26 aprile 2012 | 10:39

Una pausa per riordinare le idee – Intervista ad Antonio Sassano, docente di ingegneria operativa ed esperto di pianificazione (Prima n. 425, febbraio 2012)

Una pausa per riordinare le idee
Non ha senso mettere a gara ora delle frequenze che, secondo l’Agenda digitale dell’Europa, le televisioni sono destinate a perdere perché serviranno a garantire una connessione a banda larga a tutti. Lo sostiene l’ingegner Antonio Sassano, il massimo esperto italiano nel campo.
“Un Paese serio deve definire già  da oggi le tappe verso la transizione, una strategia condivisa con le imprese e gli altri attori del mercato”, dice Sassano.
Secondo il quale è meglio fermare le macchine anche per quanto riguarda il passaggio alla televisione digitale terrestre
Prima c’è stato lo stop del beauty contest, deciso dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, che alla fine di aprile dovrebbe dire cosa fare delle sei frequenze digitali già  promesse in regalo ai principali gruppi televisivi. Ora si è messa di mezzo anche l’Europa che, non soddisfatta di aver già  liberato i canali 61-66 della banda 800 MHz, ha espresso l’intenzione di dare alla telefonia mobile un’altra porzione di frequenze utilizzate dalla televisione, come è emerso nel corso dei lavori della Conferenza mondiale dell’Itu, l’agenzia dell’Onu che coordina la politica globale dello spettro radio.
C’è ancora tempo, perché la decisione sarà  presa dall’Unione europea nel 2015, ma da allora è molto probabile che inizierà  una sarabanda infernale, perché le televisioni potrebbero doversi privare dei dieci canali 50-60 della banda 700 MHz. E i guai sono seri, perché in questa parte di spettro sono coinvolte non sole le tivù locali ma anche Mediaset. Come se non bastasse, si addensano nubi nere sugli switch off ancora da effettuare nel Centrosud (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia), che le tivù locali, già  avvelenate per la riduzione a 175 milioni del risarcimento statale per l’esproprio dei canali 61-66, non vogliono fare se non avranno garanzie dal ministro sulla destinazione della banda 700 MHz. Infine, per non farsi mancare niente, è nuovamente precipitato nel caos il telecomando digitale, a causa della sentenza esecutiva del Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso di Sky contro la numerazione automatica dei canali decisa dall’Agcom, l’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni.
Lo scenario è talmente complicato e scivoloso che, per capirci qualcosa, abbiamo chiesto aiuto ad Antonio Sassano, il deus ex machina dello spettro televisivo, che ha scortato il convoglio del digitale fin dalla prima ora.
Docente di ingegneria operativa ed esperto di pianificazione, Sassano ha fama di essere il sommo conoscitore delle frequenze in Italia. Ha disegnato quattro piani nazionali, quasi tutti o uccisi nella culla o rimasti lettera morta salvo il Piano delle frequenze digitali boicottato da tutte le televisioni ma fermamente voluto dall’Agcom.
Questo professore, che riesce a ordinare, con l’aiuto di un modello matematico, la caotica architettura dello spettro, è guardato con un certo sospetto dalle emittenti. Gelosissime delle frequenze che sono un bene pubblico ma che esse considerano una proprietà  privata, lo vivono come una specie di dottor Stranamore, sospettandolo oltretutto di essere tifoso della banda larga e degli operatori telefonici.
Sassano ha partecipato in prima linea alla progettazione della transizione del digitale, seguendo lo spegnimento della Sardegna, prima area all digital, a fianco dell’allora ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, di cui era fidatissimo consigliere, oltre che direttore generale della Fondazione Bordoni, il braccio tecnico del ministero, da cui venne rimosso con l’arrivo di Paolo Romani al posto di Gentiloni.
Con l’Agcom Sassano ha iniziato a collaborare dal ’91, quando negli uffici c’erano ancora le scatole di cartone dei primi commissari, ma a dicembre scorso ha interrotto la consulenza, perché – spiega – “voglio cominciare a ragionare con la mia testa e in libertà ”. Deve averlo fatto riflettere la bacchettata di Romani che, irritato da una sua intervista sul beauty contest, scrisse una lettera al presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, per richiamare il suo consulente agli obblighi del Codice etico. Oggi, dunque, Sassano può permettersi di parlare e scrivere liberamente, in tandem con i due economisti, Carlo Cambini e Tommaso Valletti, l’uno docente di economia industriale al Politecnico di Torino e l’altro dell’Imperial College Business School di Londra, con i quali progetta e prospetta soluzioni per uscire dall’impasse.
Sassano non è solo un tecnico; ha un sua precisa visione del mercato ispirata al mondo europeo dove il digitale si è sviluppato – ci tiene a dire – “secondo un processo ordinato e regolato, sulla base dei piani delle frequenze che sono una proiezione su scala locale del Piano di Ginevra del 2006 che prevedeva dagli otto ai dieci mux in ogni Paese; infatti, in ogni mercato, è stato realizzato il numero di mux previsto; solo da noi è andata diversamente perché abbiamo avuto bisogno di creare 38 mux e siamo stati bravissimi a moltiplicare la capacità  trasmissiva, che è in eccesso rispetto alla domanda”.
Prima – Professor Sassano, invece di entrare subito nelle beghe di casa, continui a spiegarci come funziona il digitale in Europa.
Antonio Sassano – Nel resto d’Europa i broadcaster non possiedono le frequenze né possono venderle o cambiarne la destinazione d’uso. Chi gestisce le frequenze le trasforma in capacità  trasmissiva, possiede gli impianti e la rete e mette in onda i canali degli editori che pagano per il servizio; insomma è un operatore di rete puro. In Francia si chiama Tdf, in Spagna Abertis, in Inghilterra Arqiva. Una figura giuridicamente ed economicamente indipendente tanto che è perlopiù monopolista sul mercato, ma nessuno si scandalizza.
Prima – I nostri broadcaster, al contrario, sono editori, hanno le frequenze, possiedono la rete e gli impianti di trasmissione e mandano in onda i propri canali.
A. Sassano – L’operatore verticalmente integrato, che è una eredità  dell’analogico, diventa anacronistico nel mondo digitale, dove vale il principio della neutralità  tecnologica, per cui i contenuti viaggiano su tutte le piattaforme e le frequenze possono essere usate per fare televisione e telecomunicazione. Il broadcaster, invece, usa la rete solo per la tivù e ingessa il mercato. È come se la Fiat fosse proprietaria delle strade e vi facesse circolare solo le sue auto. Al contrario, chi per mestiere gestisce una piattaforma ha tutto l’interesse ad assicurare la neutralità  e la flessibilità  della tecnologia.
Prima – Anche in Europa i mux sono stati assegnati gratuitamente.
A. Sassano – È vero. Ma non è vero, come è stato detto, che si regalano frequenze alle televisioni; queste ricevono in uso solo una porzione del mux sufficiente a trasportare i loro programmi. Talvolta hanno un intero mux, come nel caso della Bbc, ma perlopiù utilizzano un solo canale del mux digitale. In Francia, dove è il Csa, l’equivalente dell’Agcom, a decidere le assegnazioni dopo un beauty contest, più editori convivono nello stesso mux.
Prima – È come se Raiuno, Italia 1, La7 e Canale 5 si mettessero insieme. Da noi sarebbe inimmaginabile.
A. Sassano – In Francia invece devono consorziarsi tra loro e accordarsi con l’operatore di rete per farsi trasportare. Se a due mesi dalla assegnazione non hanno trovato l’accordo, il mux ritorna al Csa che lo rimette a gara. In questi giorni è in corso un beauty contest per sei canali in alta definizione sui mux R7 e R8. Sono state presentate 31 domande; vinceranno in sei. E se uno fallisce o cessa di trasmettere restituisce lo slot al Csa. Altro che essere proprietari della frequenza!
Prima – Ma quanti canali hanno guadagnato le televisioni francesi con il passaggio al digitale?
A. Sassano – Nessuno. Avevano una rete analogica? Hanno avuto un canale digitale. A un certo punto c’è stata l’intenzione di concedere, a compensazione dei disagi della transizione, un canale extra ai tre gruppi privati Tf1, M6 e Canal+. Non un multiplex, ma solo un canale. L’Europa ha minacciato una procedura d’infrazione, così il governo francese ha ritirato il bonus e al suo posto ha fatto il beauty contest per l’hd.
Prima – Se avessimo costruito dieci mux come suggeriva il Piano di Ginevra avremmo evitato il mare di problemi che stanno avvelenando la transizione. Invece ne abbiamo prodotti 25 nazionali e 13 locali in base alla delibera 181 dell’Agcom, trasformata in legge da Romani, che ha generato il ‘suo’ Piano delle frequenze.
A. Sassano – Sinceramente non ritengo che sia stato un male averne prodotti tanti, perché ci ha aiutato a riorganizzare lo spettro adottando il sistema delle reti in Sfn che è stato un successo tecnico e politico.
Prima – L’Sfn (acronimo anglosassone di single frequency network) è la tecnica che fa sì che una rete trasmetta su un’unica frequenza su tutto il territorio nazionale.
A. Sassano – L’Sfn ha rivelato l’esistenza di una grandissima capacità  che era inespressa. Ma soprattutto è stato lo strumento per archiviare la vecchia struttura analogica in multifrequenza. Con il forte rimescolamento di carte Rai e Mediaset si sono ‘ristrette’ ed è aumentata la qualità  di tutti gli altri mux. La tecnica Sfn rende oggi possibile la veloce liberazione dei canali 61-69 e – me lo auguro – la ristrutturazione delle frequenze del beauty contest.
Prima – Ma il rovescio della medaglia è che si sono regalati canali a iosa alle televisioni in carica sprecando una risorsa pubblica da cui lo Stato non ha ricavato valore. Con il risultato che non c’è spazio per tutti, al punto che alcune zone non vedono la televisione. Chi è messa peggio è la Rai, con buona pace dei governi di centrodestra e centrosinistra. Ammetterà  che il principio che una rete analogica si trasformi in sei canali digitali è stato inaugurato in Sardegna sotto la responsabilità  di Gentiloni.
A. Sassano – Della Sardegna mi prendo tutta la responsabilità , perché ho pienamente condiviso la strategia col ministro. Ma ci tengo a rispondere alla sua obiezione, che anche altri hanno sollevato. Nella nostra idea la Sardegna era un laboratorio: doveva aiutarci a mettere a fuoco le criticità  della transizione. Il progetto era di fare velocemente il Piano nazionale delle frequenze, coordinarlo internazionalmente, e solo dopo andare ai successivi spegnimenti.
Prima – Due mesi dopo, però, è caduto il governo Prodi e alla Comunicazione è arrivato Romani, che ha trovato apparecchiato il modello di transizione che più piaceva alle televisioni e ha accelerato gli switch off.
A. Sassano – In effetti, il Piano delle frequenze fu lungamente osteggiato e non si fecero gli accordi di coordinamento delle frequenze con i nostri vicini di casa, pensando erroneamente di poterli eludere. Nel frattempo però venivano spenti Lazio, Campania Piemonte e Trentino. Solo due anni dopo, a giugno del 2010, grazie alla forte spinta dell’Agcom e del suo presidente Corrado Calabrò, fu approvato il Piano tra i mal di pancia delle televisioni. Perché si è aspettato due anni per licenziarlo?
Prima – Il ragionamento era che fosse meglio lasciare che gli operatori si accordassero tra loro, ma ai tavoli vincevano i più forti e si precostituivano situazioni di fatto.
A. Sassano – La cosa spiacevole è che, anche una volta approvato, il Piano non è stato applicato nella digitalizzazione del Nord. In Lombardia, Emilia e Veneto sono state assegnate tutte le 27 frequenze locali. Il piano ne prevedeva invece 15 in Lombardia e 13 in Emilia e Veneto. Le altre frequenze dovevano restare inutilizzate per evitare interferenze. Inoltre, non a caso, tre frequenze non utilizzate per regione erano state individuate all’interno del blocco 61-69 che, appena un mese dopo le attribuzioni, Giulio Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia, decise di mettere all’asta. Se si fosse rispettato il Piano, il governo almeno queste tre frequenze non avrebbe dovuto pagarle per liberarle.
Prima – Se l’aspettava l’asta competitiva?
A. Sassano – Non appena si è chiusa l’asta tedesca con oltre 4 miliardi di incasso ho avuto la sensazione che la spinta verso la liberazione delle frequenze 61-69 sarebbe stata irresistibile. In particolare in Italia, perché il governo aveva bisogno di far cassa e non poteva non seguire l’esempio dei ricchi tedeschi. Che questa banda fosse destinata alle telecomunicazioni, perché così aveva deciso l’Europa, lo avevo segnalato già  dalla digitalizzazione del Lazio, ma tutti si sono tappati gli occhi.
Prima – La novità  è che Roberto Sambuco, il capo dipartimento delle Comunicazioni del ministero dello Sviluppo economico, ha proposto nel corso della conferenza di Ginevra di attribuire alle telecomunicazioni i dieci canali della banda 700 MHz che sono utilizzati dalla televisione.
A. Sassano – Sambuco ha detto semplicemente che ci comporteremo come il resto d’Europa. Il suo non è un atto di lesa maestà . La decisione dell’Itu sarà  resa nota alla conclusione della conferenza di Ginevra e mi aspetto che sarà  molto prudente. Ma, che ci piaccia o no, si va in questa direzione e tra il 2015 e il 2020 questo trasferimento sarà  realizzato. Bisogna tenere conto che l’Agenda digitale europea ha come obiettivo, entro il 2020, una connessione a banda larga di almeno 30 Mb al secondo per tutti gli europei e una connessione a 100 Mb/s per il 50% della popolazione. Per raggiungere questi obiettivi le nuove frequenze saranno indispensabili.
Prima – Quindi?
A. Sassano – Se effettivamente queste frequenze dovranno essere cedute dalle televisioni alle telecomunicazioni un Paese serio deve definire già  da oggi una strategia che preveda le modalità  e le tappe di questa transizione, una strategia condivisa con le imprese e gli altri attori del mercato. Anche perché nella banda 700 MHz non ci sono solo le tivù locali ma anche Mediaset e Telecom. Per di più ne fanno parte anche le frequenze 54, la 55 e la 58 e 59 che erano destinate al beauty contest.
Prima – Ma ha senso, allora, mettere a gara frequenze che le televisioni sono destinate a perdere?
A. Sassano – Appunto, questo è uno dei problemi. La soluzione alla quale penso, e che tengo chiusa nel cassetto, tiene conto che queste frequenze dovranno essere liberate ma raggiunge questo risultato attraverso un paziente lavoro di riordino dello spettro. Un lavoro che va fatto avendo chiarito a monte la posizione del governo su come usare le frequenze del beauty contest, e che dovrebbe precedere le assegnazioni nelle regioni meridionali.
Prima – Auspica che si rallentino gli spegnimenti previsti?
A. Sassano – Bisogna fermare le macchine per riallineare le molte carte che sono ancora sparpagliate sul tavolo. O, almeno, questa è la mia proposta. Non so cosa effettivamente accadrà . Potrebbe esserci la tentazione di assegnare la banda per un certo numero di anni alle televisioni rinviando, magari al 2018, la gara aperta ai telefonici. Fa comodo a tutti. Il problema è che le assegnazioni provvisorie, in Italia, tendono sempre a diventare definitive e allora lo Stato potrebbe essere costretto a pagare per liberare frequenze che ora sono libere e gli operatori mobili potrebbero non riuscire a tener dietro all’esplosione di smartphone e tablet.
Prima – Vale il vecchio adagio ‘in un mondo di ciechi beato chi c’ha un occhio’. Ma passando al beauty contest che cosa si aspetta?
A. Sassano – Non conosco i progetti del ministro. Certo è che il beauty contest pensato da Romani oggi non è più proponibile. Tendeva a favorire gli operatori verticalmente integrati rispetto a tutti gli altri. Inoltre, non è più possibile che il governo regali le frequenze.
Prima – È a tutti nota la sua proposta per ristrutturare il beauty contest utilizzando una parte delle frequenze per sistemare alcune eredità  del passato (Telecom, la Rai e le tivù locali) e altre per un’asta al rialzo destinata a operatori di rete ‘puri’. In Italia però questi operatori puri non esistono.
A. Sassano – In Italia non esistono ma potrebbero partecipare network operator europei come Tdf o Arqiva e anche gli operatori telefonici, prevedendo un uso flessibile delle diverse tecnologie. Le frequenze potrebbero essere assegnate con il vincolo di destinazione prioritaria alla produzione di capacità  trasmissiva televisiva. Se poi, nel 2015, non ci fossero editori televisivi interessati a essere trasportati, gli assegnatari potrebbero chiedere l’autorizzazione a utilizzare le frequenze, acquisite non a titolo gratuito, per tecnologie e servizi diversi. Nel nome della flessibilità  europea. Ovviamente anche le basi d’asta e le modalità  di pagamento dovrebbero tener conto di questa utilizzabilità  differita.
Prima – Se l’asta avesse successo, e francamente ne dubito, rischieremmo di diventare un mercato patchwork. Ma se vogliamo modernizzarci non sarebbe più logico che il liberale governo Monti metta mano al sistema delle frequenze adottando regole europee?
A. Sassano – Purtroppo non potrà  fare la separazione tra content provider e operatore di rete perché non si può imporre per legge a Mediaset di vendere le sue torri, i suoi impianti e la sua rete. Sarebbe un esproprio. Per la Rai, che è patrimonio pubblico, qualcuno potrebbe anche immaginarlo, ma sarebbe un’operazione dirigista, perché l’azienda rifiuta l’idea di un disarmo unilaterale che potrebbe indebolirla rispetto a Mediaset. Almeno bisognerebbe mettere Rai Way nelle condizioni di agire ospitando sulla rete soggetti terzi, perché è dovere di un operatore pubblico essere un fattore di apertura del mercato. In questa direzione andava il progetto avanzato all’epoca di Zaccaria (Roberto Zaccaria, presidente della Rai dal ’98 al 2002: ndr) di vendere il 49% di Rai Way all’operatore di torri americano Crown Castle. Un progetto subito cancellato dal ministro Maurizio Gasparri appena insediatosi alle Comunicazioni.
Prima – Tuttavia a Viale Mazzini si discute il progetto di scorporare una parte di Rai Way.
A. Sassano – Vogliono vendere le infrastrutture civili e le torri tenendosi la rete di trasmissione. Francamente mi pare un accrocchio. Allora è molto più coerente l’operazione fatta dalla Bbc che ha scorporato tutta la parte trasmissiva.
Prima – Uno dei nodi più controversi di questa partita sono le locali che hanno avuto in dono canali a non finire, che restano vuoti. Ha qualche proposta per finirla con lo spreco?
A. Sassano – Bisogna adottare misure forti per impedire lo scempio della sottoutilizzazione dello spettro. Come fare? Ben vengano i canoni di concessioni incentivanti sui canali accesi, anche a carico delle televisioni locali che ora pagano pochissimo. Un modo per favorire il pluralismo locale potrebbe essere quello di concedere un bonus di uno o due canali per i quali non si paga, ma per tutti gli altri si dovrebbero pagare canoni adeguati.
Prima – Reagirebbero in maniera violentissima
A. Sassano – Non credo. Credo che anche le emittenti locali sappiano che un’epoca è finita. Hanno bisogno di parole chiare e di convincersi che è preferibile avere meno frequenze senza interferenze nazionali ed estere piuttosto che decine di multiplex disturbati dall’estero e che si interferiscono tra loro. Lo spettro deve essere utilizzato al meglio e bisogna pagare per il valore di ciò che si usa. Discorso che vale anche per le frequenze extra televisive, incluse quelle del ministero della Difesa. Dal 2014 gli inglesi pagheranno salatissimi Aip (administered incentive price, prezzi incentivati amministrati) decisi dall’Ofcom (l’autorità  regolativa britannica) e legati al costo d’uso dei MHz utilizzati e non al business dell’utilizzatore pro tempore. Credo che qualcosa di simile debba essere pensato anche da noi.
Prima – Ma alla fine non le viene l’idea che stiamo spendendo energie mostruose, soldi e fatica per una tecnologia già  oggi obsoleta?
A. Sassano – Il digitale terrestre è fondamentale perché serve a usare meglio le preziosissime frequenze Uhf, comprimendo via via lo spazio della televisione e spostandole sulle telecomunicazioni. Non c’è dubbio che tra dieci anni tutto sarà  sulla banda larga e che la tivù sarà  portata su Internet e sul wireless. Ma se questo è il futuro, è oggi che dobbiamo pianificare la transizione per traghettare la televisione da come la vediamo a come sarà . Far finta di non vedere, nell’illusione che tutto resti com’è, sarebbe un errore fatale per gli operatori e il sistema Paese.

Intervista di Anna Rotili