Newsletter




Prima Online

Categoria: Muy confidencial

L’Upa presenta la ricerca ‘Rai quale futuro?’

09/02/2012

Giudizio durissimo del presidente dell’Upa, Lorenzo Sassoli de Bianchi, alla presentazione alla stampa della ricerca ‘Rai quale futuro?’ commissionata dall’Unione utenti pubblicitari ad AstraRicerche e realizzata con un  questionario a 4mila tra imprenditori, marketing manager, comunicatori, giornalisti e opinion leader. “Sentiamo la responsabilità”, ha dichiarato Sassoli, “di occuparci della Rai sia per il ruolo che svolge nel Paese sia perché gli investimenti pubblicitari rappresentano il 50% delle entrate della tivù pubblica. L’investimento vale un miliardo di euro. Dalla ricerca risulta come opinione diffusa che oggi la Rai è indifendibile per la lottizzazione che la contraddistingue, per arretratezza culturale. È un’azienda rassegnata perchè sembra non credere al cambiamento”.
Il 50% degli intervistati sostiene che la Rai è un’azienda senza rimedio. E che è ricca di risorse tecniche e di professionisti, ma poco di manager.
Non mancano però esempi di vitalità:  il varo dei canali digitali tematici malgrado i pochi investimenti e lo sbarco sul web anticipando i concorrenti.
Ma come riformare la Rai? Circa un quarto degli intervistati reputa inutile la rifoma; mentre tre quarti crede che sia possibile. Dalla ricerca emerge una grande domanda di efficienza: sarebbe necessario separare la gestione dalla fattura dei programmi. Tra le proposte, una rete senza pubblicità e finanziata solo dal canone per poter sviluppare programmi e contenuti di taglio culturale sperimentale senza dover fare i conti con le audience.
Il 70% dice no alla privatizzazione perché in italia non c’è un soggetto abbastanza ricco per acquistare la Rai, quindi ci vorrebbe una cordata e questa ipotesi è considerata negativa dalla maggior parte degli intervistati. “La Rai deve restare pubblica, siamo contrari a qualsiasi privatizzazione tipo Alitalia”, ha dichiarato Sassoli. “Il servizio pubblico garantisce la democrazia. Sarebbe difficile pensare all’Italia senza la Rai, però è importante ipotizzare una governance che la allontani dalla politica e la protegga dalla lottizzazione”.

Clicca qui per scaricare la ricerca in formato .pdf


Commenti / 4

  1. Remigio del Grosso

    Forse non c’era bisogna della ricerca UPA. Da anni gli addetti ai lavori indicano quale problema principale della Rai, oltre alla sua selvaggia lottizzazione, il mancato recupero della sua funzione di crescita culturale e di formazione del gusto. Fin quando la qualità della programmazione Rai (siamo sicuri che i pubblicitari sono esenti da colpe?) sarà omologata a quella delle televisioni commerciali, nessun discorso serio potrà essere fatto sul problema di una nuova “governance”, nè su quello del recupero dell’evasione del canone.
    Manca inoltre in Rai la necessaria trasparenza sulle modalità di utilizzo delle risorse pubbliche. La cosiddetta “contabilità separata”, seppure certificata da un società terza, non è allegata al bilancio ed è quindi fonte di notevoli dubbi sul regolare uso degli introiti derivanti dalla tassa sul possesso del televisore.
    Tuttavia, nè il Ministero, nè la Commissione di Vigilanza, nè l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni sembrano accorgersi della sistematica disapplicazione del Contratto di Servizio Rai.
    Anche l’ultimo Contratto 2010/2012, sottoscritto dalla Rai solo nel 2011, non è stato ancora applicato.
    La Rai, infatti, è “tenuta a pubblicare sul proprio sito web il documento, comprensivo dei criteri metodologici, sui conti annuali separati certificati dalla società di revisione scelta, ai sensi dell’articolo 47, comma 2, del Testo Unico, dall’Autorità da cui risulti, sulla base dell’apposito schema approvato dalla medesima Autorità, la destinazione delle risorse pubbliche e, in particolare, a fornire adeguata comunicazione circa i costi afferenti la programmazione televisiva e la programmazione radiofonica rientranti nell’ambito delle attività di servizio pubblico”. Nella presentazione dei palinsesti, inoltre, la Rai è “tenuta ad identificare la programmazione televisiva e radiofonica rientrante nell’ambito dell’attività di servizio pubblico con un colore diverso rispetto agli altri aggregati”.
    Allora, sì, cerchiamo di avere anche in Italia un pò di coraggio e seguire l’esempio d’oltralpe, magari aderendo al suggerimento dell’Antritrust che, da tempo, prefigura la separazione della Rai in due società distinte: la prima con obblighi di servizio pubblico finanziata esclusivamente attraverso il canone; la seconda, a carattere commerciale, che sostiene le proprie attività attraverso la raccolta pubblicitaria e che compete con le altre emittenti ad armi pari.
    Remigio del Grosso
    Ex Vice presidente CNU-AGCOM

  2. gianfranco Borelli

    RAI personalmente non ne sono soddisfatto sono sempre tentato di non pagarne il canone, ci offrono troppo poco rispetto al canone e li trovo spreconi e personale in esuberabza. Poi la bugia del DIGITALE TERRESTRE AUMENTONO IL CANONE e io non lo vedo il digitale, vivo in città., dopo dieci mesi lo vedo come ad oggi parzialmente… Quando si fanno le fatture prima si esegue il lavoro e dopo si fa la fattura e dopo ancora la si paga… RAI RAI …

  3. Gian Bechis

    L’audiance è solo un meccanismo perverso che obbligal’emittente a “scialare” in personaggi, scenografie, premi per accaparrarsi di pubblicità che oltre tutto “disturba”. Se la RAI fosse una Fondazione ben diretta e sostenuta solo dal canone potrebbe dedicarsi ai tesori dell’Italia, al turismo ed alla nostra cultura ed avrebbe molti più utenti pagantie favororebbe il turismo e l’economia….ma bisogna avere coraggio.

  4. Daniela Fugazza

    Sarebbe stato interessante fare anche un panel di abbonati suddiviso anche a piacere (età, studi, classe sociale,. ecc.) per sentire anche il pensiero vivo di chi fruisce degli attuali servizi. Quanto darei per sentire la voce del “popolino”!

Lascia un commento