Editoria, New media

27 marzo 2012 | 10:36

Scienza/ Cybercrimine, il 2011 è stato l’anno degli “hacktivisti”

Forte aumento attacchi contro obiettivi politici e sociali
Roma, 26 mar. (TMNews) – Nel 2011 c’è stato un aumento senza precedenti dei casi di “hacktivismo”, ovvero i cyberattacchi rivolti contro obiettivi di natura politica e sociale. Lo evidenzia la quinta edizione del rapporto Verizon sulla sicurezza dei dati. Il documento registra 855 casi di violazione dei dati, con 174 milioni di record sottratti, la seconda perdita di dati per dimensioni mai osservata dall’inizio dell’analisi, nel 2004.
Al rapporto hanno collaborato l’intelligence Usa, e i reparti specializzati delle polizie olandese, australiana, irlandese e britannica.
I risultati mostrano il carattere decisamente internazionale del fenomeno. Gli attacchi sono partiti da 36 paesi, contro i 22 dell’anno scorso. Quasi il 70 per cento ha avuto origine dall’Europa orientale e circa il 25 per cento dal nord America.
Gli attacchi esterni sono i maggiori responsabili delle violazioni dei dati, con il 98 per cento dei casi attribuibili a crimine organizzato, attivisti, ex dipendenti, hacker solitari e organizzazioni sponsorizzate da governi stranieri.
I sistemi di attacco si basano soprattutto sullo “hacking” (ovvero la violazione criminosa dei codici di protezione) e il malware (la diffusione di software “spia”). Lo hacking si è verificato nell’81 per cento delle violazioni dei dati e nel 99 per cento dei casi di sottrazione di dati. Il malware è stato usato nel 69 per cento delle violazioni e nel 95 per cento delle compromissioni dei dati. Tali metodi sono preferiti perché consentono di colpire più obiettivi contemporaneamente da postazioni remote. Uno dei fattori di pericolosità  degli attacchi è che sono difficili da scoprire: il lasso di tempo che trascorre dall’attacco alla sua scoperta si misura in mesi se non anni. La maggior parte delle violazioni, il 92 per cento, viene scoperta non dalle vittime dell’attacco, ma da soggetti terzi.