Protagonisti del mese, Scelte del mese

27 gennaio 2012 | 9:29

L’Uomo di Carta

La prima volta che l’Uomo di Carta mi parlò di suo nonno fu a metà  degli anni Settanta, quando il vecchio, piegato dal peso delle sue 83 primavere, aveva da poco tempo tirato l’anima al suo dio. Il futuro Uomo di Carta, un giovane riccioluto di 17 anni, vegliò quel mucchio di ossa ingentilite da una lunga chioma bianca per una notte intera.
E solo al momento della sepoltura riuscì a liberare un pianto dirotto. Era più di un nonno, più di un parente, più di un amico: si sarebbe rivelato un modello. Meglio: uno spartito sul quale avrebbe modulato le note della propria esistenza e in particolare del proprio lavoro.Stavamo mangiando un panino, l’Uomo di Carta e io, durante la pausa del montaggio di una delle più sciagurate inchieste giornalistiche della nostra storia, una serie di dieci puntate sul Lazio per Radio Rai. Entrambi collaboravamo a Panorama, lui come giovane apprendista ventenne, io – allora inviato del Corriere dello Sport – come articolista. A coinvolgerci nella squadra fu il caporedattore della redazione romana di Panorama, Gianni Farneti, il quale ricevette dalla Rai un discreto gruzzolo per dieci mezze ore di trasmissione con indicazioni non proprio precise: “Dovete parlare del Lazio, come decidetelo voi”. Ci fornirono dei Nagra (registratori che a portarli in spalla ti spaccavano la clavicola) e un tecnico del montaggio. Il compenso fu diviso – non in parti eguali – fra Farneti, l’Uomo di Carta, me e altri due collaboratori di Via Sicilia, Marco Giovannini e Paola Sensini. Una compagnia, per quella volta, da avanspettacolo. Stralci di cialtroneria: Farneti apre le puntate con frasi a effetto attribuite a scrittori o poeti inesistenti, del tipo “Roma, una terra santa che ti acceca con la sua voluttà . William Jo Foster”; Giovannini dà  voce a un ‘pappagallo’ di Fontana di Trevi: scusi, lei, con quale tecnica ha abbordato la sua ultima conquista? “Le ho cantato ‘My wonderful bambina’ e c’è cascata proprio come una bambina”; intervista a Franco Citti sul nuovo dialetto romano: Citti, bello si dice ‘ghicio’, vero? “No, ormai nun se dice più ghicio, se dice ‘ghiciorfo’”.

L’articolo integrale è sul mensile ‘Prima Comunicazione’ n. 424 – gennaio 2012