26 aprile 2012 | 10:47

La storia di un giovane povero – Intervista a Marcello Masi, direttore del Tg2 (Prima n. 425, febbraio 2012)

La storia di un giovane povero
Sulla poltronissima del Tg2 siede oggi un uomo massiccio col sorriso incollato sulla faccia simpaticona fra pochi capelli e una barba incolta un po’ bohémien. Bene, questo agitato personaggio che agli attempati come me può ricordare Broderick Crawford (i più giovani possono confrontarli su Wikipedia) è la versione al maschile di Lorella Cuccarini: il più amato… Beh, non dagli italiani (anche se ambisce a diventarlo), ma dalla sua redazione.
Caso unico alla Rai, dove si sputerebbero in faccia anche i due innamorati di Peynet, materia di ricerca per uno psicoanalista. Sarebbe davvero interessante sottoporre test freudiani ai 140 redattori del Tg2 che a inizio di settembre scorso hanno espresso all’unanimità  (sì, unanimità  alla Rai!) la propria preferenza verso il direttore ad interim (dopo l’interim di De Scalzi successivo alle dimissioni di Mario Orfeo) e capire quale magia li abbia compattati come un esercito di Braveheart per ottenere la conferma di Marcello Masi, 52 anni, romano, al timone da soli tre mesi. Fatto sta che il 7 settembre scorso Il Giornale ha titolato ‘Tutti pazzi per Masi, direttore senza tessera Usigrai’ e che tre settimane dopo il Cda non ha potuto che ufficializzare la nomina senza fare tanti calcoli su quote e controquote.
Vale la pena conoscere la storia di questo pastore di anime giornalistiche, questo San Francesco che riesce a far svolazzare attorno a sé gli uccelli felici di Saxa Rubra.
Da dove viene? Terzo rampollo di una famiglia della piccola borghesia romana, figlio di Adriano, impiegato Inps, morto a soli 50 anni quando Marcello ne aveva appena 11. E di Maria Antonietta Verlini, spentasi anch’essa alla giovane età  di 61 anni. Il nonno materno, Francesco, fervente antifascista, aveva casa ad Arsoli, al confine fra Lazio e Abruzzo, che il futuro direttore ha frequentato in gioventù e anche oltre. A metà  della scalinata del Cinquecento che sale fino al castello dei principi Massimo, c’è un locale abbandonato, una ex osteria, che Masi sogna di trasformare in un loft dove di tanto in tanto trovare rifugio. La sua famiglia ci andava per comprare il vino sfuso, le pareti emanano ancora il profumo del mosto.
Non è stata un’infanzia felice quella del giovane Marcello. “Dei miei primi 11 anni, quando ancora c’era mio padre, non ricordo niente. Di lui ho un paio di flash in tutto. Evidentemente il trauma ha rimosso la memoria”. A 21 anni ha perduto anche la mamma, “dolcissima, una mamma-nonna. L’immagine che ho di lei è in cucina, col matterello a spianare la pasta e a spargere farina. Non ho mai più assaggiato lasagne buone come le sue”. Come accade spesso ai figli più piccoli, era il cocco di mamma. “Sì, è ufficiale. I miei fratelli non se l’avranno a male”. Italo è di nove anni più grande, Laura di sette. Oggi sono entrambi pensionati. Non credo che abbiano avuto rapporti molto stretti.
Da studente Masi non era un modello, collezionava promozioni stiracchiate, senza infamia e senza lode, sia al Pistelli (elementari), che al Col di Lana (medie), che al Mamiani (liceo classico), triangolo scolastico rituale per chi abitava nelle case Inps di via Costabella, quartiere Prati. Ma fu proprio negli anni del Mamiani, 1977 e dintorni, che quel giovanotto grassoccio e riccioluto si trovò a ballare su un vulcano. Dichiaratamente di sinistra, fu sul punto di cedere quando una compagna di scuola tentò di avvicinarlo alle Br. “Mi ero esposto molto, troppo. Ogni sera non sapevo se sarei tornato a casa”. I gruppi di destra, segnatamente Avanguardia nazionale, gli lanciavano occhiate di fuoco e minacce non troppo velate. Ogni sabato le sirene della polizia annunciavano scontri fra ‘rossi’ e ‘neri’, puntuali, come le partite di calcio alla domenica. Marcello girava con una catena nella borsa della Tolfa. Nei giorni successivi al rapimento Moro fu spogliato due volte, in via Carso, da pattuglie della polizia. Aveva 18 anni, era riccio e vestiva un po’ trasandato, una divisa per i giovani contestatori di sinistra. Dopo le Br evitò per un soffio anche la droga: “Mi fermò la paura dell’ago, solo quella”.
Era confuso, deluso. “Avevo una rabbia dentro che oggi non potrei descrivere. Era il disagio di una generazione senza futuro, segnata dal fallimento della rivolta del ’68. Non era cambiato niente. Gli stessi ‘padroni’, caste inamovibili, nessuna attenzione verso i bisogni dei giovani. Anzi no, qualcosa era cambiato, ma in peggio: l’imperativo del ’68 era ‘una risata vi seppellirà ’, quello del ’77 ‘niente dialogo, dobbiamo uccidere’”.
Scansato per pura fortuna il baratro, Masi, senza più genitori, dovette abbandonare l’università  (scienze politiche) e cominciare a lavorare. Prima come magazziniere di Arno-Tevere, una casa editrice di libri d’arte e guide turistiche, a 450mila lire al mese, poi come pittore assieme a un operaio specializzato per 15-20mila lire al giorno: Marcello scartavetrava le pareti, il ‘capo’ le pittava. Viveva in un buco in subaffitto a Vigna Clara, 25 metri quadrati senza riscaldamento.
Era tosto il ragazzo Masi, affrontava gli ostacoli della vita con la corazza della determinazione e di una spontanea simpatia. Quando a 25 anni partì militare, il capitano Esposito del reparto trasmissioni di San Giorgio a Cremano lo prese sotto la sua ala protettiva. Poiché era studente di scienze politiche, gli fece dare lezioni di diritto al battaglione. E sotto Natale gli diede un mese di tempo assegnandogli una squadra di 25 commilitoni per partecipare a una gara per il più bel presepe di Napoli. Si classificò secondo. Fu una naja di tutto riposo.
Tornò a Roma, senza arte né parte. Direte voi: ha già  27 anni, quando comincia a fare il giornalista? Vero, di solito il sacro fuoco del giornalismo ti prende molto prima, le storie dei giornalisti sono piene di prime esperienze in età  scolastica. Masi no, non ci aveva mai pensato. Fin quando, come in una soap sdolcinata, il destino gli riservò l’incontro con la Fortuna. Stavolta madama Fortuna aveva preso le sembianze di Camillo, amico di vecchia data, sul punto di lasciare l’incarico di assistente di Paolo Battistuzzi, deputato del Pli. Gli offrì di prendere il suo posto. “Ma io non sono liberale”, obiettò Marcello. “Non importa”, rispose Camillo, “lo diventerai”. La paga era discreta, alternative non ce n’erano e la pancia brontolava. Masi accettò. L’inizio fu disastroso. “Io cultura di sinistra, caciarone; Battistuzzi e la sua squadra taciturni, seri, precisi”. In breve, però, si applicò appassionandosi al nuovo lavoro. Seguendo le piste di Battistuzzi, leggendo Einaudi, Dahrendorf e Croce i suoi pensieri e i suoi princìpi entrarono in un frullatore: ne uscì con la certezza di essere un ‘liberale convinto’. E curando e scrivendo per La città  libera, mensile di quattro pagine del Pli, ed entrando in contatto – in qualità  di capo ufficio stampa – con le testate giornalistiche più importanti, scoprì il fascino di un mestiere di fronte al quale uno spirito estroverso, curioso e temerario come il suo non poteva rimanere insensibile.
Adesso conoscete il primo tratto di vita di Marcello Masi, una persona non proprio comune e non certo banale. Attraverso queste informazioni, chi legge comprenderà  meglio il significato di quel che il tardivo giornalista dirà  nel corso del nostro dialogo (avvenuto nella stanza direttoriale di Saxa Rubra dove il tocco di Masi è una bandiera americana sdrucita che sembra un cimelio della battaglia di Iwo Jima); e forse servirà  anche a spiegare il ‘miracolo’ di una redazione Rai compatta e battagliera nel sostenere la candidatura di un direttore contro qualsiasi altra soluzione.
Franco Recanatesi – Giornalista a 30 anni: perché così tardi?
Marcello Masi – Perché ho conosciuto tardi Paolo Battistuzzi, l’incontro più importante della mia vita: mi ha insegnato i valori del pensiero liberale, della serietà  e del rigore, mi ha formato come uomo. Indimenticabili gli anni ’89-90, le stagioni in cui, nella giunta Carraro, Battistuzzi era assessore alla Cultura del Comune di Roma. Realizzammo il Palazzo delle esposizioni, l’Acquario, un centinaio di mostre una più importante dell’altra; all’ex stabilimento Peroni gettammo le basi per la Galleria d’arte moderna.
F. Recanatesi – Altro che Veltroni…
M. Masi – Veltroni puntava sull’effimero, noi sul duraturo. Senza trascurare l’aspetto popolare. Per inaugurare una mostra su John Lennon portammo a Roma Yoko Ono, detto per inciso di un’antipatia insopportabile. E Christopher Lee, un gran signore, per il Fantafestival del cinema. E Gene Wilder, Carlo Rambaldi e tanti altri protagonisti dello spettacolo.
F. Recanatesi – Battistuzzi è stato anche consigliere della Rai, dove nel 1989 ti affacciasti come collaboratore del dipartimento esteri, futura Rai International. Raccomandato? In quota?
M. Masi – Oh sì, non mi nascondo: entrambe le cose, credo. Entrai alla Rai grazie a Battistuzzi. Facevo tutto: sport, economia, esteri. Per la radio e per il telegiornale. Ero l’ultimo arrivato, ma il primo pezzo che mi assegnò il caporedattore Aniello Verde fu sul muro di Berlino, mica sul tempo che cambia. Ed ero part-time, continuavo contemporaneamente a curare l’ufficio stampa del vice segretario liberale.
F. Recanatesi – Appunto.
M. Masi – Appunto. E tre anni dopo Livio Zanetti, direttore del Gr, mi chiama e mi chiede con la sua solita flemma: “Che cosa ti piace fare?”.
F. Recanatesi – Appunto. Sempre trattato con i guanti gialli. Come al militare…
M. Masi – Beh, quattro anni di attesa prima di avere il posto fisso non sono pochi. La mia fu l’ultima assunzione, nell’estate del 1993, della gestione Pasquarelli. E a proposito dei guanti gialli, per un anno e mezzo fui messo in orario all’alba, cioè sveglia alle 4,30, scrivere cinque o sei pezzi in due ore, andare in conduzione. Una volta, al Gr delle 7, feci un errore tremendo: dissi “si vota oggi” anziché “domani”.
F. Recanatesi – Chissà  quanta gente hai mandato ai seggi.
M. Masi – Non lo so… Ma non dimenticherò mai l’ira del direttore Zanetti, del vice Santalmassi, del caporedattore Gnagnarella. Ero mortificato e anche preoccupato perché non avevo ancora il contratto da giornalista. Fui iscritto al praticantato poche settimane dopo, a 34 anni, e feci l’esame da professionista nel 1995.
F. Recanatesi – A fine 1993 lasciasti la radio per andare al Tg2, giusto? Comincia la tua scalata.
M. Masi – Lo stesso giorno, era un sabato, ricevetti due proposte: prima da Daniela Brancati per il Tg3 – voleva affidarmi la rassegna stampa in tandem con Onofrio Pirrotta – e poche ore dopo da Mario De Scalzi, vice di Mimun, per il Tg2. Avevo detto quasi sì a Daniela, dissi subito un sì netto a De Scalzi. E la domenica mattina, alle 9, ero in cucina, squillò il telefono: era la Brancati, furiosa, che mi levò la pelle. Ma io mi sentivo lusingato dal fatto che un grande come Mimun desse fiducia a un ragazzotto riccio e un po’ panzone che aveva conosciuto solo alla radio. Fui subito messo in conduzione al tg della notte curato da un grande vice direttore, Antonio Bagnardi, e nel giro di pochi anni Mimun mi diede la tessera di giornalista parlamentare e i gradi di caposervizio e di vice capo redattore.
F. Recanatesi – Se sei un tipo schietto e senza peli sulla lingua, come sostieni, ammetterai che in Rai non si muove foglia che partito politico non voglia.
M. Masi – Sì, è così. Però il discorso va ampliato.
F. Recanatesi – Dopo lo ampliamo. Ora dimmi: tu che maglia indossavi prima alla radio e poi al Tg2?
M. Masi – Alla radio, naturalmente, ero targato Pli. Quando fui chiamato al Tg2 non avevo quota. Fu un passaggio tecnico.
F. Recanatesi – Non mi dire.
M. Masi – Lo giuro. Fammi raccontare come funziona questa faccenda delle quote. Prima di tutto, riguarda soltanto le alte cariche.
F. Recanatesi – Non è vero. Riguarda anche i redattori ordinari, gli impiegati amministrativi, i tecnici, gli uscieri. Tutti.
M. Masi – In qualche caso e sempre meno. E poi: spesso l’interessato non sa neanche in quale quota è stato inserito. A me l’unica quota che manca è quella del Pci, anche se sono amico di Veltroni dall’età  di 17 anni e vicino di casa di D’Alema. Sono stato Pli per entrare al Gr, An quando, nel 2002, fui nominato vice direttore di Televideo, Pdl per la vice direzione del Tg2. E ora mi ritengono vicino all’Udc. Le quote hanno segnato la mia vita, ma tranne il Pli, non mi ci sono mai riconosciuto. Ti dico di più: spesso i nominati sono gli ultimi a sapere a quale quota appartengono. Ti danno un’etichetta solo per necessità , per consentire la nomina. A me nessuno ha mai detto: sei in quota mia.
F. Recanatesi – Ma una volta nominato, i partiti non chiedono poi ‘riconoscenza’?
M. Masi – La ‘riconoscenza’, come la chiami tu, la vorrebbero un po’ tutti i politici. A me, devo dire, capita assai raramente, e con scarso successo. Probabilmente perché io con loro non amo tenere rapporti.
F. Recanatesi – Ti diranno che soffi sul fuoco dell’antipolitica.
M. Masi – E sbaglierebbero. Questa ventata di antipolitica non mi piace affatto, la trovo banale, ipocrita. La politica serve e dei politici non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Io ho rispetto e stima per tutti, ma persino se voglio un’intervista a un personaggio politico del momento la faccio chiedere da uno dei miei redattori. Il distacco dagli uomini della politica è una scelta che ho fatto vent’anni fa e che non ho mai tradito.
F. Recanatesi – Non hai nessun amico fra i politici di professione?
M. Masi – Ne ho due. Roberto Della Seta, senatore del Pd, amico d’infanzia, e Roberto Rao, parlamentare Udc, che conosco da vent’anni. Stop.
F. Recanatesi – E adesso dimmi per chi voti.
M. Masi – Nessun problema: terzo polo. Anzi, di più. Giochiamo?
F. Recanatesi – A cosa vuoi giocare?
M. Masi – Al quotista. Dato che mi hanno quotato tutti, mi voglio quotare da solo.
F. Recanatesi – Quotati.
M. Masi – 30% Terzo polo, 25% Pdl e Pd 25%, 10% Lega, 5% Partito radicale, 2% Idv, 5% altri. Sono simpatico?
F. Recanatesi – Simpaticissimo. La somma delle tue percentuali, però, fa 102.
M. Masi – Allora tolgo due punti al Pd.
F. Recanatesi – Diventerai l’idolo di Bossi e Di Pietro.
M. Masi – Faccio il giornalista, non ho preferenze né appartenenze, per me comanda la notizia. Spero che questo si veda dal mio tg.
F. Recanatesi – In effetti traspare: è un buon telegiornale, completo, imparziale, senza fronzoli.
M. Masi – È il risultato di un lavoro basato sulle capacità  professionali, sulle idee, su 140 giornalisti che remano nella stessa direzione. Un tg senza protagonisti. Un tg che vuole approfondire e aiutare la gente a trovare soluzioni, ma senza la presunzione di volersi sostituire alle istituzioni. Il merito è mio ma anche dei direttori che mi hanno preceduto e mi hanno regalato preziosi insegnamenti. Mimun ha affinato il mio intuito, Mazza mi ha riportato al rigore di Battistuzzi e al gusto dell’approfondimento, da Orfeo, eccezionale motivatore, ho imparato a stimolare la redazione.
F. Recanatesi – Perché hai tardato tanto a presentare il piano editoriale?
M. Masi – Non potevo farlo finché il Cda non avesse dato il via libera alle nomine dei miei vice direttori: Tolfa, Pilieci, Colucci, Alibrandi e Marroni. Non sono riuscito ad aggiungere il bravissimo caporedattore centrale Giorgio Saba, ma per me è ugualmente un vice direttore, anche se senza medaglietta.
F. Recanatesi – Sì, un buon tg, manciate di complimenti, ma poi vai a leggere gli ascolti…   Il Tg3 ti supera, te la batti col tg di La7.
M. Masi – Prendo a caso un report, quello di martedì 7 febbraio scorso, paragonando i dati al 2011: edizione delle 13: +0,13 di share; edizione delle 20,30: +1,36. Gli omologhi di lunedì 19 dicembre: -1,58, -0,95. Significativo, non credi?
F. Recanatesi – Ho davanti altri dati riferiti a gennaio passato. La vostra edizione delle 13 va forte, si piazza subito dopo Tg1 e Tg5, ma la sera vi supera largamente il Tg3 e La7 vi cede soltanto 0,8 punti di share.
M. Masi – Stiamo crescendo, nonostante la rete perda ascolti. E complessivamente siamo il terzo tg d’Italia.
F. Recanatesi – L’immagine è quella di un tg poco promosso e poco aiutato dalla rete. È così?
M. Masi – No comment. Anzi no, cancella. Rispondo così: “Non penso a quello che la rete può fare per me, ma penso ogni giorno a quello che il mio tg può fare per la rete”. Beh, risposta geniale, non credi? L’ho presa in prestito da Kennedy.
F. Recanatesi – Quello più vicino al tuo, come ascolto, è il Tg La7. Da quando c’è Mentana è un bel testa a testa. Come vivi la competizione?
M. Masi – A settembre scorso il Tg La7 viaggiava sull’11%, il Tg2 era fermo all’8%. Guarda i dati di gennaio che hai in mano tu: Tg La7 8,7%, Tg2 9,5%. Per me il tg di Mentana più che un competitor è uno stimolo. Siamo diversi: lui punta più sulla politica, io ho avuto l’intuizione che fosse giunto il momento di dare spazio all’economia. E comunque l’inseguimento quotidiano non mi interessa. A differenza di alcuni miei colleghi, io non faccio la scaletta guardando le prime pagine di Repubblica o del Corriere della Sera o i titoli degli altri telegiornali. Il nostro pubblico si sta affezionando agli approfondimenti, ai temi ambientali e animali. Argomenti che ho nelle corde da quando curo ‘Eat Parade’, una rubrica che ho molto a cuore. Concludendo: no, non mi sento in competizione con il tg di La7. Ma adesso chiedimi cosa penso di Mentana.
F. Recanatesi – Cosa pensi di Mentana?
M. Masi – È un fenomeno, un protagonista assoluto della nostra tivù. Un innovatore. Lui e Mimun sono più bravi di me, ma conto di superarli (ride). Così come mi impegnerò a superare il Tg3.
F. Recanatesi – Allora ti chiedo un giudizio anche su Bianca Berlinguer.
M. Masi – Ho una simpatia naturale verso Bianca. È un vulcano. Sprigiona un’energia contagiosa. Anche se raramente mi capita di condividere quel che dice.
F. Recanatesi – Visto che siamo in vena di pagelle, dimmi cosa pensi davvero della Rai.
M. Masi – Che siamo di fronte a un’azienda culturale e editoriale di livello mondiale, danneggiata da una campagna stampa ostile che sta creando complessi in molti dei suoi dipendenti. Le difficoltà  economiche in cui versa fanno parte di una crisi generale.
F. Recanatesi – Continuiamo con le pagelle. Lorenza Lei.
M. Masi – Le capita di dirigere l’azienda nel suo momento storico più difficile, ma mi pare che stia tentando di darle una dimensione nuova.
F. Recanatesi – Nella conferma di Maccari al Tg1 la dimensione sembra vecchiotta: sembra proprio una nomina radiocomandata.
M. Masi – Maccari è un ottimo professionista, conosce la macchina del Tg1 meglio di qualsiasi altro. È in età  di pensione? E Longhi forse non lo era? Nessuno, allora, si scandalizzò. Soluzione politica? È una soluzione al problema. La migliore, penso.
F. Recanatesi – Adesso voglio un giudizio spassionato su Marcello Masi. Ce la fai?
M. Masi – Senza problema. Scrivi: Masi è un italiano innamorato della Rai.
F. Recanatesi – Questo lo hanno capito anche i sassi.
M. Masi – Non crede negli schemi con i quali è cresciuto. Destra, sinistra, cosa vuol dire? Prima era un sognatore, ora è per le cose sensate. Masi è un esempio che le quote possono anche contare niente: è stato indicato dalla redazione, non dai partiti. Masi vuole lasciare il segno: basta con le quote, le raccomandazioni, le posizioni di comodo.
F. Recanatesi – Cioè vuoi rifondare la Rai. Non temi che il sistema ti respinga?
M. Masi – Pazienza. Vorrebbe dire che avrei perso. Tornerei a giocare a golf, la mia passione. Da quando sono diventato direttore sono riuscito a farlo un paio di volte. In compenso ho smesso di fumare: divoravo dodici mezzi sigari toscani al giorno.
F. Recanatesi – Nel 1994 hai strappato la tessera dell’Usigrai.
M. Masi – Non mi riconosco in nessun sindacato. Tranne che nel mio comitato di redazione.
F. Recanatesi – Poi dici che sei di sinistra.
M. Masi – Ero di sinistra. Ora potrei dirmi centrista. Ma non significa niente. I veri valori sono altri. Sono un giornalista, un marito, un padre.
F. Recanatesi – Riesci a conciliare queste tre funzioni? A molti nostri colleghi risulta piuttosto difficile.
M. Masi – Con Flavia Maria, mia moglie da quasi 24 anni, qualche problema c’è: io passo più di 12 ore in Rai, lei, direttore operativo dell’Istituto nazionale di ricerche turistiche e membro del Cda dell’Enit, è impegnatissima e viaggia spesso. Riusciamo a stare insieme un paio di giorni al mese. Vedo con maggiore frequenza l’unica nostra figlia, Domitilla, 18 anni, studentessa del Mamiani prossima alla maturità . L’adoro. È bellissima. Guarda qua (mi mostra le sue foto sul telefonino).
F. Recanatesi – Caspita, hai ragione, sembra una mannequin. E questo chi è?
M. Masi – Ah, questa è Sally, detta ‘Patata’, una cagna adorabile, un Dog di Bordeaux di 65 chili. All’aspetto fa paura, ma è buona come il pane. Comunque fuori dalla porta ho messo il cartello ‘Attenti al cane’.
F. Recanatesi – Io ne metterei un altro ai cancelli di Saxa Rubra: ‘Attenti a Masi’.

Intervista di Franco Recanatesi