21 marzo 2012 | 15:57

L’Uomo di Carta – Intervista a Filippo Ceccarelli, giornalista di Repubblica (Prima n. 424, gennaio 2012)

L’Uomo di Carta
“I ritagli sono la mia assicurazione”, scherza Filippo Ceccarelli che possiede oggi uno degli archivi più grassi d’Italia: 250mila ritagli divisi in oltre mille argomenti. A ritagliare e a incollare cominciò nel ’75 o ’76 quando a Panorama faceva il ragazzo di bottega per poi diventare un divertito e profondo raccontatore dell’intimo e del potere della politica.
La prima volta che l’Uomo di Carta mi parlò di suo nonno fu a metà  degli anni Settanta, quando il vecchio, piegato dal peso delle sue 83 primavere, aveva da poco tempo tirato l’anima al suo dio. Il futuro Uomo di Carta, un giovane riccioluto di 17 anni, vegliò quel mucchio di ossa ingentilite da una lunga chioma bianca per una notte intera.
E solo al momento della sepoltura riuscì a liberare un pianto dirotto. Era più di un nonno, più di un parente, più di un amico: si sarebbe rivelato un modello. Meglio: uno spartito sul quale avrebbe modulato le note della propria esistenza e in particolare del proprio lavoro.
Stavamo mangiando un panino, l’Uomo di Carta e io, durante la pausa del montaggio di una delle più sciagurate inchieste giornalistiche della nostra storia, una serie di dieci puntate sul Lazio per Radio Rai. Entrambi collaboravamo a Panorama, lui come giovane apprendista ventenne, io – allora inviato del Corriere dello Sport – come articolista. A coinvolgerci nella squadra fu il caporedattore della redazione romana di Panorama, Gianni Farneti, il quale ricevette dalla Rai un discreto gruzzolo per dieci mezze ore di trasmissione con indicazioni non proprio precise: “Dovete parlare del Lazio, come decidetelo voi”. Ci fornirono dei Nagra (registratori che a portarli in spalla ti spaccavano la clavicola) e un tecnico del montaggio. Il compenso fu diviso – non in parti eguali – fra Farneti, l’Uomo di Carta, me e altri due collaboratori di Via Sicilia, Marco Giovannini e Paola Sensini. Una compagnia, per quella volta, da avanspettacolo. Stralci di cialtroneria: Farneti apre le puntate con frasi a effetto attribuite a scrittori o poeti inesistenti, del tipo “Roma, una terra santa che ti acceca con la sua voluttà . William Jo Foster”; Giovannini dà  voce a un ‘pappagallo’ di Fontana di Trevi: scusi, lei, con quale tecnica ha abbordato la sua ultima conquista? “Le ho cantato ‘My wonderful bambina’ e c’è cascata proprio come una bambina”; intervista a Franco Citti sul nuovo dialetto romano: Citti, bello si dice ‘ghicio’, vero? “No, ormai nun se dice più ghicio, se dice ‘ghiciorfo’”.
Beh, a parte questo outing ci divertimmo un mondo e intascammo degli utili soldini. E mentre addentava un tramezzino con la maionese pallida, l’Uomo di Carta mi parlò di nonno Giuseppe Ceccarelli, dalla cui storia fui rapito. Nonno Giuseppe era (ed è) conosciuto con lo pseudonimo di Ceccarius, uno dei più celebri romanisti dell’era moderna, intesi come studiosi della storia, del costume, della cultura della capitale e non come tifosi della squadra di Totti che neanche era nato. Figlio di commercianti, studente del liceo Visconti (sposò una compagna di classe, Clara Villa, che morì dando alla luce una bambina), catturato e deportato a Mauthausen dove conobbe Emilio Gadda e Bonaventura Tecchi, impiegato all’Ilva come responsabile della stampa aziendale, Ceccarius scriveva su diverse testate romane, fondò la rivista L’Urbe e il Gruppo dei romanisti, strinse amicizia con Giuseppe Bottai e Trilussa. Pubblicò un’importante ‘Bibliografia romana’ a volumi, una collezione delle ‘Grandi famiglie romane’ e altri testi sulla capitale. La sua polivalenza intellettuale si allargò quando suo figlio Luigi, nel 1951, rintracciò copia del primo documentario industriale conosciuto, ‘Col ferro e col fuoco’, che Ceccarius aveva sempre tenuto nascosto e che ora è depositato nell’archivio della Finsider.
Luigi Ceccarelli lavorava nel cinema come direttore di produzione. Sposò Letizia Apolloni, collaboratrice della rivista Giustizia e Costituzione di Adolfo Beria d’Argentine che seguì quando il magistrato divenne prima presidente del Csm e poi capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Mario Zagari. Luigi e Letizia ebbero due figli: il primogenito Filippo nel 1955 e, cinque anni dopo, Lavinia.
Filippo era incantato dai racconti e dall’attività  di nonno Giuseppe. Passavano ore e ore insieme. Lo accompagnava la domenica nella redazione del Tempo dove immancabilmente Ceccarius si presentava con un vassoio di bignè all’amico editore Renato Angiolillo e agli altri giornalisti. Più grandicello, Filippo andava a trovarlo nella bellissima casa dell’Aventino divenuta un crocevia culturale. Era al suo fianco anche quando nel 1971, stanco e ormai prossimo alla fine, accolse Federico Fellini che cercava informazioni prima di girare ‘Roma’. Lo aiutava a rintracciare forbici e coccoina e a incollare ritagli di giornale e pensieri sparsi su fogli di carta bianca che poi venivano catalogati nei raccoglitori.
Anche se solo negli ultimi anni di vita, Ceccarius trovò nel nipote un prezioso collaboratore per arricchire e tramandare la sua opera: Filippo lo aiutò a sistemare la biblioteca e a riordinare sia la collezione di documenti sulla cultura della capitale nell’Ottocento e nel Novecento sia la raccolta di tutto ciò che i giornali avevano pubblicato sulla città  di Roma dagli anni Trenta agli anni Sessanta. Questo corposo patrimonio, intitolato al Fondo Ceccarius, è stato donato alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, in via Castro Pretorio, dove può essere consultato.
Oggi Filippo dice: “Il nonno ha ispirato per forza genetica il mio cammino”. Mi sembra un’analisi riduttiva. Sarebbe più esatto dire che fra Giuseppe e Filippo si è realizzata una sorta di metempsicosi, se non dell’anima sicuramente delle abitudini e del pensiero. A cominciare dallo spirito pasquinesco, dalla passione per la memoria, dall’avere sempre forbici e colla (pardon: coccoina) a portata di mano. Alla fine, l’allievo ha superato il maestro. Filippo Ceccarelli possiede oggi uno degli archivi più grassi d’Italia: 250mila ritagli divisi in oltre mille argomenti rinchiusi in 15 armadi di formica e metallo tre metri per due che, per contratto, vengono spostati e custoditi dalla testata che lo ingaggia. Nel febbraio del 2005, in una delle rare giornate nevose di Roma, ci vollero due camion per trasportare l’archivio Ceccarelli da via Barberini, sede della Stampa, a largo Fochetti, sulla via Olimpica, sede di Repubblica.
A ritagliare e incollare, l’Uomo di Carta cominciò nel 1975 o ’76 – non ricorda bene – quando a Panorama faceva il ragazzo di bottega ma già  i ‘capi’ se lo tenevano stretto perché si capiva di che stoffa era fatto. Da allora non c’è stato giorno in cui Filippo non abbia dato di forbici e colla. Con una costanza e un metodo che lo hanno proiettato fra i giornalisti politici più qualificati e originali.
Franco Recanatesi – Mica ti offendi se ti ho chiamato Uomo di Carta. Vivi in pratica nella carta da mezzo secolo.
Filippo Ceccarelli – Offendermi? Anzi, ne vado orgoglioso. I ritagli sono la mia assicurazione, la mia pensione. La giornata mi sembrerebbe vuota se non potessi leggere i miei venti giornali con le forbici e un barattolo di coccoina a portata di mano. Alla lettura, la raccolta, la classificazione e l’archiviazione dedico dalle quattro alle cinque ore al giorno. So di possedere un mostro che ha bisogno di un nutrimento continuo.
F. Recanatesi – Ammirevole ma, scusami, anacronistico. Hai mai pensato…
F. Ceccarelli – Alt! Sai quante volte ho sentito queste parole: ma dai, Filippo, oggi ci sono le banche dati, l’informatizzazione e tu stai ancora lì con forbici e colla! Certo, e continuerò ad ammucchiare carta finché la zucca continuerà  a funzionare. C’è una ragione: leggendo e ritagliando acquisisci nozioni che si fissano nella memoria e interagiscono con le nozioni già  immagazzinate. Tutto ciò che passa sul web, invece, è acqua che scorre. Io utilizzo sì e no lo 0,5% di ciò che archivio, perché quasi tutto ce l’ho già  dentro di me.
F. Recanatesi – Questo vale per chi è assistito da un’ottima memoria.
F. Ceccarelli – È evidente. Occorrono memoria e metodo. Sulla mia scrivania devono sempre passare una ventina di quotidiani al giorno.
F. Recanatesi – Sono tanti. Forse solo Gianpaolo Pansa ne legge (o ne leggeva) altrettanti e di buon mattino. Alle 7-7,30 svegliava noi capiservizio di Repubblica per segnalarci un pezzo interessante a pagina 5 del Secolo XIX. Dopo pochi giorni i nostri telefoni risultavano tutti isolati. Non ne ho conosciuti altri. Tu fra i venti quotidiani includi anche quelli regionali?
F. Ceccarelli – Raramente. Includo L’Osservatore Romano, molto più vivace da un po’ di tempo, La Padania e un giornale straniero, solitamente l’Herald Tribune, per avere un panorama più ampio.
F. Recanatesi – E i settimanali?
F. Ceccarelli – Negli ultimi anni ho studiato attentamente Chi, Diva e Donna, Gente, Oggi, Novella 2000 e Famiglia Cristiana.
F. Recanatesi – Tranne l’ultimo, una rassegna del gossip.
F. Ceccarelli – Il gossip è stato fino a pochi mesi fa il linguaggio corrente della politica. E in quei giornali ho trovato corpi, desideri, modelli, linguaggi, abitudini, vezzi e vizi di un’era, l’era berlusconiana. Io non cerco tanto le notizie, quanto le tendenze, i mutamenti dei gusti e dei costumi. Cerco i matti, le cartomanti, le cortigiane: da loro puoi capire tante cose.
F. Recanatesi – Non dirmi che questo circo di nani e ballerine lo hai trovato anche su Famiglia Cristiana.
F. Ceccarelli – È il rotocalco che della stagione berlusconiana ha detto cose che nessuno ha avuto il coraggio di dire. Con una critica sempre attenta e puntuale verso il Cavaliere e le sue malefatte.
F. Recanatesi – I tuoi articoli, e anche i tuoi libri, trasudano del tuo divertito e divertente piacere di affondare nell’intimo (basterebbe ricordare il ritratto della famiglia Mastella o leggere ‘Il letto e il potere’, ma anche ‘La suburra’), di prendere il personaggio e stenderlo come un panno sul terrazzo ad asciugare, però il tutto sempre servito sul lettuccio – per usare un termine gastronomico di moda – della memoria storica. Merito dei 250mila ritagli?
F. Ceccarelli – Certo, ma anche degli input ricevuti dalla mia famiglia. Da nonno Giuseppe, da mio padre Luigi. Papà , uomo di cinema, conosceva tutti gli attori e quando la sera guardavamo insieme ‘Carosello’ mi diceva “Lo vedi quello? È un morto di fame”. Fu allora che imparai a diffidare delle apparenze, a capire che bisognava approfondire, risalire alle origini delle cose. Ma un’altra grande fortuna è stata quella di avere cominciato questa straordinaria professione raccontando la prima Repubblica. Ho visto Moro e Berlinguer, ho assistito ai loro comizi, ho visto poi il disfacimento e il crollo di un regime: bellissimo! Al solo pensiero mi emoziono ancora. La caduta degli dei. La dimostrazione che il potere è vanità , arbitrio scemo.
F. Recanatesi – Eri un pischello che bruciava le tappe. Arrivasti a Panorama a 19 anni raccomandato da Beria d’Argentine che era una giornalista autorevole e ti buttarono subito nella mischia.
F. Ceccarelli – Dimostravo addirittura meno della mia età . Una volta mi mandarono a Botteghe oscure a ritirare un’intervista fatta da un redattore di Panorama al segretario del Pci Luigi Longo, al quale avrei dovuto rivolgere un’ulteriore domanda. Io aspettavo seduto fuori dalla sua stanza. Lui uscì, si guardò attorno e richiuse la porta alle sue spalle. Dopo un’ora dalla redazione lo sollecitarono e l’equivoco fu chiarito. Disse Longo: “Avevo visto un bambino, ma non potevo pensare che fosse un vostro giornalista”.
F. Recanatesi – Alla scuola di Lamberto Sechi si cresceva in fretta. O si veniva buttati nel cestino, appallottolati come un dispaccio di agenzia.
F. Ceccarelli – Un grande direttore, un maestro. Che sapeva circondarsi di grandi giornalisti: i Rognoni, Nonno, Sabelli, Rinaldi, Melega… Se non imparavi stando con loro eri proprio una rapa. E più tardi Fabrizio Coisson, un capo che devo ringraziare più di tutti perché mi ha tolto un po’ dell’ansia con cui ho sempre dovuto combattere.
F. Recanatesi – Facciamo un po’ di storia. Entri a Panorama, abbiamo detto, a 19 anni, articolo 2 a 22, articolo 1 a 23, giornalista parlamentare a 25 quando, sulle orme del nonno, hai già  cominciato a costruire il tuo castello di carta. Rimani in Via Sicilia fino al 1990, poi molli tutti i tuoi maestri che ti coccolavano come un enfant prodige e te ne vai alla redazione romana della Stampa. Perché?
F. Ceccarelli – Perché il fatto che qualcuno ti vuole è gratificante. Perché mi piaceva provare a lavorare in un quotidiano. Perché mi stuzzicava il progetto di Paolo Mieli ed Ezio Mauro, direttore e condirettore. Mi dissero: “Vogliamo strappare a Repubblica il monopolio della novità . Ci stai?”. Certo che ci sto. In più mi davano anche più soldi di quelli che prendevo a Panorama. Quelli alla Stampa furono anni felici, i Sorgi, Minzolini, Battista, Igor Man, Guzzanti, Zucconi, Maria Teresa Meli compagni di avventura straordinari. I primi giorni ero così eccitato da non dormire la notte. Anche se l’impatto con i ritmi del quotidiano, per uno apprensivo come me, non è stato morbidissimo. Ripresi persino a fumare.
F. Recanatesi – Graffiavi come una gatta in calore, firmavi storie e ritrattini al vetriolo. Avevi licenza di uccidere o mettevano anche a te un po’ di valium nel bicchiere?
F. Ceccarelli – Quando venni assunto, Mieli mi disse: “C’è uno solo che devi salvare, Spadolini”. Obbedii volentieri, anche perché Spadolini, quand’ero a Panorama, mi spedì due telegrammi di complimenti.
F. Recanatesi – Caso raro, credo…
F. Ceccarelli – Forse unico. Al contrario di chi protesta.
F. Recanatesi – Per esempio?
F. Ceccarelli – Tanti… Alcuni direttamente. Come D’Antoni, qualche anno fa: “Scusi Ceccarelli, ma io cosa le ho fatto?”. Preferisco le telefonate dirette a quelle fatte ai miei direttori. Ai quali dico sempre: “Se qualcuno protesta vorrei non saperlo, così sono certo di non subire condizionamenti”.
F. Recanatesi – Sei di quelli che preferiscono stare lontano dai soggetti dei tuoi articoli?
F. Ceccarelli – Una volta andavo spesso a Montecitorio, ma non ho mai stretto un’amicizia. Per il lavoro che faccio io, è importante non avere con i politici alcun rapporto. Che poi non mi serve. Ho il mio archivio che vale più di qualsiasi informazione.
F. Recanatesi – Pensi mai, mentre scrivi, al tuo bersaglio? Agli effetti che possono provocare le tue parole sulle persone che tratti?
F. Ceccarelli – Mentre scrivo no, qualche volta ci penso la sera a letto. Ma non a loro, ai politici, altrimenti non scriverei proprio: penso ai loro figli, al giudizio che potranno trarre del padre dopo aver letto il mio pezzo. Cerco, questo sì, di usare sempre l’ironia, il distacco, lo scetticismo. Anche se a volte la penna può scapparti, specie lavorando per un quotidiano i cui tempi sono strettissimi. Per scrivere i miei libri, da ‘Il letto e il potere’ a ‘La suburra’, ho dovuto pattinare sul fango: sono diventato esperto su come non fare del male alla gente.
F. Recanatesi – Mi par di vedere una folla ululante di tutti quelli che hai preso per i fondelli.
F. Ceccarelli – Dici? Quando scrivo un articolo non so mai se è venuto bene o male, se ha colpito o non ha colpito, che effetto farà . Credo che questa incertezza testimoni comunque della mia buona fede.
F. Recanatesi – Il riscontro quando ti arriva?
F. Ceccarelli – Alla Stampa l’impatto del tuo pezzo lo conosci alle 3 del pomeriggio, a Repubblica alle 9 del mattino. La prima differenza fra i due giornali sta proprio qui, nella visibilità  che offrono alle loro firme.
F. Recanatesi – Per questo nel 2005, dopo 15 anni nella testata torinese, hai deciso di traslocare? Oppure non ti andavano a genio i direttori? Ne hai collezionati quattro fino al 2005: Mieli, Mauro, Rossella, Sorgi.
F. Ceccarelli – Qualche problema l’ho avuto solo con Rossella, una fastidiosa sensazione che le cose che scrivevo potessero creargli delle seccature. Non lo diceva però si capiva. Ma non è stato questo a farmi decidere. Al di là  della visibilità , importante per noi giornalisti che siamo tutti un po’ narcisi, l’elemento più convincente è stato la chiamata di Ezio Mauro che conoscevo dalla metà  degli anni Settanta quando lui, redattore della Gazzetta del Popolo, era corrispondente di Panorama da Torino. Quello verso Largo Fochetti mi è sembrato un percorso naturale.
F. Recanatesi – Quali differenze hai notato lavorando alla Stampa e a Repubblica?
F. Ceccarelli – Come passare da un appartamento due camere e cucina abitato da poche persone a un villaggio dove si intrecciano tutte le dinamiche di una folta comunità , con momenti esaltanti di pieno e momenti deprimenti di vuoto. Grandi spazi, centinaia di persone, non riesci neanche a conoscerle tutte. Io sono al terzo piano, al settimo c’è la direzione, il cuore pulsante del giornale; ma il piano più interessante, il piano del futuro è l’ottavo, quello di Repubblica.it: Giuseppe Smorto guida una formidabile banda di ventenni che smanettando hanno creato il primo sito Internet d’Italia. Due piani più sotto, al sesto, c’è mia moglie Elena Polidori: ogni tanto le mando un sms: “Ci vediamo al bar per un caffè?”.
F. Recanatesi – Già , perché nel frattempo ti sei sposato. Un matrimonio importante. Conosco te, conosco Elena… Ho visto il tuo primo figlio in fasce. Lo sai che una foto di Giacomo a 2 anni a una festa di mia figlia che casualmente avevo con me campeggia sulla prima pagina di uno dei primi numeri dell’edizione torinese di Repubblica? Mi serviva per sostenere il titolo (‘Papà , io ti troverò’) di una storia strappalacrime.
F. Ceccarelli – Conobbi Elena sui banchi di scuola del liceo Virgilio (come mio nonno con la sua Clara: ancora!). Prendevamo tutte le mattine lo stesso autobus, il 94, abitavamo entrambi dietro piazza dei Navigatori. Il 4 dicembre del 1971 ci demmo il primo bacio nell’ultima fila del cinema Nuovo Olimpia, incoraggiati da Tony Curtis e Marilyn Monroe che facevano la stessa cosa nel finale di ‘A qualcuno piace caldo’. Siamo cresciuti insieme, come persone e come giornalisti. Ci siamo sposati il 30 aprile del 1980 festeggiando con pochi parenti e amici nella casa di Elena a Farfa Sabina. È la persona più importante della mia vita. Siamo diversi, ma io mi fido di lei come di nessun altro al mondo. Quanto a quel puffo che mettesti in prima pagina a Torino 22 anni fa, tu hai visto il film ‘Scialla!’? Sì? Beh, Valerio, il pugile malavitoso, quello che smercia coca, è lui, è Giacomo. Un giorno uno sceneggiatore amico mio e del regista Francesco Bruni mi chiede: “Ma è vero che tuo figlio tira di boxe?” Dico: sì, è vero. A Giacomo non interessava girare il film, ma gli facevano comodo quei soldi. Quando ‘Scialla!’ è andato nelle sale non voleva più uscire di casa. Ora ha smesso con la boxe, fa il percussionista in un gruppo che suona jazz. È più contenta anche Francesca Romana, che ha 14 anni, frequenta il quarto ginnasio e aveva paura che al fratello sul ring gli rompessero il naso.
F. Recanatesi – Non possiamo non concludere parlando di un altro passaggio epocale che tu hai accompagnato dalle pagine di Repubblica, quello da Berlusconi ai professori o, se preferisci, dalla seconda alla terza Repubblica. Cominciando da una domanda che mi prude: hai sofferto tu, ha sofferto il tuo giornale che della guerra al Cavaliere ha fatto una ragione editoriale con la caduta di Berlusconi?
F. Ceccarelli – Non ha tolto niente né a noi né a nessun altro perché quella di Berlusconi non è stata una caduta ma una consumazione. Si è presentato come un prodotto, uno spettacolo, ma dopo 18 anni ha saturato l’immaginario. Oggi se vai col pensiero a Berlusconi sembrano passati dieci anni. Dal caso Noemi in poi il personaggio ha cominciato a perdere appeal. Ora finisce a pagina 4 in basso. Fa quasi pena.
F. Recanatesi – E arrivano i professori: giornalisticamente, e per altri versi, di appeal ne hanno ancora meno.
F. Ceccarelli – Mica vero. È sempre interessante andare alla scoperta di gente nuova, prima d’ora pochissimo o per niente frequentata dai media. Il rischio che i componenti del nuovo governo corrono, a oggi, è quello di apparire disumani: con poche eccezioni – per esempio la Fornero – la loro caratteristica è il gelo. Il Monti-robot di Crozza è a tale proposito illuminante. Ma sarà  più importante capire che cosa hanno in testa. Io vorrei che correggessero alcune mie convinzioni: che la politica è l’arte del far credere, che in politica non succede quasi mai nulla di così rilevante da incidere sulla vita degli altri, che fare il giornalista politico è noioso.
F. Recanatesi – Ah, tu ti annoi?
F. Ceccarelli – Nel mio caso, quasi mai, perché da nonno Giuseppe ho ereditato strumenti fantastici: il culto per la città  di Roma e quindi il dileggio, lo scetticismo, la cojonella, la facoltà  di godere anche della magnificenza ridotta in macerie: come quella dei politici e della politica. E soprattutto il mio archivio: cassaforte preziosissima, baule dei ricordi, cornice fondamentale per ogni evento che io debba affrontare. Le montagne di ritagli riflettono non soltanto la modificazione trasversale della politica (ora non so se esistono delle idealità , ma sicuramente esistono dei fenomeni), ma anche quella del giornalismo.
F. Recanatesi – Dai, colpisci.
F. Ceccarelli – Il mio archivio non dà  giudizi, dice che il giornalismo ingessato, ufficiale, misurato di 10-15 anni fa ha rivolto crescenti attenzioni all’intimità  del potere, ai personaggi più che ai popoli, con occhio penetrante e sempre più malizioso. Non chiedermi se era migliore prima oppure oggi. È stato un processo inesorabile che non si poteva fermare, più grande della professionalità  dei singoli giornalisti.

Intervista di Franco Recanatesi