15 dicembre 2011 | 10:01

Non voglio edicolanti con le pezze al culo – Intervista ad Armando Abbiati, presidente nazionale di Snag Confcommercio (Prima n. 421, ottobre 2011)

Non voglio edicolanti con le pezze al culo
Il presidente dello Snag chiede maggiore collaborazione agli editori e punta ad allargare ad altri prodotti la vendita nelle edicole
“Così non si va avanti, serve qualche sorriso in più, un po’ di umiltà , e la volontà  di sedersi a un tavolo per discutere del futuro di tutta la filiera dell’editoria”. Se si avvia un discorso sullo stato delle edicole è davvero difficile arginare Armando Abbiati, da 17 anni presidente nazionale dello Snag Confcommercio, il sindacato nazionale autonomo giornalai.
Milanese, nato in via Sant’Andrea angolo via della Spiga, parrocchia di San Babila (“Mio fratello è stato battezzato in Duomo”), tutta la sua vita si è svolta praticamente nel centro della città . Dopo il liceo l’accademia di Brera e, appassionato di fumetti, frequenta anche la scuola comunale del Castello. “Poi, in famiglia non c’erano tanti soldi e sono dovuto andare a lavorare”, racconta Abbiati. “Papà  ha sempre lavorato nel settore alberghiero e della ristorazione. Ha diretto l’Hotel Milan, poi il Motta di piazza Duomo e l’Alemagna di piazza San Babila. Nel frattempo mio fratello con alcuni parenti ha acquistato Peck, lo storico negozio milanese di gastronomia. E mi sono appassionato di cucina tanto da vincere una medaglia d’oro a livello nazionale”.
E le edicole? “Quelle sono entrate nella mia vita perché a Milano non potevano esserci due Peck e non si poteva aprire un negozio del genere a Roma”, spiega Abbiati. “Così, mi sono guardato intorno e ho cominciato ad acquistare edicole sperimentando situazioni diverse: una in provincia, un’altra nel centro città  e la terza in una stazione della metropolitana. Mi sono fatto una cultura sulle diverse caratteristiche di vendita. Soprattutto, ho presto iniziato ad appassionarmi a questa incredibile capillare rete di vendita sparsa sul territorio. Le sue potenzialità  sono davvero grandi e se anche gli editori ci credessero potrebbe dare un contributo determinante per uscire dalla crisi di settore”.
Abbiati ne ha per tutti: editori, distributori nazionali e locali. Anche con i giornalisti e i direttori che “non conoscono come funziona la distribuzione e dovrebbero fare un giro di notte per imparare”.
“Ma lei sa quante edicole sono in vendita oggi a Milano? Centinaia!”, sbotta. “Le agenzie di intermediazione non accettano più mandati a vendere. Una volta per acquistare un’edicola dovevi dare il 50% in contanti con il saldo in tre anni. Ora, se riesci a trovare qualcuno, basta il 10% in contanti, il resto in sette anni. Certo, se hai un punto vendita in zona centrale, magari in metropolitana, il discorso è diverso. Si guadagna, ma devi lavorare sodo, anche la domenica. E devi avere un giro di famiglia, che si alterni al banco”.
“Oggi a un edicolante medio dopo le tasse arrivano in tasca meno di 30mila euro all’anno. Che, visto il tipo di lavoro, quasi sempre devi dividere per due. Con le pezze al culo, chi avrà  tempo e voglia di occuparsi dei problemi dell’editoria? Sempre più edicole vengono gestite da stranieri, che pensano di dedicare maggiore spazio ad altri prodotti. Qui a Milano, ce n’è una a due passi dal Duomo: metà  l’hanno comprata dei cinesi che vendono souvenir. Ora si possono mettere le slot machine, rendono, quindi via i giornali per fare spazio ad altro”.
Prima – Immagino come saranno contenti gli editori.
Armando Abbiati – Non so che cosa abbiano da ridire. Gli editori hanno fatto un enorme errore, molto difficile da riparare. Prima avevano una rete dedicata 12-14 ore al giorno e la domenica fino alle 13. Oggi non è più così. Gli editori hanno tradito.
Prima – Non la metta sul melodrammatico.
A. Abbiati – Lo vada a dire agli edicolanti, dopo che gli editori hanno fatto una serie di programmi senza, non dico consultare, ma neanche avvisare la rete di vendita. Vogliono fare abbonamenti scontati? Okay, ma perché non parlarne con gli edicolanti, con quelli che distribuiscono il loro prodotto? Vogliamo parlare dei cosiddetti ‘panini’, due giornali in uno, spacciati come forma di promozione, che va avanti per mesi? Perché non concordare queste iniziative con il punto vendita, coinvolgendolo con un’operazione sorriso? Se pensi solo a fargli concorrenza, non è tradimento? Nessuno si oppone a che il lettore trovi il giornale sullo zerbino quando si alza al mattino, ma perché non accompagnare l’iniziativa con una serie di operazioni di fidelizzazione in edicola? Invece, gli editori agiscono in maniera violenta, unilaterale. Mi sembra che non riescano a capire che l’edicolante è un imprenditore. In caso contrario non mi costringerebbero ad aprire alle 7 della domenica senza pensare che la mia motivazione è il ‘cassetto’.
Prima – Si riferisce all’incasso.
A. Abbiati – Sì, è il ‘cassetto’ che fa azienda e l’edicolante apre per quello, non per fare un piacere all’editore che lo vorrebbe perennemente al suo completo servizio per distribuire il suo nobile prodotto. Certo, stiamo parlando di un prodotto particolare che fa informazione e cultura ed è indispensabile alla democrazia di un Paese, ma l’idea del servizio pubblico non deve essere solo a carico degli edicolanti. In provincia di Bari c’era un’edicola che ogni giorno vendeva 20 copie di quotidiani: troppo poche, non valeva la pena, e il distributore locale ha deciso di tagliarla fuori dai suoi giri. Qui sta il servizio pubblico?
Prima – È un problema di sistema.
A. Abbiati – Certo. Bisogna chiarire alcune situazioni. La regola in vigore dice che l’edicolante deve pagare quotidiani, settimanali e mensili. In pratica, l’edicola funziona da finanziaria per il distributore locale, che poi versa al distributore nazionale. Alla fine i soldi arrivano all’editore. Quando l’edicola riceve 10 copie di un mensile che costa 4 euro, tolto il 20% del suo aggio, versa 32 euro maledicendo in cuor suo il distributore perché sa che ne venderà  tre, al massimo quattro copie. Inutile chiedere di averne solo cinque, la risposta è la solita: il numero di copie da distribuire lo decide l’editore. Così, un’altra edicola che riceve cinque copie dello stesso giornale e dopo tre giorni le vende tutte, se ne chiederà  altre riceverà  in risposta: esaurite. E l’editore si troverà  una quantità  di resi.
Prima – Soluzioni?
A. Abbiati – Nessun distributore locale avrà  mai l’accortezza di tenere una scorta per rifornire le edicole che chiedono altre copie. Quelle di scorta dovrebbe pagarsele lui: meglio distribuirle tutte quante, anche dove non serve. Però, gli editori pagano quello che ritengono essere un servizio. Sarebbe meglio ridiscutere questo meccanismo. Un editore dovrebbe essere libero di mandare un giornale alle edicole in conto deposito. L’edicolante non pagandolo forse non lo metterebbe ‘in resa’ il prima possibile. Gli esempi di mancata collaborazione nella filiera sono innumerevoli. Si va dai tabulati di consegna in cui un giornale viene indicato con un nome diverso da quello che ha in testata, fino a prodotti al limite – è un eufemismo – delle regole che, tra l’altro, impongono a un periodico di avere la data di uscita. Si può anche ricicciare un giornale di tre anni fa, ma lo dovresti far pagare meno e, soprattutto, essere trasparente.
Prima – Lei se la prende con i distributori locali, ma anche loro non se la passano bene.
A. Abbiati – Sì, in 3-4 anni hanno chiuso una ventina di aziende. E vado per difetto. Le loro aree in genere sono state assorbite da colleghi confinanti che spesso per ottimizzare i costi razionalizzano la struttura, anche se prima servivano 100 edicole e ora 200. Capisce perché chiediamo che si collabori per rendere più efficiente la filiera in modo che tutti ci guadagnino?
Prima – Molti problemi si risolverebbero con l’informatizzazione delle edicole.
A. Abbiati – Siamo in ritardo non per colpa nostra. L’informatizzazione delle edicole darebbe una grossa mano. Con una circolazione rapida dei dati ci guadagneremmo tutti. Il sistema funzionerebbe sicuramente meglio. Dal 2009 forniamo su www.snagnazionale.it, il nostro sito – che comprende anche un tg – il servizio ‘TrovaResa’ in cui è possibile individuare tutte le testate che arrivano nelle edicole, agevolando il lavoro al momento del richiamo della resa ed eliminando il più possibile il rischio di contestazioni in caso di dimenticanze. È un servizio che dovrebbero fare probabilmente gli editori, ma che ci accolliamo noi. Potremmo finanziare alle edicole anche il costo di un computer e della connessione. Non chiediamo soldi. Gli editori potrebbero sviluppare una serie di servizi per le edicole, ad esempio anche per la gestione degli abbonamenti. Ci si lamenta perché costa troppo inviarli per posta, senza neppure sapere se e quando arriveranno. Mentre si potrebbe scegliere il punto vendita informatizzato dove far trovare il suo giornale all’abbonato, dotandolo di un tesserino. Ci vuole così tanto? Si possono prevedere forme di micropagamento, borsellini elettronici, carte di credito. Facciamo un’area test. Così ritroviamo la voglia di provarci, smettendola di piagnucolare sulla crisi.
Prima – A che cosa si riferisce?
A. Abbiati – A quel continuo piangersi addosso sulla pubblicità  che cala, sulle diffusioni che scendono e sui new media che dilagano. Se l’editore avesse la pazienza di stare due ore in edicola a osservare il flusso dei clienti e verificare che cosa chiedono, forse farebbe meglio i suoi prodotti. Gli verrebbero delle idee. Il settore non cura il punto vendita, quindi il cliente. Guardi negli altri settori: la carta che fidelizza, i punti premio…
Prima – E che cosa vuole adesso il cliente?
A. Abbiati – Non è il mio mestiere fare l’editore, ma ricordo quando una decina di anni fa l’editoria ebbe l’idea dei libri allegati ai giornali. Qualcuno ha raggiunto il milione di copie vendute in edicola. Roba che le librerie ci mettono dieci anni… Bravi gli editori! In quell’occasione le edicole dimostrarono di essere un canale valido di distribuzione. Quindi, perché non allegare prodotti di largo consumo per le promozioni? Ci pensa se la mattina l’edicolante distribuisse insieme al giornale cialde di caffè, oppure, come ci hanno proposto, buste di riso precotto? Iniziative che farebbero contenti produttori, editori, distributori e edicolanti. Sarebbero felici anche i lettori. Gli edicolanti potrebbero diventare degli ottimi promotori pubblicitari, distribuendo anche prodotti mirati per tipologia di cliente. Non si ritiene ce ne sia il bisogno? Bene, noi intanto cominciamo a vendere altri prodotti. I punti agli angoli delle strade li abbiamo noi.
Prima – Avete già  iniziato con la Sisal trasformando l’edicola in una ricevitoria.
A. Abbiati – È un modo per far guadagnare di più l’edicolantre, ma anche per far venire più gente in edicola. E gli editori si arrabbiano pure. Per fare incassi bisogna avere gente in negozio e farla avvicinare al banco. Insomma, bisogna fare in modo che l’edicola attiri sempre più persone.
Prima – Anche i supermercati sono pieni di gente.
A. Abbiati – Io non sono contrario ai supermercati, ma al sistema che ha portato i giornali nei supermercati.
Prima – Cioè alla liberalizzazione.
A. Abbiati – Lei ne sa qualche cosa? La manovra di Tremonti dice che da gennaio non ci sarà  più bisogno di licenza. Liberi tutti? Se è così, potrò decidere per esempio che non voglio vendere Prima Comunicazione. Poi, oltre alle testate, sceglierò a che ora aprire. Certo, anche l’editore potrà  distribuire il suo giornale dove vorrà , anche in cartoleria o dal benzinaio. Ovviamente sto facendo discorsi al limite, ma che cosa aspetta la Fieg ad affrontare con noi questo problema? Non è forse meglio fare fronte comune e avanzare proposte al governo? Aprire altre 5mila edicole, o toglierne altrettante? Vogliamo affrontare il problema dell’ottimizzazione della distribuzione e della resa, il ‘tumore’ del sistema? Il giornale diffuso nel maggior numero di punti vendita è La settimana enigmistica, che arriva a 26.500 edicole sulle 35mila esistenti. Giustamente è inutile mandarla dove nessuno la richiede. Davvero serve aumentare i punti vendita?
Prima – Alla fine, il vostro problema è la licenza.
A. Abbiati – A mio parere la licenza è sinonimo di programmazione, di controllo e di intelligenza: avere un’edicola distante almeno 300 metri dall’altra, aprirne una dove nasce un nuovo quartiere e toglierne un’altra dove un isolato è stato demolito. Forse con ‘liberi tutti’ si pensa a un nuovo ruolo della grande distribuzione. Io ho un’esperienza anche di questo settore. Ma se ci fossi ancora non venderei i giornali. Li regalerei. Un quotidiano ogni 10 euro di spesa, un settimanale ogni 20 euro e un mensile ogni 30 euro. Non occuperei dieci metri di uno spazio di grande valore per farmi anche rubare dei prodotti che poi devo pagare. Non sto facendo un discorso corporativo. Ritengo che l’edicola faccia un servizio sociale. Vive di un margine, della percentuale sul prezzo che l’editore impone, non può scegliere che testate tenere e nemmeno il loro numero. Se vive su un margine non è un commercio. Quindi, sta all’editore o decidere di uccidere questa attività  o farla vivere programmandola insieme agli interessati, che non se ne staranno passivi.

Intervista di Carlo Riva