Il futuro non aspetta – Intervista a Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale (Prima n. 424, gennaio 2012)

Il futuro non aspetta
Confindustria Digitale, che riunisce le maggiori aziende italiane di tlc, informatica, manifatturiero e consumer electronic, ha presentato al governo proposte per promuovere lo sviluppo dell’economia digitale in tempi brevissimi. I toni sono ultimativi e allarmati.
Tra le varie proposte lo switch off di alcune attività  dell’amministrazione pubblica che dovranno essere erogate solo su web
“Un pacchetto di proposte che al contribuente non costerà  un solo centesimo e con un valore di impatto economico di dieci miliardi di euro”. Parola di Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale, la federazione nata l’autunno scorso che ha come obiettivo quello di promuovere lo sviluppo dell’economia digitale. Che l’Italia sia indietro rispetto ai vincoli imposti dall’Agenda digitale europea è cosa nota. “Quel che mi stupisce”, dice Parisi, “è che questo governo non ne abbia ancora fatto cenno”.
Oltre che presidente di Confindustria Digitale, Parisi è anche amministratore delegato di Swisscom Ict Italia e senior advisor della Royal Bank of Scotland in Italia. Uomo che sa di politica e di telecomunicazioni, è diventato stratega e ambasciatore di questa partita che riguarda direttamente il mondo delle tlc in grande affanno. Che spiega così: “Le aziende di telecomunicazione si trovano oggi a dover affrontare grandi investimenti per mantenere il traffico esistente e il servizio per i clienti. Chi genera molti ricavi sono gli over the top, aziende come Google, Facebook, Apple, eccetera. Sono insomma i grandi operatori di Internet che usano la Rete, generano traffico crescente, senza dover investire su di essa. Si tratta di un business molto distorto, un paradosso a livello mondiale su cui si sta discutendo molto. Per di più in Italia non cresciamo come penetrazione di Internet e quindi abbiamo smesso di crescere come mercato di clienti. Da noi le aziende devono dunque investire molto solo per salvaguardare il livello di servizio da offrire ai propri clienti mentre i loro ricavi sono in riduzione. Questo è lo scenario critico in cui ci troviamo”.
Nella convinzione di aver colto un punto nevralgico per il futuro dell’Italia, Confindustria Digitale si propone “come partner del governo e delle Regioni per promuovere in Italia l’economia digitale, passaggio fondamentale affinché il Paese riprenda la via della crescita e dello sviluppo”. Siccome è una vita che siamo bombardati dalle buone intenzioni, all’inizio di gennaio abbiamo aspettato Stefano Parisi all’uscita di Palazzo Chigi dove aveva appena consegnato ventisei paginette no frills. Ma belle toste.
Prima – Confindustria Digitale, che ha un board composto da trenta delegati capi azienda di grandi compagnie italiane delle telecomunicazioni, dell’informatica, del manifatturiero, del consumer electronic, eccetera, ha presentato un progetto al governo chiedendo che venga attuato in tempi brevi, anzi brevissimi. I toni sono ultimativi e piuttosto allarmati. Qual è il motivo?
Stefano Parisi – Tra il 2008 e il 2009 si è verificato un cambiamento molto più decisivo di quanto non lo sia stato Internet. Se è vero che la Rete ha globalizzato l’economia e i sistemi finanziari interconnettendo le banche dati e aumentando la quantità  dei servizi e delle informazioni da offrire ai cittadini, in quei due anni cruciali gli utenti di Internet hanno scoperto di poter generare contenuti e informazioni. Non si tratta più quindi del tragitto one way in cui la banca dati fornisce informazioni e servizi al cittadino-cliente-utente, ma – punto fondamentale che sta mutando radicalmente la logica e il paradigma di Internet e quindi la sua funzione nella globalizzazione mondiale – è l’utente stesso ad attivarsi e a creare contenuti. Le faccio un esempio: un tempo il navigatore ti diceva dove andare, ora con Waze e le applicazioni che si trovano sull’iPad o sullo smartphone, le informazioni vengono date dagli utenti del navigatore stesso. Il che significa che mentre lei guida, può sapere in tempo reale i punti critici di traffico, i posti di polizia, le deviazioni, il bar dove fanno promozioni e via dicendo. Le informazioni non arrivano dal gestore del servizio ma da chi ne fa uso in quello che viene definito ‘user generated content’, un sistema di straordinaria rilevanza dal punto di vista economico.
Prima – Da consumatore passivo a protagonista.
S. Parisi – E questo, ripeto, ha un’incidenza potentissima sulla struttura economica mondiale.
Prima – Mi faccia un altro esempio.
S. Parisi – Oggi è possibile collocare un gps sui camion della raccolta dei rifiuti e sui cassonetti, il che permette di selezionare la raccolta a seconda se il cassonetto è pieno o meno. Gli stessi operatori ecologici, quelli che un tempo chiamavamo spazzini, ora possono inviare informazioni sulle condizioni igieniche di una strada e di un quartiere. Quello che prima era un operatore di rifiuti passivo, ora è un terminale informativo. Nei call center succede lo stesso. Chi ci lavora è in grado sempre di più di dare informazioni all’azienda. Se prima i lavoratori erano obbligati a seguire determinate procedure e regole, ora sono informatori e organizzatori della stessa attività  che a loro viene delegata e che a quel punto possono esercitare con maggiore intelligenza e flessibilità .
Prima – Il che significa capovolgere la forma e i contenuti dell’attività  lavorativa.
S. Parisi – Più si diffonde l’economia digitale, intesa essa come attività  anche tradizionali svolte su Internet e quindi nell’ambito della tecnologia digitale, e più si possono affrontare i problemi di cui soffre la nostra economia: bassa produttività , bassa crescita e controllo della finanza pubblica.
Prima – Bene, se questo è lo scenario, cosa chiedete di concreto al nuovo governo?
S. Parisi – Il primo pacchetto di iniziative che proponiamo è lo switch off di attività  dell’amministrazione pubblica. Se in Italia c’è una penetrazione di Internet del 50%, mentre nei Paesi nordici si arriva al 70-75%, significa che il cittadino italiano può vivere benissimo anche senza essere collegato alla Rete. Uno studente può essere iscritto in molte università  italiane anche senza avere una e-mail, cosa del tutto impensabile nelle università  inglesi o americane.
Prima – Non temete il rischio di uno shock anafilattico?
S. Parisi – Alcune attività  devono essere erogate solo su web e la carta deve rimanere un’eccezione per chi abita in un paesino dove la connessione è ancora difficile. Noi proponiamo che vengano digitalizzate l’iscrizione scolastica, la pagella, la carta di identità , le ricette mediche e il fascicolo sanitario elettronico. Si tratta di dati che, se spostati sul web, da una parte spingono le famiglie italiane a connettersi a Internet allargandone la penetrazione e dall’altra aiutano la trasparenza, fermo restando le norme sulla privacy. Se l’Asl a cui sono iscritto e che possiede il mio fascicolo sanitario lo può trasmettere via Internet all’ospedale in cui mi trovo, questo significa evitare analisi inutili, risparmio di tempo e di soldi che ancora oggi vengono spesi per andare a caccia della propria cartella clinica. In qualunque posto uno si trova, deve essere possibile avere e gestire tutti i propri dati clinici. Per non parlare del risparmio che ne trarrebbe il sistema sanitario nazionale.
Prima – Come?
S. Parisi – Il controllo della spesa farmaceutica viene effettuato tenendo presente volumi e prezzi ed è noto che ci sia un enorme abuso delle prescrizioni di farmaci da parte dei medici di base. Se tutto ciò viene dirottato su Internet, è possibile controllare ogni singolo medico di base e intercettare le ricette improprie. È un altro dei tanti sistemi che consente di tenere a bada la spesa, da un lato, e dall’altra di rendere più fluido ed efficiente il sistema.
Prima – Insomma, la Rete come grande sistema di razionalizzazione, risparmio e controllo degli sprechi?
S. Parisi – Si tratta di innescare un circolo virtuoso che da un lato spinga gli italiani a connettersi a Internet e dall’altra parte consenta, sia pure gradualmente, di spostare sempre più attività  dalla carta al web. Il che comporta un enorme risparmio economico per l’amministrazione perché il web richiede meno persone e perché molte funzioni possono essere esternalizzate.
Prima – Il modello è applicabile in altri campi oltre a quello sanitario e scolastico?
S. Parisi – Pensi alle procedure di concessione edilizie, il 90% delle quali potrebbero essere fatte dagli architetti liberando il peso del lavoro del Comune.
Prima – Detta così sembra un’idea molto seducente. Ma le pare cosa facile? Dottor Parisi, noi siamo in un Paese che si sta scannando ancora sull’articolo 18, roba da paleolitico inferiore…
S. Parisi – C’è già  un lavoro imponente che ha fatto Renato Brunetta quand’era ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta solo di completare la procedura. E mettere la firma finale.
Prima – Tutto questo quando dovrebbe avvenire?
S. Parisi – Tutto è predisposto perché lo switch off parta dal 1° gennaio 2013, data che – secondo i criteri condivisi dell’Unione europea – ci obbliga ad arrivare al pareggio di bilancio e all’allineamento all’Agenda digitale europea, cosa di cui questo governo non ha ancora fatto menzione.
Prima – Non teme l’obiezione secondo la quale questo switch off provocherebbe una marea di nuovi disoccupati?
S. Parisi – Ci sono tonnellate di studi che dimostrano il contrario. Non solo non crea disoccupazione ma semmai apre alternative importanti.
Prima – Mi racconti cos’altro avete messo sul tavolo di Monti.
S. Parisi – Il secondo blocco della nostra proposta riguarda l’e-commerce, un altro tema che fluidifica e dà  grandi opportunità  per le imprese e il cui uso in Italia è ancora rarefatto.
Prima – Proprio l’Istat ha dimostrato che gli unici due ambiti dove da noi funziona sono l’editoria e il turismo.
S. Parisi – Noi proponiamo un’Iva diversificata. Se oggi per una camicia in un negozio paghi il 21%, sul web l’Iva deve scendere al 10%. Del resto già  da ora se uno prenota un albergo in Rete non la paga.
Prima – Con queste lune posso solo immaginare la faccia del presidente del Consiglio di fronte a un’ipotesi del genere.
S. Parisi – Beh, non potrebbe che sorridere compiaciuto visto che si tratta di un’idea a cui lo stesso Mario Monti ha accennato nel 2010 al presidente della Commissione europea José Manuel Durà£o Barroso riferendosi al mercato interno. La nostra seconda proposta riguarda i libri su cui si paga il 4% di Iva mentre sugli e-book si paga il 21%. Noi chiediamo che anche l’e-book abbia un’Iva del 4%.
Prima – Come cliente assiduo che compra quasi tutto su Internet mi permetto di farle notare che ricevere la merce a casa è spesso una lotteria. A fine dicembre ho ricevuto a Roma un oggetto spedito da Brescia ai primi di novembre.
S. Parisi – In effetti uno dei motivi per cui non si usa l’e-commerce in Italia è legato alla questione logistica. Nel nostro documento cerchiamo di mettere pressione su Poste Italiane che stanno cercando di fare molte cose – dalla banca alla telefonia mobile, all’adsl – mentre credo che sarebbe sufficiente ricevere la posta in tempi ragionevoli.
Prima – I numeri dicono che nonostante tutto l’e-commerce è in crescita anche da noi.
S. Parisi – In effetti siamo a una crescita del 20% l’anno, ma noi sosteniamo che nel 2012 quella cifra potrebbe raddoppiare.
Prima – Poste a parte, vogliamo parlare della disparità  di accesso ai servizi telematici tra la popolazione della Penisola? Chi vive in zone dove la Rete non arriva o se arriva è ancora a una velocità  primitiva, che cosa deve fare? Rinunciare a vivere?
S. Parisi – È quel che si chiama digital divide. Noi crediamo che ci siano due tipi di digital divide, uno sulle famiglie, residenziale, e questo sarà  coperto nel giro di poco tempo dall’Lte (Long term evolution) che è poi il futuro della rete di telefonia mobile. Le frequenze concesse con l’asta dello scorso autunno obbligano a coprire il digital divide, il che significa che tutto il territorio nazionale sarà  coperto. Rimane però il problema del digital divide dei distretti industriali, dove la rete mobile non può bastare. Pensi che abbiamo censito ben 300mila imprese in Italia prive di connessione Internet! Noi proponiamo al governo di usare la metà  delle risorse già  destinate per il digital divide per aiutare gli operatori mobili a raggiungere in fibra le antenne del digital divide dell’Lte e il rimanente 50% per coinvestire insieme alle imprese di telecomunicazioni come Fastweb e Telecom per raggiungere i distretti industriali, in modo tale da avere in 24 mesi la copertura del 100% del territorio nazionale. La priorità  la diamo ai distretti industriali, perché siamo persuasi che questo generi sviluppo.
Prima – Nel vostro documento fate riferimento all’ecosistema Internet, e cioè alle norme sul diritto d’autore e sulla lotta alla pirateria.
S. Parisi – C’è molta confusione intorno a questo tema. Il punto è sviluppare un’offerta legale di mercato.
Prima – Sarebbe a dire?
S. Parisi – Noi chiediamo una riforma dell’intero quadro normativo sul diritto d’autore per l’ambiente digitale. Una riforma elaborata e condivisa da tutti gli stakeholder sotto il coordinamento dell’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni. Proposta che dovrebbe ottenere rango legislativo e superare in via definitiva i problemi di legittimazione che sorgono ogni volta. È necessario inserire elementi competitivi nel sistema di contrattazione dei diritti in modo da dinamizzare il settore, superare le inefficienze e consentire una maggiore innovazione dei sistemi di distribuzione delle opere.
Prima – Parlate anche del venture capital che poi, detto in soldoni, non è altro che la quota di capitale di rischio di chi investe per finanziare l’avvio o la crescita di un’attività  in quei settori considerati più promettenti. Roba che ha fatto nascere Google e che da noi scarseggia.
S. Parisi – Lei sa che Israele è il Paese con il maggior numero di startup al mondo? E questo proprio grazie al venture capital. Oggi che siamo tutti connessi, l’innovazione vera non la fa più Telecom Italia o Fastweb o l’Ibm, ma la fa il neo laureato che ha un’idea e la butta sul web. C’è un fermento straordinario di giovani, peccato però che non ci siano fondi di venture capital. Sulla base di una proposta già  preparata da Corrado Passera e non inserita nella prima manovra, chiediamo una detrazione del 19% degli investimenti fatti nelle startup, o nei venture capital per una quota non superiore a un milione di euro.
Prima – Parlate anche di lotta all’evasione, argomento che recentemente, dopo il blitz a Cortina e le dichiarazioni di Monti (“sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli italiani”), ha riacceso le polemiche.
S. Parisi – Per combattere l’evasione non c’è bisogno di mandare la Finanza a Cortina. Se lo Stato vuole le informazioni sul reddito di chi possiede auto di grande cilindrata ce le ha tutte senza muoversi dalla propria scrivania. Basta rivolgersi all’Aci, all’Inps, all’Agenzia delle entrate e incrociare i dati. Noi vogliamo lavorare in modo intelligente alla lotta all’evasione. Pensi che oggi il 70% delle banche dati della pubblica amministrazione centrale dello Stato non è interconnesso. Le pare ragionevole?
Prima – Quanto vale il pacchetto che proponete al governo?
S. Parisi – Dieci miliardi come valore di impatto economico. Inoltre tenga conto che ogni 10% di penetrazione di Internet vale un punto di Pil. Se in due anni riuscissimo a fare il 20% potremmo da soli fare ben 2 punti di Pil. Senza tirare fuori un centesimo.
Prima – Le faccio una domanda ma temo una risposta diplomatica. Lei pensa che tutto ciò che chiedete sia attuabile davvero?
S. Parisi – Nessuna risposta diplomatica. Il fatto è che il Paese è molto indietro su questi temi, esattamente quanto era indietro sulla riforma delle pensioni piuttosto che sull’evasione fiscale, perché ci sono resistenze esattamente come ce ne erano sulla riforma delle pensioni e come ce ne sono sulla riforma fiscale. Io credo che questo governo, se non fa queste cose rinuncia a uno dei tasselli fondamentali richiesti dall’Unione europea. Tutti i Paesi europei, salvo l’Italia, hanno un’agenda digitale. Vede, io sono ostinatamente ottimista e penso che il governo lo farà . Non dovesse succedere, noi siamo pronti ad andare dritti dritti all’Unione europea.

Intervista di Daniele Scalise

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