Se dice ‘Foglio’ gli brillano gli occhi – Intervista a Mattia Feltri, giornalista della Stampa (Prima n. 423, dicembre 2011)

Se dice ‘Foglio’ gli brillano gli occhi
Molti penseranno: ecco perché è diventato un golden boy del giornalismo italiano, perché è figlio di Feltri… ma no, non voglio anticipare nulla, preferisco che il lettore tragga le proprie conclusioni alla fine di questa lettura e dica convinto
“Beh, bella forza! Questo sarebbe arrivato in cima anche se si fosse chiamato Cretinetti!”. Anzi no! Qualcosa voglio anticipare: dopo tre ore di conversazione non ho mica capito tanto bene con quale razza di personaggio ho parlato, come la pensa, dove vuole arrivare. Ho capito, questo sì, che l’uomo ha una bella testa, ha percorso un itinerario familiare e professionale per niente facile, ha gettato l’ancora ai 42 anni con un ricco curriculum alle spalle e senza un vero progetto futuro (ma oggi chi può averne?).
Mattia Feltri, classe 1969 (23 giugno, cancro: mite, sentimentale, fantasioso), si presenta così e mi pare che corrisponda al suo segno zodiacale: “Felice di essere della generazione preplanetaria”, cioè prima della conquista della luna, cioè – simbolicamente – prima che lo starter abbassi la bandierina della corsa folle a chi arriva primo e non a chi arriva meglio. Già , con appena 42 primavere sulle spalle il golden boy (“ormai ex”) già  rimpiange gli anni verdi, quelli della campagna bergamasca e dei primi approcci al giornalismo. Anche se… Va beh, ve lo dico dopo, andiamo per ordine.
Immaginate l’inizio degli anni Settanta, un giovane giornalista di neanche 30 anni con moglie e quattro figli a carico; una cittadina, Bergamo, sempre più periferia di Milano; una casa nella parte alta della città  decisamente stretta per sei persone. Quattro bambini molto piccoli e non tutti figli della stessa madre. Pensate che storia, sembra un romanzo di Carolina Invernizio. La moglie del giovane Vittorio Feltri era morta molto giovane lasciandogli due bambine gemelle, Laura e Saba. Vittorio lavora come dipendente della Provincia, non sa come accudirle, si rivolge al brefotrofio. Le gemelle vengono prese in consegna da una puericultrice dal nome, quanto mai appropriato, di Enoe: nella mitologia greca, Enoe era la regina deposta dei pigmei che, trasformata in una gru dalle grandi ali, sorvolava gli accampamenti della sua gente nella speranza di vedere il figlio Mopso. Colpo di fulmine: Vittorio – nel frattempo approdato al giornalismo come praticante alla Notte – ed Enoe si innamorano e vanno a vivere insieme. Nasce un altro figlio, Mattia, poi una nuova femmina, Fiorenza, in omaggio alla passione per la fiorentinità  di suo padre. Enoe alleva i quattro figli senza distinzioni: è una solida valligiana, di cinque anni più grande del marito, rigida ma affettuosa, burbera e dolcissima. Insofferente delle costrizioni della città . Ne parla con Vittorio, decidono di andare a vivere in campagna, prendono un casolare nel comune di Arcene, bassa bergamasca, a una cinquantina di chilometri da Milano. Vittorio, nel frattempo passato al Corriere d’Informazione, va e viene dal lavoro con una Fiat 128 color mattone. Più che un casolare è una cascina, con la stalla al pian terreno, le mucche, le galline e i conigli. Mattia dice di avere rivisto quel paesaggio nell”Albero degli zoccoli’: nebbia, pioppi, campi. “Se non fosse stato per la tivù e l’automobile, quegli anni apparivano più vicini all’inizio del Novecento che non alle soglie del 2000″.
I bambini sono molto uniti, la verità  sulla loro anagrafe la conosceranno più tardi, in età  quasi adulta. Formano una tribù impenetrabile, rissosa ma compatta e solidale davanti ai genitori: “Tregua, è arrivato il nemico vero!”. Mattia, l’unico maschio, diventa naturalmente il leaderino. Anche se educato al femminismo da mamma Enoe: pulire la casa, sparecchiare, lavare i piatti toccava a lui come alle sue sorelle, esattamente al 25%. Anzi, al venti, perché ai quattro figli di casa Feltri si aggiunge presto un cugino, Alberto, che ha perduto anch’egli la mamma. La famiglia è numerosa, Vittorio sgobba come un mulo, sempre a caccia di collaborazioni che ingrassino lo stipendio.
Chiamato da Piero Ottone, nel 1977 Vittorio entra al Corriere della Sera dove, con una breve parentesi alla direzione di Bergamo Oggi, resterà  fino al 1989. Sempre più a Milano, sempre meno a casa. E dopo nove anni di vita rurale, siamo nel 1983, la famiglia Feltri torna a Bergamo, soprattutto per via delle scuole delle gemelle, ormai liceali. A loro non dispiace aver lasciato la campagna. A Mattia neanche. Quando gli chiedo se ha avuto un’infanzia felice mi dice che “c’è di peggio, ma felice no, proprio no”.
Fu per lui, quello di Arcene, un periodo segnato da “tristezza e solitudine”. Non sapeva a chi porre domande e naturalmente non riceveva le risposte che chiedeva. E pensava – e pensa ancora oggi nel ruolo di padre – che ci dovrebbe essere sempre qualche adulto che risponda seriamente alle domande dei bambini. Sua madre, per carattere, non dispensava gesti d’affetto, il padre era assente. Ebbe un gran vuoto quando, all’età  di sette o otto anni, anche mamma Enoe dovette andare a lavorare: a VideoBergamo, una delle tante iniziative di Vittorio che ne fu il fondatore. Comunque le servì, giacché più tardi Enoe sarebbe entrata a Retequattro.
Non vorrei aver dato un’interpretazione troppo cupa ai racconti di Mattia, che non è né Cenerentolo né il povero Fiammiferaio, ma solo – così mi pare di aver capito – un bambino ferito nella sua elevata sensibilità . Ora si affretta a limare giudizi “un po’ ingenerosi” azzardati in gioventù sulla condotta dei suoi genitori, ricordando la cagionevole salute negli anni scolastici (soffriva di reumatismi) e le premure del padre che gli portava da Milano i libri di Jules Verne chinandosi sul suo letto; e il batticuore che gli creava, come ai primi amori, lo sguardo dolce e premuroso della mamma che valeva cento carezze.
È mancato il dialogo, non l’affetto, al giovane Mattia. Il quale ha sostituito il dialogo con i libri. Decine, montagne di libri di cui nelle sue case grondavano le pareti. Questo ha fatto sì che alla Cattolica di Milano fosse uno studente diligente e neanche gli pesava tanto fare il pendolare Bergamo-Milano perché in treno poteva leggere. E quando a 19 anni cominciò a collaborare all’inserto scuola di Bergamo Oggi, in redazione ridacchiavano perché certamente il padre gli aveva spianato la strada, ma poi tutti si accorsero che a rivelare stoffa di qualità  ci aveva pensato lui.
Ecco, qui comincia l’avventura del signor Feltri, che quello ‘junior’ non se lo scrollerà  mai dalla coda. Dopo la scuola s’infila allo sport, poi conquista una sostituzione estiva, salta agli spettacoli. A 23 anni viene assunto e piazzato alla cronaca, giudiziaria e nera. Sta incollato tutto il giorno alla radio della polizia e impara il suo gergo criptico. “C’è un Charlie, cazzo!”, irrompe nella stanza del caporedattore per annunciare una rapina. Fra i giornalisti del piccolo giornale compaiono firme illustri, come il direttore Giampiero Borghini, ex sindaco di Milano, e Pippo Corsentino, ex Panorama. Si diverte, Mattia, ma non si può dire che il sacro fuoco lo divori. Non conosce l’adrenalina dello scoop o dell’uscita in edicola del giornale. No. Fare il giornalista è per lui un lavoro: serve a mettere in tasca uno stipendio e a soddisfare un piacere che cresce col tempo: scrivere, raccontare.
Adesso è seduto davanti a me nella sala riunioni della redazione romana della Stampa di cui è a capo. E la prima cosa che mi incuriosisce è proprio questa sua posizione soft, un po’ snob, nello svolgere (o soltanto nel descrivere?) una professione che rende tarantolati la maggior parte dei suoi colleghi.
Mattia Feltri – A me piace leggere e descrivere, non buttarmi nel fuoco. Capire e raccontare. Non mi vedrai mai a cena con Alfano o con Casini. Non mi interessa, non fanno parte della mia vita. Se succede qualcosa io vado, cerco di capire e racconto. Meglio consumare il cervello che la suola delle scarpe, mi ripeteva sempre Giuliano Ferrara. D’accordissimo. Ho cominciato il ginnasio nel 1982, in pieno riflusso. Non c’era più nei giovani la voglia di spaccarsi la faccia a vicenda. Qualche prurito, caso mai, resisteva fra i ragazzi del liceo, entrati a scuola nel ’77, sicuramente più incazzosi. Al cinema andavo a vedere ‘E.T.’, ascoltavo ‘Thriller’ di Michael Jackson dopo l’orribile musica ‘didattica’ degli anni precedenti. I ragazzi della mia età  riscoprivano l’intrattenimento, che non necessariamente vuol dire disimpegno. Cercavo l’ambiguità  morale nei romanzi. E la tivù non mi sembrava così schifosa. I membri della famiglia cattiva di ‘Dallas’ erano capaci di gesti nobilissimi. Voglio dire che i tempi di Moro non ci appartenevano, erano lontani anni luce.
Franco Recanatesi – Ho letto però da qualche parte che a 14 anni sfilavi con gli studenti di sinistra gridando “Cile libero!”. Immagino tuo padre…
M. Feltri – Uscivamo in mille da scuola e in piazza ci trovavamo in cento. Gli altri andavano a giocare a biliardo. Dopo tre mesi sono andato a giocare a biliardo anch’io. Quanto a papà , nonostante le etichette che gli appioppano è sempre stato socialista.
F. Recanatesi – Quanto tempo sei rimasto a Bergamo Oggi?
M. Feltri – Fino al 1995, quando chiuse i battenti. Poi Ubaldo Casotto, al quale avevano chiesto di resuscitare Il Borghese, propose la direzione a Ferrara. Giuliano aveva in testa altri programmi, aggregò Casotto e alcuni che Casotto aveva già  precettato come Maurizio Crippa, Christian Rocca e me alla fondazione del Foglio. È stata la nostra fortuna. Ma anche Ferrara ha avuto la fortuna di trovare noi.
F. Recanatesi – Ti brillano gli occhi mentre parli del Foglio.
M. Feltri – Ero un giornalista di primo pelo, un ragazzo di provincia con la testolina un po’ chiusa. Nove anni con Ferrara, dai 26 ai 35, sono stati un servizio militare, un’epifania continua. Tranne il tifo per il Torino, sono cambiato radicalmente. Ferrara è stato il primo a capire come si poteva fare un giornale dopo Internet. Ho imparato l’idea rinascimentale di dare un punto di vista, ad avere un’idea del mondo, a descrivere qualsiasi cosa senza fermarsi all’impatto. Ferrara non ha mai chiesto ai suoi giornalisti di essere equidistanti, ma di essere leali. Se ho imparato a fare i giornali lo devo a Giulio Anselmi, se ho imparato a fare il giornalista lo devo a Giuliano Ferrara.
F. Recanatesi – Non vorrei intralciare il tuo entusiasmo, penso anch’io che Il Foglio rappresenti l’unico grande prodotto editoriale degli ultimi vent’anni e che Giuliano sia un ottimo giornalista, poi vedo ‘Radio Londra’ e mi chiedo cosa può essergli capitato. È come se d’un tratto scopri che Messi liscia la palla o Armani veste come un barbone.
M. Feltri – Beh… Ferrara mi perdonerà : sono certo che crede nelle battaglie condotte sul Foglio, non altrettanto in quelle fatte su ‘Radio Londra’.
F. Recanatesi – La prima letterina della posta dell’Elefantino ti ha lanciato in orbita.
M. Feltri – La faceva Andrea Marcenaro, poi la mollò e Ferrara la diede a me. Un impegno severo trovare uno spunto tutti i giorni e tutti i giorni una chiosa secca, pungente, divertente. Ricordo ancora la prima: Franca Rame recitava in un teatro di Milano un monologo a sfondo sessuale, a metà  Dario Fo entrava e diceva “basta con queste minchiate, bisogna parlare di Berlusconi”. Io scrissi: le solite seghe.
F. Recanatesi – Ferrara ti teneva in palmo di mano, tu avevi messo Ferrara sull’altarino, Il Foglio era il fiore all’occhiello di molte mazzette che contano, al Foglio avevi oltretutto incontrato l’amore con la A maiuscola: ma allora perché hai deciso di andartene?
M. Feltri – Sì, l’amore della vita. Lei, Annalena Benini, era alla redazione di Roma, io a Milano. Era entrata come stagista grazie all’interessamento di sua zia Daria Bignardi e di Luca Sofri. Cominciò facendo le previsioni del tempo, oggi la sua rubrica in prima pagina è la più letta dopo i fondi di Ferrara. Mi è subito sembrata bellissima, improvvisamente tutto ciò che succedeva a Roma mi pareva importantissimo e degno di un mio servizio. La invitai a vedere ‘Notre Dame’, il musical di Cocciante, e la invitai a Pisa per la presentazione del mio unico libro, quello sulla vita di Adriano Sofri. Da lì facemmo un salto a Tirrenia. Era una bellissima serata di maggio, le presi la mano e non gliel’ho più lasciata. Ora abbiamo due splendidi bambini, Benedetta di cinque anni e mezzo e Giulio di tre.
F. Recanatesi – È una bellissima storia, ma non mi hai detto perché lasciasti Il Foglio.
M. Feltri – Sai quando tutto va bene, liscio come l’olio? Dopo un po’ ti rompi. E io ero ancora troppo giovane per volermi annoiare. L’idea folle fu di mio padre: vieni da me a Libero. Ci pensai su per notti intere e alla fine la pazzia mi conquistò. Quindi, nel 2004 vado a Libero. Ci vado anche se due ore dopo aver lasciato Il Foglio mi era arrivata una telefonata di Stefano Folli, direttore del Corriere della Sera: “Guarda, ora non posso, abbiamo appena preso Cazzullo, ma alla prima occasione ti prendo. Facciamo un patto: informami su tutti i tuoi movimenti”. Ne fui ovviamente lusingato, ma mi intrigava questa convivenza con papà : oltretutto avevo voglia di vedere come lavorava, era una vecchia curiosità .
F. Recanatesi – Come lavorava?
M. Feltri – Trovai una grande differenza fra lui e Ferrara. Giuliano pretendeva che alla riunione del mattino tutti si presentassero con delle idee, poi il giornale nasceva attorno a una sua analisi straordinaria. Mio padre voleva un elenco di notizie, lui sceglieva quella giusta e ci faceva la prima pagina e l’editoriale. Non ricordo una scelta banale.
F. Recanatesi – Si possono discutere le idee di Vittorio Feltri, non la sua originalità  e il suo fiuto giornalistico. Per questo lo invitai a scrivere sul Venerdì.
M. Feltri – Quando? Mai saputo. Lui sul Venerdì di Repubblica?
F. Recanatesi – 1992, forse ’93. Stavo rinfrescando il magazine, conobbi Vittorio, simpatizzammo, pensai che una firma come la sua avrebbe fatto rumore. Ne parlai con Scalfari che mi diede il suo benestare, anche se con qualche riluttanza. Vittorio accettò divertito, concordammo una rubrica di moda, moda alla sua maniera: faceva le pulci e dava consigli sull’abbigliamento di personaggi in vista. Dopo due o tre puntate, travolto dall’indignazione di alcuni senatori e di qualche lettore di Repubblica, Scalfari mi invitò a sospendere la rubrica, Vittorio comprese, ci facemmo due risate.
M. Feltri – Ecco l’Italia. C’è sempre bisogno di derby, di scontro, di fazioni. E oggi la partita si ripete sulla pelle di Monti: taumaturgo o vecchio scemo?
F. Recanatesi – Tu con chi giochi?
M. Feltri – Monti è un uomo competente, pulito. Speriamo sia la scelta giusta. Non si può però tacere né che questa scelta sia figlia di una Costituzione vecchia, adatta a un mondo che non c’è più, né un altro fatto secondo me gravissimo: il nostro Stato non esiste più. La scelta del nuovo governo è avvenuta fra Francoforte e Bruxelles, il Paese è appaltato ai privati, le misure anti crisi ci vengono dettate da altri Paesi europei, di molti contenziosi si occupa la Corte di Bruxelles. Questo, a prescindere da ogni posizione politica, non può che intristire qualsiasi italiano.
F. Recanatesi – A proposito, tu da che parte stai? Giovane attivista rosso, anche se per poco, poi nel 1990 hai votato Lega; stimi molto Rutelli e hai avuto una cotta per Berlusconi. Fammi capire.
M. Feltri – A Bergamo erano leghisti anche quelli che non votavano Lega. Ci era impedito di lavorare, di crescere, di far parte dell’Europa. La Lega era l’unico partito di rottura. Era la logica del meno peggio. Non sono contento di averlo fatto, ma neanche pentito. Per il Comune, però, votai un bravissimo sindaco Ds, Gian Pietro Galizzi. Così come avrei votato più tardi per Francesco Rutelli al Comune di Roma. E per Berlusconi, nel 1994, non è stata una cotta.
F. Recanatesi – Fermati, sono confuso più di prima.
M. Feltri – Nel ’94 si era creato un paradosso, a causa o per colpa – punti di vista – della magistratura: si può votare o un postcomunista o Fini, cioè un parafascista. Beh, di fronte a questo dilemma, mi dissi, scelgo Berlusconi tutta la vita.
F. Recanatesi – Sei pentito?
M. Feltri – No, penso che in quel momento fosse la decisione giusta. Certo, oggi, dopo 17 anni irrimediabilmente fallimentari, non lo rifarei.
F. Recanatesi – Sei stato condizionato da tuo padre?
M. Feltri – Sicuramente. Un padre si stima oppure di combatte. Io ho sempre avuto per il mio stima profonda. Pur tra numerosi contrasti. Uno dei più recenti: a me piacevano le liberalizzazioni di Bersani, a lui no. Un altro. Gli ho mandato di recente un sms nel quale gli dicevo che se si votasse oggi non voterei. Mi ha risposto deluso: “Astenersi vuol dire tirarsi fuori”.
F. Recanatesi – Davvero non andresti a votare?
M. Feltri – Certo. Vedo un vuoto assoluto. L’unico uomo nuovo, con un po’ di coraggio, mi sembra Matteo Renzi, anche se le sue idee non mi convincono del tutto.
F. Recanatesi – Io non saprei dare ancora una definizione politica di Mattia Feltri. Tu?
M. Feltri – A differenza della maggior parte delle persone, penso che non sia necessario collocarsi. Se dovessi farlo mi definirei un liberale con qualche sfumatura socialdemocratica. Ma poi… non so, se leggo Gobetti non mi sento molto liberale.
F. Recanatesi – Come tuo padre: senza patria, pronto a ricredersi. Ma quando hai lasciato Libero Vittorio si è offeso?
M. Feltri – Ma no, mica è scemo. Lui sapeva cosa significava per me La Stampa. Senti com’è andata. Era il febbraio del 2005, sono a Parigi con mia moglie Annalena, mi telefona Massimo Gramellini: “Sorgi ti vuole, ci vieni a Torino?”. Ho provato una sorta di orgasmo. Tieni presente che all’università  io leggevo tutti i giorni La Stampa: Romagnoli, Minzolini, Corrias, Gramellini, Battista, Ceccarelli, mi nutrivo dei loro fantastici articoli. Era il giornale di Mieli e del suo vice Ezio Mauro, il miglior giornale d’Italia. Firmare il contratto per La Stampa è stato il momento più emozionante e gratificante della mia vita.
F. Recanatesi – In pochi anni hai avuto tre direttori, molto diversi fra di loro. Con chi ti sei trovato meglio?
M. Feltri – A Sorgi devo tanto perché mi ha assunto. Anselmi, che prima di conoscerlo mi sembrava Barbablù, mi ha insegnato come si fa un giornale. Con Calabresi, mio coetaneo, ho trovato un feeling immediato e poi mi ha regalato la rubrica ‘Paesi & buoi’ che considero un gran privilegio. Tutti e tre mi hanno concesso la massima libertà . Ma siccome non sono un fariseo, ti dico che con Anselmi ho avuto un dialogo particolarmente fitto e produttivo.
F. Recanatesi – A proposito di ‘Paesi & buoi’, hai mai subito pressioni o ricevuto lamentele dai politici che metti sulla graticola?
M. Feltri – Non ho rapporti confidenziali con i protagonisti della politica, ma qualche fastidio, qualche prurito lo avverto. Una volta mi ha telefonato Gasparri: “Mi prendi in giro perché ti sto antipatico o perché non reagisco mai?”. Per il secondo motivo, gli ho risposto, e quindi smetto.
F. Recanatesi – Concludiamo con un gioco. Un gioco rivelatore. Mi è capitata tra le mani una divertente intervista che fece Cesare Lanza per Panorama nel 2002, rivolgendo le stesse domande a te e a tuo padre. Vediamo come cambiano a distanza di nove anni le risposte a certe domande.
M. Feltri – Non me la ricordo.
F. Recanatesi – Meglio. Prima domanda: qual è il tuo giornalista di riferimento? Allora dicesti Giuliano Ferrara.
M. Feltri – Vince Ferrara in finale contro Anselmi.
F. Recanatesi – Il giornalista che detesti? La risposta fu Curzio Maltese.
M. Feltri – Di certo non lo detesto, ma anche oggi fatico a leggerlo: da vent’anni scrive sempre lo stesso pezzo. A un giornalista non chiedo di essere equidistante, ma distaccato sì.
F. Recanatesi – Come giornalista che apprezzi di più indicasti Gaia Piccardi: confermi?
M. Feltri – Confermo. E aggiungo Barbara Spinelli, quando non scende in campo con le scarpette chiodate. Si annunciano tempi duri per i giornalisti che hanno fondato i loro ultimi anni di lavoro sulla battaglia contro Berlusconi. Se sei uomo di grandi risorse come Marco Travaglio te la cavi, altrimenti…
F. Recanatesi – Sei un ammiratore di Travaglio? Mi sorprendi ancora una volta.
M. Feltri – Non lo condivido, ma lo ammiro. Sa usare come nessun altro ogni mezzo di comunicazione, da Internet ai giornali alla tivù, ai teatri. Un talento usato per la causa sbagliata.
F. Recanatesi – Alla domanda: un giornalista che non la pensa come te ma che ammiri? Rispondesti Michele Serra.
M. Feltri – È il più grande di tutti i giornalisti scrittori satirici. Nell”Amaca’ su Repubblica non sempre dà  il meglio, ma la ‘Satira preventiva’ dell’Espresso è imperdibile.
F. Recanatesi – Quinta domanda. Si parla di televisione: il programma preferito era per te ‘Le iene’ e per Vittorio ‘Porta a porta’, il tuo personaggio Fiorello, per tuo padre Maurizio Costanzo. Eravate già  abbastanza distanti.
M. Feltri – Sono quello meno indicato per dare giudizi sulla tivù. Non la guardo, non mi piace, fatta eccezione per le partite di calcio, i film e History Channel. La sera metto a letto i bambini e leggo.
F. Recanatesi – Politica. Giudicasti Gianni Letta ‘indispensabile’.
M. Feltri – Tutti fanno il loro tempo.
F. Recanatesi – E Bossi ‘inutile’ (tuo padre: ‘goliardico’).
M. Feltri – Sì, sì, è un vuoto bla-bla-bla.
F. Recanatesi – E adesso, scusa, rullo di tamburi: l’uomo politico italiano che hai apprezzato di più in assoluto rispondeva al nome di Bettino Craxi. Era il 2002, eri giovane…
M. Feltri – Mi spiace deluderti ma confermo tutto. Certo, se quella sera dell’aprile del 1993 fossi stato all’Hotel Raphael gli avrei tirato le monetine anch’io. Ma un giudizio non si dà  sull’emotività  di un giorno. La grandezza di Craxi è emersa più tardi. Craxi aveva in testa un’idea modernizzatrice della sinistra che poi tutti hanno seguito.
F. Recanatesi – Craxi ha rubato. Lo hanno accertato i giudici.
M. Feltri – Ha finanziato non soltanto il proprio partito ma anche i movimenti di liberazione dell’Est europeo. E poi, ha ragione Benedetto Croce: l’onestà  non è la qualità  più importante in un uomo politico. Se hai bisogno di un chirurgo o di un idraulico, lo preferisci bravo oppure onesto?
F. Recanatesi – Io lo voglio, lo pretendo bravo e onesto.
M. Feltri – Viviamo in uno dei Paesi più disonesti del pianeta. Le illegalità , grandi e piccole, le viviamo ogni giorno. Craxi, almeno, aveva un’idea del mondo e la portava avanti, non si faceva indicare le scelte dai sondaggi o da Twitter. Stimo molto meno quelli che lo hanno combattuto con armi spesso improprie offrendogli poi i funerali di Stato. Ogni riferimento a D’Alema è assolutamente voluto. Preferisco allora Di Pietro che con coerenza il nome di Craxi lo ha sempre combattuto.
F. Recanatesi – Anch’io.

Intervista di Franco Recanatesi

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