26 aprile 2012 | 10:30

Il gioiello nascosto – Intervista ad Alessandro Bompieri, amministratore delegato della Rcs Libri (Prima n. 425, febbraio 2012)

Il gioiello nascosto
Rcs Libri è sempre stata silenziosamente dietro le quinte lasciando ai quotidiani e ai periodici il ruolo di primi attori di Rcs MediaGroup. Poi si scopre che c’è la fila di editori francesi pronti a sborsare centinaia di milioni di euro per la preziosa Flammarion. E la Rcs Libri si conferma una grande fabbrica di cultura e di business. Di cui i soci del gruppo dovrebbero andare fieri.
Sembra proprio che il destino abbia deciso di far incrociare per la seconda volta le strade di Unidad Editorial e di Flammarion, i due gioielli esteri di Rcs MediaGroup. Quando a cavallo degli anni Duemila vennero acquistati, El Mundo, secondo quotidiano spagnolo, era reputato un brillante investimento; mentre la casa editrice libraria parigina, voluta con grande lungimiranza da Claudio Calabi e Gianni Vallardi, all’epoca amministratori delegati rispettivamente del gruppo e di Rcs Libri, veniva considerata quasi un azzardo. Per anni è stato così, poi gradualmente le parti si sono invertite. Unidad Editorial, a cui in seguito Rcs MediaGroup ha aggiunto un secondo gruppo spagnolo, Recoletos, ha cominciato a soffrire sotto l’onda d’urto della crisi economica e pubblicitaria; Flammarion è stata sottoposta dal presidente e direttore generale Teresa Cremisi a una dura ed efficace razionalizzazione che ne ha moltiplicato il valore. Così oggi che Rcs MediaGroup si trova gravato da un debito di 980 milioni di euro e sta valutando le possibili dismissioni per ridurlo, proprio Flammarion è uno degli asset più appetibili per il mercato.
Rcs MediaGroup ha affidato a Mediobanca il mandato di valutare le offerte, ma la decisione non sarà  rapida. Né sarà  una decisione facile, perché cedere Flammarion significa togliere più o meno un terzo del suo valore a Rcs Libri e perché i libri in quel mare in tempesta che è diventata l’editoria riescono ancora a tenere la rotta senza troppo scarrocciare. Del resto non è una novità : già  nel maggio 2005, raccontando l’arrivo di Paolo Mieli alla presidenza di Rcs Libri, osservavamo come fosse questa l’unica area non in calo a fronte di una già  sensibile diminuzione dei ricavi pubblicitari e diffusionali di quotidiani e periodici. E ancora nel bilancio 2010 l’area libri spicca per risultati positivi: fatturato in crescita del 4,7% a 606,3 milioni ed Ebitda in aumento del 43,3% a 43,7 milioni.
Rcs Libri è un’azienda complessa, articolata in varie aree, con marchi storici dell’editoria italiana (Rizzoli, Bompiani, Fabbri, Etas, Archinto), delle importanti partecipate (Adelphi, Marsilio e Sonzogno, Skira) e una fondamentale presenza all’estero, in Francia con Flammarion e negli Stati Uniti con Rizzoli International Publications. A Paolo Mieli, che nel suo ruolo di presidente mette in campo competenza culturale e una vasta e assai efficace rete di relazioni, i vertici di Rcs MediaGroup nell’ottobre 2010 hanno affiancato come amministratore delegato Alessandro Bompieri, un manager che esattamente vent’anni fa ha iniziato la sua carriera al Corriere della Sera e che ha finito sempre per tornare alla Rcs dopo due esperienze in altri gruppi: alla Disney Italia dal ’94 al ’96 e poi al Gruppo 24 Ore, come direttore generale Quotidiano, dal febbraio 2005 fino all’attuale incarico. E proprio Bompieri, che prima di approdare alla Rcs Libri si è sempre occupato con responsabilità  crescenti di quotidiani, è l’uomo che molto probabilmente nella tarda primavera verrà  inviato a Madrid a risanare le controllate spagnole che tanto stanno appesantendo i conti del gruppo. Ma questa è un’altra storia (di cui raccontiamo a pag. 29).
Nel frattempo alla Rcs Libri Bompieri ha realizzato una silenziosa rivoluzione. È a lui che spetta la gestione complessiva dell’azienda – “Ma in Adelphi, Marsilio e Skira le vere anime culturali, con un grande peso gestionale, rimangono Roberto Calasso, Cesare De Michelis e Massimo Vitta Zelman”, ci tiene a sottolineare – e quindi ha fatto tutte le mosse che riteneva necessarie per evitare le sovrapposizioni, razionalizzare i costi, potare i rami un po’ secchi, investire sui germogli promettenti, mettere le persone giuste nel posto giusto e, in una parola, “migliorare la marginalità ”. Era anche necessario ridistribuire i pesi tra le diverse aree: i collezionabili, ad esempio, attività  storica con il marchio Fabbri, oggi sono parecchio ridimensionati: “Ormai per noi valgono meno del 10% del fatturato e soprattutto hanno un contenuto sempre meno editoriale”, spiega Bompieri. “Ma è una delle aree in cui nel 2011 il margine è più aumentato, dopo una robusta ristrutturazione e una strategia di lanci più prudente, basata sui test di mercato e sulla valorizzazione delle coedizioni con i giornali, non solo quelli del gruppo”.
Ma soprattutto si trattava di governare l’azienda in un mercato del libro dove ormai convivono spinte sempre più conflittuali. Il valore del lavoro editoriale, del rapporto con gli autori, dello scouting cozza contro l’opportunità  del ‘faccio tutto da me’ offerta dal digitale; i tempi lunghi dell’editoria tradizionale sono già  stati stravolti nel campo dell’acquisizione dei diritti e la pressione è forte su tutta la catena della lavorazione, con un rischio concreto per la salvaguardia della qualità ; l’inevitabile affermazione dell’e-book comporta una rivoluzione culturale e ha un pesante riflesso sul prezzo, anche del libro di carta.
Di come stia cambiando l’editoria libraria e delle scelte fatte alla Rcs Libri abbiamo parlato con Alessandro Bompieri nell’intervista che segue.
Prima – Bompieri, lei non vuole commentare la possibile cessione di Flammarion, ci dica almeno quanto pesa all’interno della Rcs Libri e cosa la rende un boccone così prelibato, visto che si parla di offerte attorno ai 300 milioni di euro, praticamente il doppio dei 295 miliardi di lire pagati da Rcs MediaGroup nell’ottobre del 2000.
Alessandro Bompieri – Flammarion è un caso esemplare di buon investimento. Era un’azienda fortemente in crisi e molto articolata, con all’interno una serie di case editrici separate le une dalle altre. Rcs ha lavorato molto per creare un’azienda unica e il contributo di Teresa Cremisi è stato fondamentale. Nei suoi sei anni di gestione, dal marzo 2005, i dati economici sono cresciuti fino al record del 2010 – 220 milioni di fatturato – anno coronato dalla vincita del premio Goncourt con ‘La carte et le territoire’ di Michel Houellebecq.
Prima – Teresa Cremisi, che si è formata alla Garzanti, ha lavorato per 14 anni da Gallimard diventando la collaboratrice più preziosa di Antoine Gallimard, e ora proprio Gallimard è uno dei pretendenti per l’acquisto di Flammarion. Il più accreditato, si dice. Che posto occupa nel mercato librario francese Flammarion? E qual è la sua forza? Poco prima che Rcs MediaGroup la acquistasse, ad esempio, aveva rilevato il gruppo belga Casterman, l’editore di Tintin.
A. Bompieri – Difatti, proprio con il marchio Casterman Flammarion ha una presenza importante anche nei libri per ragazzi e nei fumetti. E poi ha un marchio molto forte di tascabili, J’ai lu. Nel 2010 non solo è diventato il quarto gruppo librario francese, ma è arrivato a un soffio di distanza per fatturato da Gallimard, che storicamente è al terzo posto dopo Hachette e Editis.
Prima – Non ci ha ancora detto quanto pesa all’interno di Rcs Libri.
A. Bompieri – Flammarion contribuisce al fatturato per circa il 40%. Nel 2011 registra un leggero calo della marginalità  dovuto al fatto che il 2010 era stato un anno straordinario.
Prima – E in generale come si è chiuso il 2011 per la Rcs Libri?
A. Bompieri – I dati di bilancio non sono ancora stati approvati dal Cda, e prevediamo ricavi in leggero calo ma con una marginalità  in miglioramento. Mi riferisco a dati a perimetro omogeneo, perché nel frattempo ci sono state due cessioni: Delagrave, il marchio della scolastica di Flammarion, nel dicembre 2010, e Ge Fabbri, la società  con base in Inghilterra con cui seguivamo l’attività  dei collezionabili in tutto il mondo, a inizio 2011.
Prima – Per la Rcs Libri il 2011 è stato un anno di grandi cambiamenti. L’arrivo a febbraio di Massimo Turchetta, nel nuovo ruolo di direttore generale libri trade, è solo la parte visibile di una nuova organizzazione che lei ha varato in quei giorni. Perché lo ha fatto e cosa è cambiato?
A. Bompieri – Questa è un’azienda che ha al suo interno diverse anime, con una struttura eccezionalmente articolata: la narrativa, la saggistica e la varia, l’education, i collezionabili, Flammarion, la Rizzoli International Publications che opera in America, le partecipate Skira, Marsilio, Sonzogno e Adelphi. Era necessario creare un’organizzazione che rispecchiasse il più possibile le differenti aree, con una squadra di persone con responsabilità  ben definite e molto focalizzate sulla loro attività . Per fare un esempio: aver introdotto una figura come quella di Turchetta alla guida dell’editoria libraria autoriale mi ha permesso di dare vita contemporaneamente a una Divisione Illustrati internazionali che racchiude tutto ciò che facciamo in Italia e all’estero in questo campo.
Prima – Un campo difficile e dove per non perderci è indispensabile pubblicare su più mercati. Voi come ve la cavate?
A. Bompieri – Benissimo, perché proprio questa è la nostra caratteristica. Abbiamo illustrati in Italia con i marchi Rizzoli, Skira e, in misura minore, Marsilio; poi ci sono gli illustrati di Flammarion e a New York c’è la Rizzoli International Publications che pubblica solo illustrati. Con la nuova divisione, affidata a Marco Ausenda, che è un fuoriclasse in questo settore, abbiamo eliminato le aree di sovrapposizione e potenziato le sinergie. I risultati del 2011 sono molto positivi: negli Stati Uniti, malgrado la grande crisi che c’è, è stato il nostro anno record con una crescita del fatturato superiore al 10%. In America la Rizzoli International Publications è il marchio di riferimento per mondi come la moda e il lusso, e a chi pubblica con noi possiamo offrire una coedizione a Milano e a Parigi. Nessun altro può farlo con la stessa facilità  e velocità . Aggiungo che abbiamo persone di grande competenza e creatività  dal punto di vista editoriale, cosa che ci rende particolarmente appetibili.
Prima – Lei è arrivato alla Rcs Libri dopo una lunga esperienza nei quotidiani. Massimo Turchetta invece ha un profilo professionale tutto interno al mondo dei libri, è per questo che lo ha voluto?
A. Bompieri – Potevo già  contare su un’ottima squadra di direttori editoriali, farla guidare da una figura come Turchetta era il passo necessario per diventare ancora più credibili rispetto agli autori. I libri sono un’attività  artigianale che si gestisce su scala industriale, il fattore critico di successo è la capacità  di interagire con gli autori in modo che possano fidarsi, sapendo di essere in una casa editrice che li farà  lavorare al meglio e consentirà  al libro di avere il migliore successo. Perché poi alla fine questo come editore devi garantire, sia se vuoi portare via autori ai concorrenti sia se ti prendi cura di autori esordienti. Senza ombra di dubbio Turchetta ha queste capacità . In più ha una cultura di gestione di una casa editrice di cui avevamo bisogno, è totalmente complementare a me.
Prima – E con ‘Storie della mia gente’ di Edoardo Nesi, pubblicato da Bompiani, vi ha pure fatto rivincere lo Strega dopo cinque anni…
A. Bompieri – Certo. Il libro lo abbiamo deciso insieme, ma è una scelta nata dalla sua abilità  nel capire quale poteva essere il libro più adatto allo Strega e dalla sua capacità  di seguirlo in tutto il percorso che arriva al premio. Altro esempio: all’inizio della sua esperienza alla Mondadori Turchetta si è molto occupato di tascabili, che significa saper gestire il catalogo e costruire delle collane che vengano percepite come tali. È un lavoro che conosce a menadito, e qui ha subito dato vita a Vintage, la prima collana di tascabili di alto livello trasversale a tutti i nostri marchi editoriali.
Prima – Che differenza c’è tra gestire una casa editrice di libri e una di quotidiani?
A. Bompieri – Enorme. In realtà  l’unico punto di contatto è che hai a che fare con prodotti dell’ingegno, quindi con persone che pensano e realizzano contenuti, anche se in due modi diversi. Ma i tempi sono terribilmente diversi (se in un quotidiano durante una riunione provi a discutere di cosa succede fra tre mesi la gente comincia a distrarsi, si alza ed esce dalla stanza) e dal punto di vista economico è tutt’altra storia. Nel quotidiano il manager gestisce prevalentemente il conto economico e con una visione di breve periodo. Nel libro la visione è a lungo termine e l’aspetto importante quanto il conto economico è la gestione del patrimonio: governare male o bene il magazzino, i crediti, gli anticipi agli autori è un fattore determinante per i risultati.
Prima – Una grande differenza è stata, fino a pochissimo tempo fa, che il mercato del libro era stabile e considerato anticiclico. Ma lo scorso anno per la prima volta, compreso il periodo d’oro di dicembre, le vendite sono calate. Pensa sia dovuto solo alla crisi economica?
A. Bompieri – I dati non lasciano dubbi: secondo le rilevazioni di Gfk Eurisko, da agosto a dicembre 2011 il decremento è stato sempre a doppia cifra portando a un calo a valore del 4,3% sull’intero anno. Certamente la crisi incide, ma c’è anche un altro fattore: la legge sul libro in vigore da settembre ha regolamentato gli sconti e i volumi di vendita sono scesi. Nei canali come la grande distribuzione dove lo sconto era la leva d’acquisto più importante il calo è rilevante.
Prima – Sta dicendo che quella legge, approvata dopo anni di discussioni e con un’incredibile maggioranza trasversale, è un errore?
A. Bompieri – Nemmeno per sogno. L’obiettivo della legge è la difesa delle librerie e questo non può che farci piacere perché i librai sono il vero segreto del successo di un libro. Comunque è previsto che a un anno dall’entrata in vigore della legge ci sia un momento di verifica e ci arriveremo con tutti i dati necessari per valutarne gli effetti sul mercato. Ma è un dato di fatto che la possibilità  d’iniziative promozionali si è ridotta e che nella grande distribuzione, che vale tra il 15 e il 16% del mercato e dove si vendono soprattutto i bestseller, il libro ora rientra in una categoria diversa: prima, con sconti tra il 20 e il 25%, veniva utilizzato come prodotto civetta, adesso fa parte dei prodotti che danno più margine. E per gli editori questo significa calo delle copie vendute.
Prima – Cosa a cui gli editori hanno reagito diminuendo il prezzo di copertina. Giovanni Peresson dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori fornisce cifre impietose: nell’ottobre 2010 il prezzo medio della produzione libraria, scolastica esclusa, era di 20,61 euro, mentre nell’ottobre 2011 si è abbassato a 19,70 euro; da novembre a dicembre 2011 il prezzo medio dei 50 titoli più venduti è sceso da 16,12 a 14,08 euro. È la conferma di quanto tutti stavamo vedendo, ad esempio con i libri di narrativa di Newton Compton a 9,90 in cima alle classifiche. Ma gli editori possono permettersi di tagliare i prezzi senza incidere sulla qualità ?
A. Bompieri – Premesso che le case editrici sono aziende con margini di guadagno raramente superiori al 10% e che sopportano molti costi fissi, visto che per gli editori i costi non scendono nel momento in cui si abbassano i prezzi a diminuire sono i margini. E vuol dire meno quattrini per fare investimenti e remunerare il giusto gli autori e chi lavora nella filiera del libro. Quindi sì, nel lungo periodo si abbassa la qualità . Però a questo punto dovremmo anche chiederci cosa è la qualità .
Prima – Lo dica lei.
A. Bompieri – Nella mia definizione di qualità  il prezzo riflette in maniera rilevante non solo il valore del libro ma anche quello che ci costa realizzarlo. Lo dico perché all’origine di questa pericolosa tensione verso il basso prezzo c’è un fenomeno che conterà  sempre di più: il digitale. Per l’e-book gli editori italiani hanno scelto un prezzo inferiore del 30% a quello del libro tradizionale, ma il benchmark americano sostiene che l’e-book sta al 50% rispetto al cartaceo. Poi c’è la pressione dei lettori, perché la cultura del mondo digitale sostiene che il sapere deve essere gratuito. Io la chiamo la cultura di Wikipedia: la Treccani gratis. A quel punto si banalizza tutto, anche il diritto d’autore, e si comincia a pensare che pure i libri, chissà  mai perché, devono costare molto poco.
Prima – Lei che viene dal mondo dell’informazione questa esperienza l’ha già  vissuta nei quotidiani.
A. Bompieri – Sì, però c’è una differenza che rende poco valido il paragone. Nei giornali il salto culturale è che quando si va sulla Rete il contenuto deve essere gratis. Nei libri il passaggio dalla carta al digitale non mette in discussione il fatto di dover pagare, semmai di pagare meno. Il vero pericolo sta nella catena del valore: il rischio è di banalizzare il ruolo degli editori, l’intermediazione e di conseguenza il prodotto che vendiamo. E questo per un’industria è molto pericoloso.
Prima – Anche per l’e-book c’è una questione prezzo, con offerte ben inferiori a quel 50% del libro di carta che indicava come riferimento. Lei cosa ne pensa?
A. Bompieri – Si tende a pensare che, non essendoci i costi della carta e della stampa, sull’e-book l’editore guadagni parecchio. Ma la distribuzione digitale costa tanto, i partner degli e-reader chiedono una percentuale molto rilevante e l’Iva del prodotto digitale è al 21% contro il 4% del libro. Fatti i conti, il margine di contribuzione di un e-book è equivalente a quello dell’omologo libro di carta a patto che la differenza di prezzo dell’e-book non sia superiore al 30%.
Prima – A gennaio l’Associazione italiana editori ha lanciato l’allarme sul rischio pirateria del libro digitale, denunciando che, sui 19mila titoli italiani di e-book, sono già  circa 15mila quelli scaricabili da siti pirati. È un problema che già  avvertite e cosa si può fare per combatterlo?
A. Bompieri – La pirateria ha ucciso l’industria discografica. Confidiamo che nell’editoria sarà  meno devastante, e l’allarme su questo tema è mondiale. Nel board dell’International Publishers Association, di cui faccio parte, la pirateria è in testa alle priorità . Bisogna reagire subito, e la strada giusta è quella indicata dal’operazione internazionale che il 15 febbraio ha portato alla chiusura di Library.Nu, il maggior sito pirata nel campo dei libri con più di 400mila e-book, di cui circa 4mila italiani.
Prima – Un altro aspetto problematico del digitale è che abbassa le barriere alla pubblicazione. Con i siti di self publishing di fatto ognuno può fare l’editore di se stesso. Pensa che questo cambierà  il ruolo dell’editore?
A. Bompieri – Moltissimo, ma in senso contrario a quello che si potrebbe pensare. Il ruolo dell’editore sarà  rafforzato. Il rapporto con i lettori sarà  rafforzato. E conterà  sempre di più quel tipo di relazione che si definisce ‘engagement’. Per me l’editore per eccellenza in questo senso è Roberto Calasso.
Prima – Che fa, gioca facile? Lei Calasso ce l’ha in casa…
A. Bompieri – Mi ascolti, perché è una cosa importante. Nella maggior parte dei casi compriamo un libro perché ci piace l’autore, abbiamo letto una recensione, ce l’ha consigliato il libraio o ce ne ha parlato un amico. Sono pochissimi gli editori che per il solo fatto di pubblicare quel libro sono loro stessi la garanzia della qualità . Adelphi ovviamente non è l’unica, ma di certo rappresenta un caso internazionale di capacità  in questo senso. Sono convinto che nel mondo digitale questo aspetto conterà  parecchio. Ci avviamo a una situazione in cui avremo un’offerta su larga scala, enorme, e per i lettori diventerà  molto importante capire di chi possono fidarsi. E si fideranno dell’editore che ha dimostrato nel tempo di conoscere la qualità  e di saper instaurare una relazione con la propria comunità  di riferimento. Bisognerà  rafforzare tantissimo le identità  delle case editrici, non si potrà  più essere eccessivamente generalisti.
Prima – E come riuscirete a fare in modo che i lettori si fidino di voi? Lei prima diceva che il libraio è fondamentale per il successo di un libro, ma nel mondo della Rete il libraio conterà  sempre meno.
A. Bompieri – Temo di sì, o per lo meno conterà  in modo diverso. Ma nella Rete ci sono i social network, che possono essere un efficacissimo acceleratore del passaparola. Per i libri può essere una nuova frontiera, bisogna solo imparare a capire come servirsene perché quello dei social network è un mondo dove perdi credibilità  se la gente capisce che stai cercando di manipolarla.
Prima – Un mercato editoriale dove il digitale sarà  sempre più rilevante è quello della scolastica, che dopo la riforma Gelmini sta vivendo una rivoluzione. Voi siete presenti con vari marchi, che quota avete e come state affrontando il cambiamento?
A. Bompieri – Gli elementi di grande cambiamento introdotti dalla riforma Gelmini sono due: il blocco adozionale e il cosiddetto libro misto, cioè con un rimando digitale in varie forme, che nel 2016 dovrebbe diventare integralmente digitale. Il blocco adozionale, che nelle intenzioni ha lo scopo di avvantaggiare le famiglie riducendo l’acquisto di testi nuovi, implica che i testi scolastici adottati nel trienno 2010-2012 rimarranno in adozione per i successivi cinque, sei anni. È una quota di mercato che, una volta conquistata, ha un’inerzia enorme; al contrario se non la conquisti rischi di essere tagliato fuori a lungo.
Prima – E questo ha scatenato la lotta in un mercato piuttosto stabile come quello italiano, ormai molto concentrato e dove manca una leadership netta. A giocarvela, con quote più o meno equivalenti, siete in quattro: voi, Zanichelli, Mondadori, Pearson.
A. Bompieri – Gli ultimi due-tre anni sono stati di grande aggressività  commerciale. Ma la partita sarà  tutta da giocare quando si passerà  definitivamente al libro digitale. Per noi editori significa una rivoluzione perché si tratta di cominciare a pubblicare contenuti in una forma nuova, e in Rizzoli stiamo facendo molti investimenti in questa direzione. Si ridefiniranno i rapporti di forza, sarà  come ridare le carte e a quel punto la capacità  di rendere fruibili meglio dei concorrenti i contenuti in forma digitale rischierà  di essere più importante dei contenuti stessi.
Prima – Il grande successo di Rizzoli degli ultimi mesi è Benedetta Parodi, lanciata dalla Vallardi con i suoi primi due libri di cucina da due milioni di copie vendute. La voleva anche Mondadori, ma avete vinto voi. Come l’avete convinta? E quanto ha venduto finora il suo libro?
A. Bompieri – Quello che ci aspettavamo: 600mila copie. E non siamo stati noi a convincerla: semplicemente, dopo aver deciso di cambiare editore e rete televisiva, ha ritenuto che qui ci fossero tutte le garanzie per mantenere alto il livello delle vendite dei suoi libri.
Prima – Vuol farci credere che non c’entra anche la collana di libri per il Corriere della Sera e la grande visibilità  che le dà ?
A. Bompieri – La cosa la stupirebbe? In realtà  Parodi ha prima scelto la Rizzoli e poi è venuta naturale la collaborazione con il Corriere della Sera. Ma i due contratti rimangono separati.
Prima – Al di là  del successo di Benedetta Parodi, la varia sta andando molto bene e voi siete particolarmente attivi, anche nello scovare nuovi autori nei canali digitali e scandagliando, come ha raccontato il responsabile Luca Ussia, il web alla ricerca di blogger di successo o per capire quali sono le macrotendenze. È un’editoria che pensa sarà  particolarmente vitale anche in futuro?
A. Bompieri – Direi proprio di sì. Abitualmente si definisce il mondo della varia come quello dei libri per i non lettori. Io preferisco dire che è un mondo di libri sintonici con delle comunità  d’interessi. La capacità  di individuare continuamente micronicchie è fondamentale, come lo è l’interazione con il web. Se non è questa editoria del futuro…

Intervista di Dina Bara