pietro Prini. Quando si presentò l’opportunità  di acquistare l’Asca avevo in mente di occuparmi in prima persona dell’agenzia, poi però la mia vita ha preso strade che non consigliavano un ruolo diretto in un’azienda del mondo dell’informazione.
Prima – Meglio così, visto dove è arrivato. Un editore non ce l’avrebbe mai fatta a conquistare la presidenza di Confindustria. Ma com’era l’Asca quando l’avete presa in gestione?
L. Abete – Era un’azienda artigianale, con un’organizzazione che derivava dalla natura del suo azionista, cioè un partito politico. Ovviamente dal punto di vista economico era un po’ in sofferenza, come tutte le imprese in cui il padrone è un soggetto politico e le scelte vengono fatte non per stare bene sul mercato, ma in base a linee editoriali che cambiano a seconda di chi è il segretario.
Prima – Per un uomo d’impresa come lei, all’inizio non deve essere stato facile avere a che fare con una redazione abituata a lavorare con due missioni: servire la politica dell’editore di riferimento e comunicare i “messaggi positivi nella linea del Vangelo”, come dice il cardinal Bertone.
L. Abete – C’è voluto un po’ di tempo, ma ce l’abbiamo fatta. Oggi l’Asca ha un bilancio positivo e ha un chiaro posizionamento editoriale.
Prima – Diceva che in un primo tempo pensava di occuparsi personalmente dell’Asca. Come è stato il suo debutto da editore?
L. Abete – Un mese dopo aver perfezionato l’acquisto mi sono presentato nella sede dell’agenzia per incontrare i giornalisti. Nei 25 anni di storia comune è stato uno dei rarissimi casi in cui mi hanno visto in redazione. Ho spiegato che avremmo rispettato gli ideali culturali ed etici dell’agenzia, che non avremmo mai chiesto di dare una notizia sui nostri interessi e ci aspettavamo che non venisse fatto in nome degli interessi di qualcun’altro. Insomma niente marchette. E ho spiegato che l’azienda sarebbe stata gestita secondo le regole dell’equilibro del conto economico, con l’obiettivo di potenziare la redditività  e di garantirne l’autonomia: fatto fondamentale quando si tratta di un’impresa giornalistica.
Prima – E per fare capire che faceva sul serio dopo qualche tempo ha nominato amministratore delegato Felice Mortillaro, il famoso leader di Federmeccanica negli anni Settanta e Ottanta, un mastino nei rapporti sindacali che si era misurato con i grandi leader come Carniti, Trentin, Benvenuto.
L. Abete – Mortillaro era entrato nell’Asca come piccolo azionista perché gli piaceva il settore della comunicazione. E io gli proposi di fare l’amministratore delegato. Era interessante vedere un manager con una cultura come la sua, tutta interna al mondo dei metalmeccanici, misurarsi con i giornalisti. Alla fine devo ammettere che all’Asca il concetto di conto economico si è consolidato. Questo però anche grazie a un direttore come Claudio Sonzogno, che ha guidato l’agenzia per 22 anni convinto quanto noi che i buoni bilanci fanno l’indipendenza delle imprese editoriali. Lo stesso posso dire di Gianfranco Astori, che ne ha preso il posto quando Sonzogno è passato a dirigere l’Apcom dopo che abbiamo rilevato la maggioranza dell’agenzia da Telecom, nel maggio 2009.
Prima – Con Apcom avete fatto un affare perché Telecom ve l’ha ceduta al prezzo simbolico di un euro dopo averla ricapitalizzata per 10,5 milioni, come dote per il risanamento.   Però vi siete presi anche una bella gatta da pelare, visto che economicamente è da sempre un’azienda in sofferenza. Ora per far quadrare i conti dovete ridurre gli organici, con una battaglia aperta con i giornalisti, e riuscire ad aumentare il valore dei contratti per i servizi stipulati con la presidenza del Consiglio, che penalizzano Apcom rispetto ai concorrenti.
L. Abete – Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata. Ma era un’occasione imperdibile perché, con l’esplosione del digitale, ci sono evidenti possibilità  di sviluppo per chi produce contenuti puntando non solo ai clienti tradizionali e business ma anche ai consumatori finali.   Adesso è necessario fare un prodotto che sia appetibile puntando sulle specializzazioni. Non a caso Apcom è entrata a far parte di Minds International: un network di undici agenzie di stampa di primo piano in Europa e Stati Uniti nato per favorire cooperazione, ricerca e sviluppo sull’informazione digitale e sui sistemi di comunicazione per l’industria dei media. Nel frattempo ha avviato un notiziario multimediale arricchito di fotonotizie, sta costruendo nuovi prodotti usufruibili anche via sms e mms ed è fornitore di Telecom per Virgilio.it.
Prima – Ma rimane sempre aperto il braccio di ferro con la redazione sugli organici.
L. Abete – Il nostro piano di riorganizzazione non prevede la trasformazione a tempo indeterminato di alcuni contratti a termine su cui invece si era impegnata la precedente amministrazione. Ci siamo resi conto che non erano economicamente sopportabili. Nessuno nelle nostre aziende è mai stato licenziato, ma non si può sovraccaricare di altri costi fissi un’agenzia che perde diversi milioni all’anno. Il nostro obiettivo è sviluppare Apcom portando i conti in pareggio e possibilmente in utile, e vorremmo farlo entro il prossimo anno. In ogni caso quando ci riusciremo non distribuiremo dividendi, ma investiremo gli utili.
Prima – Quindi Asca e Apcom continueranno a essere due aziende separate e indipendenti?
L. Abete – Con Apcom abbiamo deciso di sviluppare le aree in cui l’Asca era presente in modo marginale come i temi internazionali, l’economia, la cronaca. Apcom ha una buona redazione milanese, piazza dove è più forte dell’Asca che invece ha una ottima copertura romana sulle istituzioni, sul mondo del volontariato e sul Vaticano. È chiaro che se il nostro obiettivo è la specializzazione, in modo da essere presenti su mercati diversi, non ha senso unificare le agenzie. Non c’è motivo di annullare il valore di due marchi sapendo che finirebbero per cannibalizzarsi!
Prima – In realtà  nel settore delle agenzie lei aveva in mente un progetto di portata più ampia: puntare alla specializzazione delle agenzie medio-piccole. Però non ha avuto molto successo.
L. Abete – È un’idea che risale addirittura al tempo in cui lasciai la presidenza di Confindustria, nel 1996. Il ragionamento è semplice: se le principali agenzie che sono sul mercato con una dimensione significativa, come Agi, AdnKronos, Asca eccetera, si specializzassero ciascuna in un’area diversa e in modo coordinato decidessero come coprire le conferenze stampa o altri eventi – evitando di mandare bande di giornalisti a seguire tutti la stessa notizia –   poi potrebbero scambiarsi i servizi con accordi commerciali e al tempo stesso concentrarsi ognuna sullo sviluppo delle proprie competenze di specializzazione. È un problema di razionalizzazione delle risorse: a parità  di costo del lavoro si moltiplica per due o per tre l’efficacia dell’attività  informativa. È inutile che a una conferenza stampa vadano i giornalisti di cinque diverse agenzie per poi scrivere tutti la stessa cosa. Se invece le agenzie si coordinano e di giornalisti ne mandano due, liberano delle risorse per andare a cercare altre notizie. Peccato che la mia proposta sia stata commentata sulla stampa con pezzi molto polemici. A quel punto ho capito che i tempi non erano maturi.
Prima – Una sua mossa azzeccata come editore è stata la decisione di entrare come azionista di maggioranza in Internazionale, il settimanale fondato e diretto da Giovanni De Mauro che è un caso di successo e qualità  editoriale, con le sue oltre 100mila copie vendute, il sito Internet, i libri, l’incontro annuale con autori di tutto il mondo a Ferrara che lo scorso ottobre ha richiamato 45mila persone.
L. Abete – Sono molto contento e orgoglioso di Internazionale. Io non conoscevo De Mauro, mi è stato presentato da alcuni amici che sapevano del suo progetto di giornale. Ci siamo visti, l’idea mi è piaciuta e abbiamo fatto al volo un budget.
Prima – Ha avuto buon fiuto, tanto più che all’inizio c’è stata qualche difficoltà .
L. Abete – Abbiamo un po’ sforato nel primo anno, tra il ’93 e il ’94, e gli azionisti minori hanno avuto un momento di dubbio. Ma poi abbiamo trovato un buon equilibrio e tutto è filato via nel migliore dei modi. Oggi Internazionale è una bellissima rivista, fatta da un direttore molto bravo e da una redazione e da un team molto competenti che hanno la massima libertà  di gestione.
Prima – Lei è partito dalla stampa, è entrato in editoria e ora sta approdando nel settore della cultura e dell’entertainment.
L. Abete – Nell’editoria la A.Be.T.E coltiva una nicchia di alta specializzazione con le due agenzie di stampa e con Internazionale. Oltre ad altri prodotti editoriali. È un settore in cui spazi per diventare un grande operatore non ce ne sono. Diverso è il discorso nel campo dell’entertainment culturale, dove invece c’è carenza di offerta. Il mio percorso ha un senso logico: nel Ventesimo secolo lo stampatore diventava editore e adesso, nel Ventunesimo secolo, l’editore diventa imprenditore nell’entertainment dove tutto è soltanto contenuto. È l’evoluzione della specie.
Prima – Si candida a fare l’apripista?
L. Abete – La sfida imprenditoriale per i prossimi anni è fare imprenditoria in un settore che oggi è fatto da una pluralità  di piccoli operatori e dove un operatore medio, come possiamo essere noi, può avere buone chance di successo. Se sommo le iniziative nei musei, nell’audiovisivo e nelle altre attività  che stiamo sviluppando, come il nuovo parco a tema sul cinema, sono in campo investimenti per centinaia di milioni che avranno ricadute rilevanti sull’economia del territorio.
Prima – Quali sono i progetti e le società  con cui è presente in questi settori?
L. Abete – Abbiamo una società  editoriale nel settore museale e partecipiamo al capitale di Civita servizi, società  che ha maturato una grandi esperienza in ambito organizzativo, gestionale e promozionale nel mondo della cultura su tutto il territorio nazionale. Con altri soci, poi, ho investito nel cinema, con Cinecittà  Studios, e adesso nel parco tematico Cinecittà  World 1 che sorgerà  sulla via Pontina, a Roma, nell’area di Castel Romano.
Prima – Ci dia qualche particolare e qualche cifra.
L. Abete – Si tratta di un investimento di circa 500 milioni il cui primo lotto è già  in fase di progettazione esecutiva. L’obiettivo è di inaugurare il parco tematico entro la fine dell’anno prossimo. Poi è previsto un secondo lotto, Cinecittà  World 2, con un’area commerciale e un parco ambientale. È un progetto importante promosso dalla Italian Entertainment Group i cui principali azionisti, oltre a me, sono Andrea e Diego Della Valle, Aurelio De Laurentiis e la famiglia Haggiag.

Intervista di Alessandra Ravetta

Luigi Abete, presidente di Bnl dal 1998, è un imprenditore del settore grafico ed editoriale con il gruppo di famiglia A.Be.T.E spa (Azienda Beneventana Tipografica Editoriale), di cui è presidente, che controlla attraverso la holding Sviluppo Programmi Editoriali spa le agenzie Asca e Apcom e il settimanale Internazionale. Abete è anche presidente e azionista di Civita Servizi, società  che agisce in ambito organizzativo, gestionale e promozionale nel mondo della cultura. Con altri soci, ha investito nel business dell’intrattenimento con Cinecittà  Studios, di cui è presidente, e nel parco tematico Cinecittà  World, un progetto da 500 milioni di investimento, in fase di realizzazione sulla via Pontina, fuori Roma, di cui è amministratore delegato. Molto impegnato sul fronte associativo, è stato tra l’altro, dal ’92 al ’96, presidente di Confindustria.