Occhio, c’è quella iena della Meli! – Intervista a Maria Teresa Meli, giornalista del Corriere della Sera (Prima n. 417, maggio 2011)

Occhio, c’è quella iena della Meli!
L’11 agosto compie cinquanta primavere, che addosso a lei sembrano un bel vestito. È una dei giornalisti che scrivono di politica più accreditati, una all’antica, che non molla mai l’osso.
Quando si presentò nell’atelier di Niki Berlinguer in via Frattina, un po’ le tremava la penna. Era il primo servizio che le veniva assegnato, doveva intervistare un’artista molto in voga, seconda moglie del padre di Enrico Berlinguer, ma soprattutto nonna, o meglio ‘nonnastra’, di Maria e Bianca, figlie di Enrico. Embè? Embè un corno: Maria era già  allora la migliore amica dell’apprendista giornalista, la quale al solo pensiero di sfruttare un rapporto di amicizia provava imbarazzo. Provò a scrollarselo di dosso, questo imbarazzo, la giovanissima Maria Teresa Meli, appena diciannovenne, bionda e luminosa come il sole, che faceva venire il torcicollo ai passanti. E pian piano ci riuscì. Parlò per un’ora e più delle opere di Niki, soprattutto dei suoi superbi arazzi che alla fine degli anni Settanta adornavano i salotti della nobiltà  romana. Forse fu proprio quel giorno che Maria Teresa capì che il mestiere di giornalista le stava entrando nelle ossa. Avvertì le prime venature di quel sottile piacere che coglie il cronista di razza davanti all’avvenimento o all’intervistato, quando avidamente incamera fatti e argomenti, quando nella sua mente già  zampillano le parole da usare, quando formicolano i polpastrelli, quando pregusta titolo e posizione in pagina. Beh, tutto questo, proprio tutto, lo avrebbe conosciuto più tardi, ma la sensazione di avere aperto la porta del suo futuro la ebbe davvero. Quando finì, corse alla redazione del Messaggero in via del Tritone e chiamò al telefono l’amica: “Maria, quella nonna tua è una bomba!”. “Ma non è mia nonna!”. “Vabbè, è una bomba lo stesso”. Poi, eccitatissima, si mise a ticchettare sulla macchina da scrivere.
Così ruppe il ghiaccio Maria Teresa Meli. Ora me lo racconta e ne ride. Sono passati più di trent’anni, l’11 agosto compie cinquanta primavere, che addosso a lei sembrano un bel vestito. È una dei giornalisti che scrivono di politica più accreditati, una all’antica che crede ancora nello scoop e scarpina lungo il Transatlantico, che non molla mai l’osso. Popolarissima e temutissima da onorevoli e senatori. “Occhio, c’è quella iena della Meli”, senti ringhiare nelle stanze della politica. Lei fiuta la notizia e appizza l’orecchio. Una volta, nella sede del Psi, scoprì che da una finestrella aperta del bagno arrivavano le voci della direzione. “Se salivi in piedi sulla tazza sentivi tutto. Portai con me Mario Stanganelli del Messaggero, che però sulla tazza lasciavamo poco perché era un po’ sordo, e Augusto Minzolini della Stampa. Il Minzo rompeva perché non voleva che io scrivessi le notizie la sera stessa per la mia agenzia, diceva: ‘E io che gli do al mio giornale, la pappa riscaldata?’. Ok, gli dicevo, stai tranquillo. Ma poi alle 21-21,30, quando i quotidiani stavano già  chiudendo, mollavo tutto alle telescriventi della Adnkronos”.
Una bella carogna, non c’è che dire. Impertinente e determinata da sempre. Ne sa qualcosa mamma Giuseppina, che aveva anche un’altra figlia, Paolina, di due anni e mezzo più piccola, ma assai più docile. Il papà , Arturo, era un giornalista affermato: Agenzia Italia, Il Mondo, Corriere della Sera, Il Secolo XIX. Nel 1980 presentò la diciannovenne Maria Teresa, a Silvano Rizza, amico e collega del Messaggero.
La pratica, da esterna, al quotidiano di via del Tritone durò un paio d’anni abbondante, ma la vera carriera cominciò dopo, quando Maria Teresa si iscrisse a un corso di formazione lavoro dell’Adnkronos. “Grande scuola quella dell’agenzia. Soprattutto di una piccola realtà  come l’Adnkronos, un vascello corsaro che lottava contro i giganti Ansa e Italia. Per sopravvivere bisognava ogni tanto fregarli”.
Franco Recanatesi – Giusto. E tu e altri come te non vi facevate pregare.
Maria Teresa Meli – Esatto. Anche se i primi incarichi non furono certo adatti a sciogliermi le briglie. Mi mettevano sulle trattative sindacali, sul pubblico impiego, sulla scuola. Una noia mortale. Io la mattina prendevo la mazzetta e mi abbuffavo di politica. Pastoni, interviste, inciuci: leggevo tutto e sognavo di scriverle io quelle cose. Una passionaccia che mi rapì molto presto. Avevo 14 anni quando mi iscrissi alla Fgci, sezione di Ponte Milvio, assieme a Maria Berlinguer e altre quattro amiche. Nella nostra sede campeggiava una gigantografia di Stalin che quando arrivava in visita Berlinguer veniva accantonata. Il segretario nazionale dei giovani comunisti era Massimo D’Alema, quello romano Walter Veltroni. Ero molto partecipe, frequentavo le riunioni, distribuivo L’Unità  per le strade, fino a quando, con le altre mie amiche fummo accusate di essere delle ‘gruppettare’ per avere partecipato a un collettivo femminista nella sede di Lotta continua. Stracciammo la tessera. La ripresi nel 1978 e la tenni fino al 1984. Non la rinnovai pensando che non sarebbe stato eticamente corretto, per un giornalista che si occupa di politica, essere affiliato a un partito politico. Già , perché nel frattempo avevo convinto Pippo Marra a farmi seguire le vicende politiche. E in particolare, a seguire il Psi.
F. Recanatesi – Tu, una pivellina, neanche professionista, a occuparti del partito più vicino all’agenzia?
M. T. Meli – Me ne meravigliai, se ne stupirono tutti, eppure… Il direttore Pippo Marra mi scelse e lui era il re, l’imperatore, il padre padrone della Kronos. Credeva molto nel talento giornalistico delle donne. Era cattivissimo, ma sapeva usare il bastone e la carota. Ed era pieno di sorprese. A Natale regalava ai giornalisti maschi che avevano figlie femmine un paio di lenzuola. Non si fermava davanti a niente. Quando seppe che Cossiga avrebbe rinviato alle Camere Bettino Craxi, che si trovava a Rimini per il congresso del Psi, telefonò all’aeroporto militare della città  romagnola spacciandosi per un maresciallo di non si sa quale corpo. “Ho bisogno di conoscere l’orario di arrivo di Sergio Berlinguer, consigliere di Cossiga”. “È atterrato mezz’ora fa”, fu la risposta. Pochi minuti più tardi, la Kronos batteva la notizia: il presidente della Repubblica ha fatto recapitare al presidente del Consiglio Craxi una lettera con il rinvio alle Camere del suo gabinetto.
F. Recanatesi – Pippo Marra, l’editore-Richelieu, che nella sua villa di Formello riceveva segretari di partito e presidenti della Repubblica, uomo ombra di Cossiga prima e poi fedele scudiero di Craxi. Craxi che era un po’ il padrone dell’Adnkronos. Scrivere del Psi doveva essere rischioso come attraversare un campo minato.
M. T. Meli – Mi sosteneva la forza dell’incoscienza e della sfrontatezza. Oltre ai preziosi insegnamenti di Guglielmo Gobbi, il caporedattore, non colto ma praticone, giornalista nel midollo, il quale mi raccomandava: “Fregatene delle conferenze stampa, mentre gli altri stanno lì a sentire l’inutile predicozzo tu vai a cercare le notizie”. Tuttavia…
F. Recanatesi – Tuttavia?
M. T. Meli – Qualche problemino c’è stato.
F. Recanatesi – Mi pareva.
M. T. Meli – Non con chi pensi tu. Marra non mi ha mai censurato. I problemi li ebbi con Craxi. Che battaglie! Lui alto, grosso, burbero, insolente; io una ragazza di 26 anni con la faccia di bronzo peggio della sua che gli facevo la posta al Raphael e scrivevo tutto, ogni incontro, ogni bisbiglio. Spesso s’incavolava e telefonava a Marra. Per esempio, quando scoprii il suo appuntamento segreto con il migliorista Napolitano. Era furioso, a Marra non lasciò la minima replica. Il direttore mi metteva al corrente delle proteste e poi concludeva: “Continua a fare il tuo mestiere così come lo stai facendo”. Qualche volta mi mise anche sulle piste del Pci. Beccai la notizia, solo io, della riunione a Botteghe oscure in cui si decise la svolta di Occhetto. Scoppiò un casino. I colleghi, incavolati per il buco, chiesero al segretario di smentire, ma lui non lo fece.
F. Recanatesi – Dal tuo stile immagino che i rapporti con i colleghi non siano stati e forse non sono latte e miele.
M. T. Meli – Dipende, con alcuni sì, con altri meno. Certo, se mi fanno arrabbiare… Faccio un esempio. Durante la crisi Craxi-De Mita, Stefano Marroni, cronista politico di Repubblica, scrisse dell’Adnkronos “l’agenzia socialista”. Io ebbi una notizia molto riservata, la feci uscire a tarda sera, così lui, che chiudeva prima degli altri maggiori quotidiani, la bucò.
F. Recanatesi – Farò attenzione a non farti mai uno sgarbo.
M. T. Meli – Ma no, cosa c’entra. Quando ho cominciato mi sono sempre trovata a fronteggiare colleghi più anziani ed esperti di me. Per la maggior parte maschi. Se volevo navigare in quel mare dovevo tirar fuori le unghie. Anche quando, nel 1992, lasciai l’agenzia per approdare alla carta stampata. Francesco D’Amato mi chiamò al Giorno dove continuavo a seguire il Psi e dopo due mesi esplose il caso Chiesa, cioè l’anticamera di Mani pulite. Il Giorno, giornale dell’Eni, mise la notizia a pagina 23. La redazione decretò uno sciopero. Ugo Intini svegliava D’Amato per protestare contro i miei articoli e D’Amato svegliava me. “Tu hai la mente come Forattini”, mi diceva alludendo al Craxi con gli stivali disegnato da Giorgio su Repubblica. Essendo l’Eni di proprietà  pubblica, tutti si sentivano proprietari del giornale, anche la Dc, anche il Partito comunista. Il Psi, ovviamente, più di tutti, e fra i socialisti più di ogni altro Intini.
F. Recanatesi – Non ho difficoltà  a crederlo. Alla fine degli anni Ottanta andai a Genova a dirigere Il Lavoro, giornale che fino ad allora i socialisti consideravano una personale buca delle lettere. Con il passaggio al Gruppo L’Espresso non era più così e quando una delle vittime del nuovo corso fu la rubrica settimanale di Ugo Intini, ‘La colonna’ a pagina 2, apriti cielo. Intini minaccioso in redazione, un bombardamento di telefonate di piccoli e meno piccoli esponenti del partito, Craxi che si rivolge direttamente a Scalfari (ti lascio immaginare la risposta!). Erano gli anni dell’arroganza socialista, noi giornalisti eravamo chiamati a una sorta di resistenza, a non calarci le braghe. Tu ci riuscivi? Tu che eri additata come una ‘zecca rossa’ con i trascorsi che ti portavi dietro?
M. T. Meli – Me ne sono sempre fregata. Se ti pieghi una sola volta non hai scampo. Ero donna, un po’ più di rispetto lo notavo. E mi alleavo con i forti. Avevo concordato uno scambio di figurine, come chiamavamo il lavoro in équipe con Francesco Verderami del Corriere della Sera e il vecchio compagno di strada Minzolini della Stampa. Anche se qualche stoccatina ce la davamo. Ti racconto questa. Giuseppe Ayala, appena entrato in Parlamento, elabora una teoria sull’omicidio di Falcone: “Lo hanno ucciso per non far eleggere Andreotti presidente della Repubblica”. Verderami mi fa: “Tu lo scrivi oggi di Ayala?”. “Ma no, figurati”. Il mattino dopo Francesco bussa alla porta di Paolo Mieli, il suo direttore, e gli fa: “Ho avuto una conversazione interessante con Ayala a proposito della morte di Falcone”. La risposta fu gelida: “L’ho appena letto sul Giorno”.
F. Recanatesi – Una carogna. Fortuna che sul servizio non ci siamo mai incontrati. Com’erano i tuoi rapporti con i principali personaggi politici di quegli anni, Ottanta-Novanta?
M. T. Meli – Con Craxi diciamo altalenanti. Buoni con Martelli, ottimi con Signorile, che facendo parte di una finta minoranza parlava a ruota libera e quindi veniva quotidianamente spolpato da noi cronisti. Superficiali con De Michelis, che si muoveva sempre con un folto codazzo di persone. Pessimi con Giuliano Amato: mi disse una cosa non vera a proposito della grande riforma istituzionale. Se non vuoi rispondere ci sto, ma se mi rifili una polpetta avvelenata allora sei scorretto.
F. Recanatesi – Sponda Pci o come si chiamerà  dopo?
M. T. Meli – Ho avuto un buon feeling con Occhetto, simpatico, corretto, lui sì. Da Veltroni grande cordialità , ma mai una notizia. Con D’Alema – abitiamo nella stessa via – rapporti alternanti: ci davamo del tu, poi da presidente del Consiglio ha preso a darmi del lei; quando ci incontriamo per strada mi saluta in quanto vicina di casa, ma alla Camera in veste di giornalista neanche un cenno col capo. Forse perché si offese quando sulla Stampa sottolineai una sua gaffe: mostrando, da premier, le sale di Palazzo Chigi a un gruppo di giornalisti, attribuì a Poussin un quadro di un pittore di cui ora non ricordo il nome, nato 150 anni dopo.
F. Recanatesi – Madame Perfidia arriva dunque alla Stampa. 1994, l’anno della discesa in campo di un certo Silvio Berlusconi, di cui un lungimirante Giuseppe Turani scrisse “l’è minga un pirla”.
M. T. Meli – Dopo due anni al Giorno mi chiamò Ezio Mauro. Alla Stampa rimasi quasi dieci anni, i più divertenti della mia carriera. Non tanto per la comparsa di Berlusconi, piuttosto perché fra i 30 e i 40 anni hai ormoni e adrenalina a mille. E anche perché nella redazione romana venne a crearsi un gruppo straordinario: affiatato, spassoso, votato al cazzeggio quotidiano. Erano quelli della stanza ‘Capalbio’, i radical chic: Filippo Ceccarelli, Pigi Battista, Minzolini, Maria Laura Rodotà . L’altra stanza della redazione era chiamata ‘Tien’anmen’, ti lascio immaginare perché: c’erano Giovanni Bianconi, Ciccio La Licata, c’ero io che però passai presto con quelli di ‘Capalbio’. Un’atmosfera irripetibile. Era un bel lavorare.
F. Recanatesi – Anche Mauro approda a Roma, sponda Repubblica. Alla Stampa arriva Carlo Rossella. Due concezioni opposte del giornale. Com’era La Stampa di Rossella?
M. T. Meli – Più leggero, più frivolo. Ma lui, Carlo, era molto simpatico. Gli piaceva raccontare alla redazione storie vissute molto divertenti, anche se noi ritenevamo al novanta per cento false. Una volta ci disse che lui in Argentina faceva il lettore per Borges, vecchio e quasi cieco; e che quando due signore lo vennero a trovare, sostituì i cioccolatini del tè con dei preservativi. “Borges ne mise in bocca uno, le sue ospiti inorridirono”. E rideva, Carlo, rideva. Ebbe l’infelice idea, Rossella, di mandarmi sulle piste di Berlusconi appena entrato in politica, che all’Eur aveva convocato una sontuosa convention di Forza Italia. Scrissi che passava di tavolo in tavolo come una sposa. Ufficialmente non fui ripresa, ma rimase l’unico mio servizio sul Cavaliere.
F. Recanatesi – Fino all’avvicendamento di Rossella con Marcello Sorgi. Con il quale, però, rimanesti poco perché nel 2003 passasti al Corriere della Sera.
M. T. Meli – Mi telefona Stefano Folli: voglio assumere te e Aldo Cazzullo. La cosa mi stuzzicava. Avvisai Sorgi, il quale si turba e chiede l’aiuto di Agnelli. Due giorni dopo mi viene proposto un aumento di stipendio, ma per non correre rischi, metà  subito e metà  dopo sei mesi.
F. Recanatesi – Come il paio di scarpe in regalo ai napoletani del comandante Achille Lauro: una subito, l’altra dopo le elezioni se verrò eletto.
M. T. Meli – Esatto. Andammo via subito, prima Aldo poi io. Anche se, da parte mia, con molto dispiacere. Ma come dire di no al Corrierone?
F. Recanatesi – Eccoci nel primo giornale d’Italia. Eccoci ai tempi moderni del giornalismo. Stesso modo di lavorare di sempre per voi cronisti politici o metodi diversi? Quanto ha inciso su di voi un primattore come Berlusconi?
M. T. Meli – Fino a tre anni fa bivaccavo nel Transatlantico da mattina a sera. Non pranzavo, un panino alla buvette e via per il terrore di perdermi qualcosa. Ora ci vado ogni giorno, ma generalmente solo il pomeriggio. Oggi contano di più i rapporti personali, le notizie ti arrivano per telefono e per e-mail. Il controllo della situazione è più semplice: nella Dc, nel Psi, nel Pci erano in tanti, adesso i personaggi sono sempre gli stessi. Fortuna che la monotonia mi allarma, mi protegge la paura di prendere un buco. Mi è capitato, sai. È capitato anche a me che mi sono sempre calata nella parte della stronza rompiballe. Uno che mi brucia ancora è Bertinotti che voleva togliere l’appoggio al governo Dini. Qualcuno lo seppe il giorno prima della decisione ufficiale, io no.
F. Recanatesi – Porta dei vantaggi essere una giornalista donna nei palazzi della politica?
M. T. Meli – Le parlamentari si sentono rassicurate. Ho buonissimi rapporti con molte di loro, la Carfagna, Beatrice Lorenzin, la Meloni e tante altre. L’approccio con i politici maschi, se non sei un mostro, è più facile. Poi ti accorgi che il maschilismo impera, trovi quello che ci prova… Ma io sono abbastanza una bestia, non mi imbarazzo. Ora, dopo il caso Ruby e i vari bunga bunga, stanno più attenti. Cerco di non dare troppa confidenza, per abitudine non li frequento. Nessun rimpianto. Li trovo tutti, compresi quelli non brutti, grossolani nei tratti e nei modi. Io e le mie amiche diciamo sempre che i parlamentari sono più brutti degli umani che si vedono davanti alle fermate degli autobus. Per dire che sono sotto la media. I pochi simpatici e colti non sono certo affascinanti. Questo vale anche per il passato. Ricordo quando piaceva tanto Martelli e io lo trovavo un po’ come Truman Capote, un bambino avvizzito.
F. Recanatesi – Forse peserà  anche, nel confronto che non mi pare proprio semplicissimo con l’attuale classe politica, anche la tua connotazione: ex Fgci, ex Pci.
M. T. Meli – Ti fermo subito. L’ultimo voto all’Ulivo l’ho dato nel 1996, poi dai seggi ho sempre girato alla larga. Nel Pd c’è chi è convinto che io sia vendoliana, chi veltroniana e persino chi mi ritiene berlusconiana dopo un intervento a ‘Omnibus’ contro la lobby dei magistrati. Per il Pdl sono naturalmente una pericolosa comunista. Tutto questo mi inorgoglisce: vuol dire che faccio bene il mio mestiere.
F. Recanatesi – Profezie. Berlusconi.
M. T. Meli – Siamo vicini alla fine del berlusconismo. Nel 2013 ci saranno per forza dei cambiamenti, nuove dinamiche, nuovi personaggi.
F. Recanatesi – I giornali.
M. T. Meli – Dovremo rassegnarci, ci si sta spostando dal cartaceo. Io giro con l’iPad, mi ha cambiato la vita. I miei figli, Benedetta di 28 anni e Tommaso di 13, due diverse generazioni, si informano su Internet. Gli unici giornali che vedo girare all’università  sono i freepress.
F. Recanatesi – I giornalisti della politica.
M. T. Meli – Connessioni col potere ci sono sempre state. Durante la Prima Repubblica giravano anche soldi, ora c’è appartenenza: per acquisire vantaggi professionali o perché proprio ci credono. Ho dato diversi buchi sul Pd non per mia abilità , ma perché alcuni colleghi si autocensuravano. L’unico giornale importante che non mi ha mai cercata è stato Repubblica. E sai perché? Sono troppo svincolata.

Intervista di Franco Recanatesi

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