15 dicembre 2011 | 11:07

Il ‘Corriere’ ospitale – Intervista a Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera (Prima n. 421, ottobre 2011)

Il ‘Corriere’ ospitale
“Questo giornale è un tavolo aperto al confronto e al dialogo tra opinioni diverse che si rispettano”,
dice il direttore Ferruccio de Bortoli, ribadendo la linea del Corriere contraria alla delegittimazione morale dell’avversario fatta da destra e da sinistra. E racconta il suo impegno nello sviluppare il dialogo tra laici e cattolici perché “se non ripartiamo dai valori, dall’etica civile, questo Paese è morto”
Passa il tempo e i grandi giornali diventano tecnologizzati come il ponte di comando dell’astronave di ‘Star Trek’. Non tutti, però. Atterri a via Solferino 28 al palazzo del Corriere della Sera e ti sembra di visitare un museo risorgimentale. Scala di marmo, porte di legno pesante, parquet, e tanto per farti capire che stai entrando nella ‘Storia’, nell’attesa di incontrare il direttore Ferruccio de Bortoli, ti accolgono nella leggendaria Sala Albertini, una lunga stanza con un tavolone da almeno 30 posti dove da più di un secolo si officiano le riunioni di redazione. Niente televisioni, niente megaschermi, solo un computer e le solite vecchie lampade di ottone.
Anche la stanza del direttore è un monumento nazionale dove cambiano gli uomini e mai le cose. La grande scrivania di mogano, la libreria con l’immancabile Treccani, le poltroncine e il divanetto in cuoio capitonné. Una stanza di pochi metri quadrati e decisamente austera, segno di eleganza e sobrietà , che poi sono gli elementi che hanno segnato e continuano a segnare lo stile delle colonne del Corrierone, del Corsera o del Corriere come diavolo lo volete chiamare, e che rimane il giornale in cui si concentra e raffina la cultura borghese e imprenditoriale lombarda, ancora in grado di istruire, educare e contagiare il resto del Paese.
E pensare che tutta questa ‘Storia’ solo qualche settimana fa ha corso il rischio di essere cancellata con un ridicolo frego di matita ragionieristico. È stato quando alcuni azionisti di peso di Rcs MediaGroup si erano messi in testa che, visti i bilanci ancora in perdita del gruppo e le poco scintillanti prospettive della crisi economica, si sarebbe potuto ben capitalizzare vendendo la grande area immobiliare occupata da Corriere e Gazzetta tra via Solferino e via San Marco, piazzando le due redazioni nel nuovo grande edificio appena inaugurato in via Rizzoli, periferia a nord-est della città  dove sono già  traslocati tutti gli uffici dei manager (in un altro palazzo a torre avevano già  trovato posto i periodici e i libri). Che è come se a Gianni Alemanno, per far quadrare il bilancio della capitale, venisse in mente di vendere il Colosseo.
De Bortoli e il presidente Piergaetano Marchetti, insieme ad altri azionisti, sono però insorti e per il momento le vecchie stanze che hanno contribuito al mito del Corriere sono state messe in sicurezza, almeno fino a quando il giornale continuerà  a rappresentare un grande valore per la sua reputazione di ‘primo quotidiano italiano’, oltre che un contributo economico indispensabile per le casse del gruppo Rcs.
E per due tifosi del Corsera come de Bortoli e Marchetti non poteva capitare periodo migliore per rispondere alle rivendicazioni economiciste degli azionisti. Il giornale, a due anni e mezzo da quando de Bortoli è tornato a dirigerlo, sta infatti vivendo un momento felice dopo un periodaccio. Tutti ricordano quell’indimenticabile aprile del 2009 quando gli scenari della politica italiana subirono un vero e proprio terremoto, le cui conseguenze ancora si avvertono. Fu allora che Repubblica raccontò la bizzarra presenza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla festa di compleanno di Noemi Letizia.
Fu quello l’inizio di uno spietato scontro politico che ha visto prevalere un giornalismo schierato con Repubblica, ben piazzata sul fronte degli antiberlusconiani, e Il Giornale, rianimato dall’arrivo di Vittorio Feltri, chiamato a tenere botta per gli amici del Cavaliere. Non che il Corrriere non facesse la sua parte, al punto che il presidente del Consiglio, a sprezzo del ridicolo, lo aveva addirittura additato come foglio della sinistra antigovernativa. Il punto però è un altro. Via Solferino da una parte raccontava e commentava il deteriorarsi dello scenario politico irritando – e non poco – il borghese lombardo all’epoca ancora filoberlusconiano. Dall’altra, però, le sue penne non erano a sufficienza crudeli da catturare i lettori anticavaliere, monopolizzati da Repubblica.
Negli ultimi mesi con l’incarognirsi della situazione economica e politica il Corriere ha però ritrovato il proprio ruolo di quotidiano bussola della borghesia e della classe dirigente. Ne sono testimonianza il recupero di copie in edicola ma soprattutto la politica editoriale del direttore che mira a riconquistare quel ruolo sostanziale all’interno della politica nazionale che ha segnato la storia del quotidiano dai tempi della gloriosa direzione Albertini. Vediamo come.
Prima – Nella grande valle di lacrime in cui ci troviamo, la buona notizia è che i grandi giornali hanno ripreso a vendere. E il Corriere mai come negli ultimi anni.
Ferruccio de Bortoli – È vero, le cose in edicola in questi mesi vanno decisamente meglio. E c’è anche da tenere conto delle copie in abbonamento su iPad che non vengono conteggiate dall’Ads e che arrivano ormai a 27-28mila. Mica poche. Credo si possa dire che abbiamo superato la difficoltà  in parte legata all’aumento del prezzo, ma il dato fondamentale è che è cambiata l’opinione pubblica. Fino a poco tempo fa soffrivamo di una feroce polarizzazione e sembrava che l’opinione pubblica si dividesse tra quanti sostenevano acriticamente Berlusconi e gli altri che lo volevano mandare a casa se non vederlo addirittura morto. Adesso mi sembra che cominci a premiare la nostra moderazione.
Prima – Beh, moderati fino a un certo punto. Il Corriere gli ha dato sotto con la giudiziaria e le intercettazioni; la vostra Fiorenza Sarzanini non perde un colpo e si permette anche di fare le bucce alla procura di Napoli. Massimo Mucchetti prende a bastonate la Fiat, mentre lei a luglio ha scritto della “ridicola e preoccupante litania dei distinguo e delle promesse di togliere questo o quell’aspetto della manovra per compiacere fette di elettorato o clientele”. E non smette di invitare il governo a togliere il disturbo.
F. de Bortoli – Esprimiamo le nostre opinioni. Forse con maggior nettezza rispetto al passato, ma sempre mantenendo una caratteristica fondamentale del Corriere della Sera, che è appunto quella di ospitare pensieri diversi. Questo giornale è un tavolo aperto al confronto e al dialogo tra opinioni che si rispettano reciprocamente. Questo abbiamo fatto anche quando le due fazioni si guardavano in cagnesco ed erano pronte a sbranarsi.
Prima – Con il risultato che la società  è stata a lungo spaccata in due.
F. de Bortoli – È che è mancato lo spazio al centro. Quando parlo di centro non mi riferisco al luogo della politica ma a quella zona in cui idee diverse si incontrano e si misurano. Credo che la funzione del Corriere sia stata proprio questa. Funzione che ora decliniamo con una grande attenzione al rapporto fra laici e cattolici.
Prima – Tutto è stato innescato da un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, seguito da Giuseppe De Rita e da Andrea Riccardi, fondatore della Comunità  di Sant’Egidio e uno dei laici più autorevoli del mondo cattolico. E poi il Corriere ha dato molto spazio al forum delle associazioni cattoliche che si è tenuto il 17 ottobre a Todi, dove c’era anche lei.
F. de Bortoli – Noi abbiamo tenuto conto di quanto stava emergendo e cerchiamo di favorire un diverso dialogo, un diverso incontro tra laici e cattolici, stimolando anche il dibattito all’interno del mondo cattolico, che esce dall’era Ruini e dall’era Berlusconi. Pur rimanendo sempre nel solco della nostra tradizione liberaldemocratica, ci siamo proposti come tavolo aperto a tutti perché riteniamo che lo stato della politica e lo stato di salute della società  dipenderà  anche dal dialogo che ci sarà  tra il mondo cattolico e gli eredi della tradizione liberale e riformista.
Prima – C’è chi, come Antonio Socci, ha già  espresso la sua diffidenza nei confronti di un giornale laico, come il Corriere, che apre ai cattolici.
F. de Bortoli – Sono persuaso che se non ripartiamo dai valori, dall’etica civile, questo Paese è perduto. Quindi sono convinto che possiamo svolgere una funzione professionalmente corretta e socialmente utile proponendoci come un tavolo di accoglienza delle varie opinioni, in modo che i partecipanti si pongano in ascolto dell’altro. Finora è stato un talk show continuo di frasi fatte, privo di approfondimento culturale, dove le persone vanno alla ricerca degli ingredienti che giustificano i propri pregiudizi. Ritengo che il Corriere abbia la funzione storica di mettere in moto e in comunicazione varie parti della società  affinché si possa costruire un clima civile di maggiore tolleranza e solidarietà . È in quel clima civile che si possono creare le politiche.
Prima – Lei si è sempre chiamato fuori dal grande scontro tra gli amici e i nemici di Berlusconi.
F.de Bortoli – Una delle caratteristiche di questi ultimi tempi è stato il vociare indistinto. È stato l’urlo, non è stato l’ascolto. È stata la corsa alla delegittimazione morale dell’avversario, fatta da destra e da sinistra, alla quale per fortuna il Corriere, che ha pure tantissimi difetti, non ha partecipato. Abbiamo mantenuto la nostra identità , abbiamo cercato di rappresentare, di parlare al pubblico moderato che sta nei vari schieramenti: al ceto medio, alla borghesia produttiva, alle piccole imprese, ai professionisti.
Prima – Facendo anche da megafono alle loro rivendicazioni.
F. de Bortoli – Merito anche di Dario Di Vico, le cui inchieste hanno dato voce all’Italia che lavora, produce e investe. Che non merita questa immagine, sovrastrutturale del governo.   Un’Italia che ha la tripla A, nonostante per le agenzie di rating il Paese non ce l’abbia.
Prima – Diciamocela tutta, vi state preparando al dopo Berlusconi.
F. de Bortoli – In quest’ultima fase abbiamo criticato Berlusconi, ma con una piccola differenza rispetto agli altri. Siamo convinti infatti che la fine di questo ciclo, che non è privo di aspetti positivi e che avrà  prima o poi bisogno di un giudizio storico, debba avvenire senza incendiare l’edificio civile e istituzionale. Senza forzare le regole, già  poco rispettate in questo Paese. È per questo che sosteniamo che debba essere la maggioranza a porre il problema della propria sopravvivenza dopo Berlusconi. Perché sarebbe un vulnus per il Paese se anche la rappresentanza di centrodestra venisse trascinata nel baratro insieme al proprio fondatore, rappresentando una parte della società  non proprio marginale.
Prima – Nella contrapposizione cieca mi pare una missione impossibile ritrovare le ragioni dell’unità .
F. de Bortoli – Compito di questo giornale è costruire e trovare occasioni di quell’unità , facendo ovviamente il nostro mestiere, che è quello di pubblicare le notizie. Anche quando sono sgradite ai nostri azionisti.
Prima – Stando a quanto filtra, le loro discussioni sembrano un po’ lontane dai problemi veri del giornale.
F. de Bortoli – Io devo ringraziare gli azionisti perché mi hanno lasciato lavorare in piena libertà .
Prima – Per esempio permettendo le tirate di Mucchetti.
F. de Bortoli – È vero. Massimo Mucchetti ha criticato in maniera costante le scelte di Sergio Marchionne e della Fiat. E molte altre cose sono risultate sgradevoli anche per altri azionisti.
Prima – Lei è così severo nel concedere spazi tanto che un suo azionista, Diego Della Valle, ha dovuto comperare delle pagine pubblicitarie per pubblicare un editto contro il governo.
F. de Bortoli – Penso che Diego Della Valle abbia fatto bene a esprimere la propria preoccupazione e scontentezza, anche se io avrei usato una forma diversa. È positivo che la società  civile si impegni in politica, mentre continuo a pensare che la scesa in campo di imprenditori costituisca un elemento di debolezza, e non di forza, del nostro sistema politico. Quindi, non so cosa farà  Luca di Montezemolo, però…
Prima – Ma ritorniamo ai suoi azionisti, che sembra che litighino molto tra di loro mentre lei continua a fare come vuole.
F. de Bortoli – Io non posso che ringraziarli perché nella loro varietà  mi hanno lasciato lavorare e hanno reso possibile investire in nuove iniziative, anche dopo una ristrutturazione estremamente severa. Una cosa difficilmente ipotizzabile solo tre anni fa. D’altra parte, l’elemento di complessità  è costituito dal fatto che con molti azionisti raggruppati in un patto di sindacato così ampio e così vario la sintesi editoriale risulta difficile. Ma su questo io non entro…
Prima – È certo che al Gruppo L’Espresso la catena decisionale è più corta: Carlo De Benedetti fa le sue scelte dopo aver consultato solo Monica Mondardini, il suo amato amministratore delegato.
F. de Bortoli – Il problema per Rcs è che oggi i tempi dell’editoria classica non sono più compatibili con la necessità  di prendere decisioni e fare investimenti nella multimedialità  con un tempismo e una forza prima impensabili. A ogni modo il presidente Piergaetano Marchetti e l’amministratore delegato Antonello Perricone hanno fatto grandi cose. Grazie al loro lavoro questo gruppo ha mostrato una grande vitalità  tra cui una ristrutturazione molto importante. Calcoli che solo al Corriere sono andate via circa 50 persone, e ora siamo anche in condizioni di poterne assumere di nuove. Tutto questo non sarebbe avvenuto – e lo dico con forza – senza l’elevato senso di responsabilità  della redazione, che ha aumentato moltissimo la propria produttività .
Prima – Visti i tempi ci mancava altro!
F. de Bortoli – I giornalisti del Corriere hanno accettato di buon grado i passaggi complessi di un piano di ristrutturazione severo, realizzato con delle uscite volontarie senza che io firmassi una sola lettera di cassa integrazione. Una redazione che soprattutto ha accettato di riscrivere le regole del giornale.
Prima – Il che è considerato da tutti un suo successo personale.
F. de Bortoli – Io ho fatto la mia parte ma il merito è di tutti. Queste regole hanno consentito, per esempio, di lanciare l’edizione di Brescia, e la prossima a Bergamo, e di fare l’inserto La Lettura, che uscirà  a metà  novembre. E soprattutto di avviare quelle iniziative sul web che ci consentono di aumentare e di razionalizzare la nostra offerta. Senza il senso di maturità  e la responsabilità  della redazione non ci saremmo riusciti.
Prima – Credo che nelle stanze di via Solferino sentano ancora il bruciore delle due ‘pappine’ arrivate con la lettera in cui lei annunciava che si doveva cambiar registro. È stato un fatto così rivoluzionario che l’abbiamo pubblicata integralmente sul numero di ottobre 2010. Lei scriveva di “anacronistico impianto di regole pensato nell’era del piombo…”.
F. de Bortoli – Oggi viviamo una condizione notevolmente diversa da quella a cui eravamo abituati e siamo costretti a pensare a nuove iniziative diminuendo i costi perché, con la carta in crisi in tutto il mondo, abbiamo la necessità  di essere presenti sul web e sui vari strumenti moderni di distribuzione dell’informazione. Se non siamo presenti in quei luoghi, rischiamo di non avere più neanche l’immagine sul lato tradizionale. Questo è quello che ho cercato di far capire ai miei colleghi ed è anche quello che mi ha spinto ad avere un account Twitter, dove ho provato l’ebbrezza di essere sul marciapiede ed essere preso a schiaffi da tutti quelli che passano per la Rete.
Prima – Dopo di lei è arrivato anche Ezio Mauro. Avete inaugurato una moda?
F. de Bortoli – Essere su Twitter è una prova di umiltà  per un giornalista e per la prima volta mi sono sentito un po’ agée.
Prima – Lei che non li ha mai amati, si è dunque convertito ai new media?
F. de Bortoli – Più che una conversione, è stata la forza della disperazione. Per quelli della nostra generazione il confronto con le nuove tecnologie costituisce un’apnea continua. È per questo che nei giornali abbiamo bisogno di nativi digitali, per i quali le nuove tecnologie sono il liquido amniotico nel quale sono cresciuti. Avere in redazione solo lo 0,4% dei giornalisti sotto i trent’anni, com’è oggi al Corriere, è un elemento di criticità  molto forte.
Prima – Soluzioni?
F. de Bortoli – Le nuove regole comprese nell’accordo sindacale hanno, per esempio, permesso per la prima volta nella storia del Corriere di assumere per la nuova redazione di Brescia attraverso una selezione via Internet.
Prima – Qualche sindacalista ha parlato di demagogia.
F. de Bortoli – Epperò a Brescia sono entrate persone che al Corriere non conoscevano nessuno. Anche il Cdr faceva parte della commissione di selezione. Certo, abbiamo ricevuto 4mila domande e per il momento le assunzioni sono poche, però attraverso questo sistema potremo far entrare nuovi profili professionali, specialmente sulla Rete in modo da qualificare i portali verticali. Abbiamo bisogno di nativi digitali perché ci deve essere una sorta di ‘reverse mentoring’: siamo noi a dover imparare dai più giovani. Grazie a loro possiamo cambiare il linguaggio, l’offerta e anche la gerarchia delle notizie.
Prima – Parlando del potenziamento dell’on line, come sta andando l’integrazione tra il giornale tradizionale e la redazione web?
F. de Bortoli – Le nuove redazioni di Brescia e di Bergamo saranno totalmente integrate. Qui a Milano, ovviamente le varie redazioni dovranno fornire e valorizzare i loro canali verticali. Stiamo potenziando la redazione del Corriere.it che, tra l’altro, è vicina ai quasi 2 milioni di utenti unici. La differenza con Repubblica, che generalmente è intorno al 10%, si è ridotta con l’arrivo di Milena Gabanelli al 3-4%. Un vero caso di serendipity editoriale, nel senso che sviluppando un sito si è scoperta la potenzialità  di una web tv.
Prima – Milena Gabanelli ha certamente molti fan, il che vi aiuta.
F. de Bortoli – Con la Gabanelli ci conosciamo da tempo e io sono persuaso che sia possibile avviare un filone di inchieste, un ambito che mi interessa sviluppare. C’è anche Ferruccio Pinotti, che ha scritto libri inchiesta ed è nella redazione di Brescia. Comunque, sul web ci siamo un po’ impegnati anche per sviluppare la presenza del Corriere della Sera nelle edizioni locali. Grazie al rapporto con l’agenzia televisiva H24, abbiamo l’opportunità  di avere cronisti con telecamera sul territorio. Anche il supplemento del mercoledì, ‘Vivi Milano’, che è stato potenziato, uscirà  con un suo sito particolare. Poi, c’è il progetto ‘Io cittadino’, una piattaforma di segnalazioni attraverso cui i cittadini potranno assegnare un voto agli esercizi, agli spettacoli… Creeremo anche un blog dei milanesi e stiamo studiando il modo di aprirci alla presenza di comunità  straniere. Sul territorio abbiamo già  dato il via a ‘La mia squadra’, un’iniziativa a cui, soltanto a Milano, partecipano 1300 società  dilettantistiche di calcio. La redazione della cronaca di Milano è stata particolarmente reattiva nello sviluppare queste iniziative. Abbiamo assunto anche due persone, Massimo Rebotti e Rossella Burattino. Anche La Lettura sarà  completamente integrata con un’offerta sul web, sui social network, su Twitter e avrà  un’applicazione dedicata sull’iPad, che riprende la vecchia testata degli anni ’10 e degli anni ’20.
Prima – All’inserto domenicale ci tiene molto. O sbaglio?
F. de Bortoli – È raro che un giornale di carta faccia un inserto culturale per il quale non c’è, come potete comprendere, una grande spinta degli investitori. Si tratta quindi di una scommessa, anche personale. Vogliamo fare qualche cosa di diverso che contamini i linguaggi, che parli delle varie culture. Pensiamo possa essere una forma di evoluzione intelligente a livello europeo di inserto culturale aperto alla interconnettività , che si occupa della cultura in tutte le sue forme, in tutti i suoi linguaggi – senza distinzioni tra cultura alta e cultura bassa – che parla anche ai giovani e che quindi, in qualche modo, riscopre il piacere della lettura nel momento in cui questo piacere viene spesso messo in discussione.
Prima – Se capisco bene, non si tratterà  solo di recensioni.
F. de Bortoli – Assolutamente no. Ci sarà  una parte dedicata alla cultura digitale, e altre riservate alle scienze, alle grandi storie, ai personaggi. Prevediamo anche un diverso modo di dare i voti ai libri e parleremo anche di quelli che non sono usciti. Anche per La Lettura bisogna ringraziare le nuove regole. Senza non avremmo mai fatto un inserto con dei giovani trentenni. La responsabilità  è di Antonio Troiano, sotto la supervisione di Barbara Stefanelli, probabilmente prenderemo anche Serena Danna dalla Domenica del Sole 24 Ore. Già  sono stati assunti Paolo Beltramin dal Giornale e Luca Mastrantonio, un ragazzo molto in gamba.
Prima – Stefanelli è una delle promotrici della ’27esima ora’, la sezione del Corriere.it che sta attirando molto interesse nel pubblico femminile.
F. de Bortoli – E non solo. Barbara Stefanelli supervisiona anche la produzione dei nostri libri, compreso quello di Johannes Bà¼ckler, diventato uno dei fenomeni estivi.
Prima – Che ha preso il nome del Robin Hood tedesco del XVIII secolo per denunciare le storture del fisco.
F. de Bortoli – Posso solo dire che si tratta di un lettore lombardo che per professione conosce i modelli 730 degli italiani. Riguardo ai volumetti, quello su Steve Jobs è stato un successo: siamo alla terza edizione, ognuna di 100mila copie. Siamo soddisfatti di tutti gli istant book che abbiamo fatto su una serie di filoni, come su Bin Laden o lo scudetto del Milan. Così come sono andati bene tutti i manuali fatti dal CorrierEconomia. I colleghi si sono dati un gran da fare. Si tratta di iniziative originali fatte in due giorni.
Prima – Allora perché si lamenta che i giornalisti del Corriere dedicano troppo tempo alla scrittura di libri?
F. de Bortoli – Ah quella vicenda… È stato durante un incontro sindacale sulla pianta organica, che secondo il Cdr non osserviamo. Ho solo fatto notare che, vedendo la produzione letteraria, è difficile sostenere che al Corriere si lavori come in miniera. E ho solo chiesto di non fare il lavoro di scrittore durante l’orario di lavoro. Resta il fatto che la maggioranza della redazione ha reagito moltiplicando in maniera esponenziale il proprio lavoro, ma comprendo le tensioni, visto che con 50 persone in meno produciamo molto di più.
Prima – Le tecnologie hanno cambiato molto il modo di lavorare.
F. de Bortoli – Lo dice a me? Quando ho cominciato io la tecnologia dei quotidiani era rimasta a Gutenberg. Dobbiamo preoccuparci? Non credo, visto che stiamo parlando di tecnologie che hanno bisogno dei giornalisti, che ne rilanciano la centralità  del ruolo obbligandoli a uscire da pigrizie e corporativismi.
Prima – Sembra di leggere un manifesto per il cambiamento della professione.
F. de Bortoli – Noi dobbiamo cambiare il nostro linguaggio, la nostra organizzazione, la nostra gerarchia delle fonti, essere nello stesso tempo tempestivi e accurati. Sta lì la nostra forza. Dobbiamo mettere l’indirizzo e-mail sotto ogni pezzo e rispondere non per cortesia a chi ci scrive ma perché questo attiene alle regole di base della Rete, dove tutti sono sullo stesso piano. Come su Twitter.
Prima – Che mi pare l’abbia traumatizzato.
F. de Bortoli – Uno ha scritto così: ‘dite a de Bortoli che sta mettendo gli hashtag come sempre alla ca**o di cane’. Sono terribili, capisce? Però i miei cinguettii me li faccio io,   non li posso affidare a qualcuno. Se qualche volta scrivo anche delle sciocchezze, pazienza! Del resto questo è diventato un lavoro a tempo pieno: dal mattino presto alla sera tardi, non c’è più sosta.
Prima – Nei momenti difficili la gente vuole capire e cerca serietà .
F. de Bortoli – Noi dobbiamo difendere la nostra immagine e il nostro brand di serietà . Se prende il Corriere della Sera, entra in Corriere.it o nelle varie applicazioni, entra in una casa dove il lettore è un ospite gradito, dove non gli si impone nulla, dove gli si mette a disposizione una serie di ingredienti in maniera corretta in modo che possa formarsi un’opinione ed essere un libero cittadino, non un prigioniero di un disegno, di una visione ideologica della vita politica e sociale. Spero e voglio che questa sia la nostra funzione. Il che non ci impedisce di avere opinioni nostre.
Prima – Come sulla patrimoniale.
F. de Bortoli – Sulla patrimoniale Mucchetti è a favore, io contrario. Sulla legge elettorale ci sono visioni differenti tra Panebianco e Sartori o altri. Trovo che sia una ricchezza del giornale, che così ha una sua polifonia. Poi una sintesi la fa la direzione.
Prima – Come sono i rapporti con il presidente del Consiglio?
F. de Bortoli – Io rapporti con Berlusconi non ne ho più da tempo. E francamente non ne sento la mancanza.
Prima – Con il mondo della politica, maggioranza e opposizione?
F. de Bortoli – Abbiamo avuto diversi problemi con il Pd, soprattutto perché abbiamo fatto molta informazione su tutta la vicenda Penati. Non è piaciuto, e quindi…
Prima – Telefonano, protestano? Mi pare di capire che in passato i politici fossero più arroganti.
F. de Bortoli – Basta tenerli alla distanza dovuta.
Prima – Come va con Tremonti, ex collaboratore?
F. de Bortoli – Conosco Tremonti da tempo e penso che sia una persona per bene che ha commesso degli errori per via del suo carattere infernale che gli fa vedere complotti dappertutto. Con lui ci siamo comportati sempre bene. Ma non posso dire il contrario. Pazienza.
Prima – Anche con la leader della Cgil Susanna Camusso i rapporti non sono idilliaci.
F. de Bortoli – Aspetto ancora una telefonata dopo la vicenda dello sciopero generale durante il quale solo il Corriere non è potuto uscire. Noi abbiamo una rappresentanza sindacale, in maggioranza Cgil, che si è sempre comportata nei confronti del giornale con correttezza, senso di responsabilità  e amore per il prodotto. Molti ex della Cgil ci hanno mandato una lettera firmata da Paolo Cagna, un tempo leader del sindacato interno, in cui sostanzialmente dicevano di essere convinti che la Camusso avesse ragione, aggiungendo però che è stato un errore non fare uscire il giornale, unico caso, durante lo sciopero del 6 settembre. Una fermata che naturalmente ha inciso sui risultati della diffusione di settembre. La Camusso poi è venuta qui a fare un’assemblea ma non ci siamo incontrati. Comunque, per quel che mi riguarda, l’incidente è chiuso.
Prima – E con Cesare Geronzi? Fino a pochi mesi fa era uno dei grandi azionisti del Corriere, lei lo stuzzicò da direttore del Sole 24 Ore pubblicando un’intervista della Gabanelli a Matteo Arpe, su cui l’ex presidente delle Generali aveva dato l’ostracismo.
F. de Bortoli – Quell’intervista mi costò una lite gigantesca con Geronzi. Poi le cose si sono riappacificate. Ora ogni tanto ci sentiamo.
Prima – Il 18 ottobre siete partiti con l’edizione di Brescia, a cui seguirà  quella di Bergamo, due piazze ricche anche dal punto di vista politico, che tra l’altro le differenzia molto: che tipo di informazione volete fare per togliere l’egemonia ai due giornali leader dell’area?
F. de Bortoli – Sia a Bergamo sia a Brescia vogliamo rimanere nell’alveo della nostra presenza storica, essere un veicolo di rappresentazione migliore delle realtà  delle due città  a livello nazionale. Grandi città  con una proiezione internazionale di tutto peso. Quindi vorremmo raccontare di più questa grande realtà  lombarda che, sbagliando per anni, abbiamo cessato di raccontare al meglio. Il paradosso era che prima di Brescia avevamo in Lombardia una sola edizione, mentre ne abbiamo sette nel Triveneto. Siamo presenti a Lecce e non a Pavia.
Prima – E dopo queste, coprirete altre province lombarde?
F. de Bortoli – La prossima sarà  quella di Monza e Brianza.
Prima – Ma non Varese.
F. de Bortoli – Bisogna prima capire se queste iniziative stanno in piedi. Queste edizioni prevedono un dorso di 12-16 pagine in mezzo alla foliazione del giornale, quindi nell’edizione di Milano che diventa Lombardia.
Prima – Avevate snobbato la presenza in Lombardia per evitare di entrare in collisione con interessi locali?
F. de Bortoli – No, per una faccenda di costi. Prima dell’accordo con il sindacato il costo di un redattore al Corriere era 180 rispetto ai 100 a livello nazionale, e avviare un’edizione locale non era economicamente sostenibile. Ora i giornalisti entrano a condizioni diverse ma si creano posti di lavoro.
Prima – Alberoni è passato al Giornale.
F. de Bortoli – Quando sono ritornato il contratto di Alberoni era già  risolto. Gli ho chiesto un prolungamento e il periodo si è concluso.
Prima – Era molto costoso?
F. de Bortoli – Bisogna tener conto che per fare cose nuove bisogna fare anche sacrifici. Dopo di che lui è stato molto corretto. Dal 16 ottobre c’è Aldo Grasso che firma in prima pagina la rubrica ‘Padiglione Italia’, dove ogni volta prende di mira qualcuno. Lo fa anche sul web dove, come Severgnini, ha grande successo. Per quanto riguarda gli editorialisti sono arrivati Ainis, Polito, Alesina. Ed è tornato Citati.
Prima – Su Internet, per l’informazione economica avete dovuto accusare il colpo dell’accordo raggiunto da Repubblica con Bloomberg.
F. de Bortoli – L’accordo con Bloomberg è senza dubbio un buon accordo. Cercheremo di rispondere facendo più iniziative, sotto il profilo del risparmio, delle piccole imprese e dei professionisti.
Prima – Anche Il Sole 24 Ore è ritornato a essere un competitor.
F. de Bortoli – Devo dare atto, e mi fa piacere farlo pubblicamente, che Roberto Napoletano ha fatto un ottimo lavoro dimostrando di poter contare su una redazione molto buona.
Prima – Novità  per i supplementi?
F. de Bortoli – Per Io Donna è stato fatto un restyling di cui devo ringraziare Diamante D’Alessio. Così come sono grato a Giuseppe Di Piazza perché su Sette, nonostante la ristrutturazione, sono riusciti a cambiare il prodotto e a lanciare Sette Green. E annunciano nuove iniziative nel 2012. Quest’anno chiudono a break even.
Prima – La carriera politica: in occasione di ogni campagna elettorale la danno per candidato.
F. de Bortoli – Sì, ogni tanto mi danno come il sindaco: sciocchezze.
Prima – Invece, può segnarsi con il gomito per non essere andato a presiedere la Rai.
F. de Bortoli – Meno male che la notte mi ha portato consiglio, perché ero andato a dormire che… Ho sbagliato, perché dovevo dire di no prima e, le assicuro, non sapevo che sarei venuto qui due settimane dopo. Massimo rispetto per Galimberti ma con il mio carattere non sarei durato.
Prima – Dicono che lascerete via Solferino e vi trasferirete in periferia.
F. de Bortoli – Se ne è discusso molto ma alla fine è stato deciso che resteremo qui. E le assicuro che non è stato per niente facile.
Prima – Non ne avevo dubbi.

Intervista di Carlo Riva