05 giugno 2012 | 14:16

Vogliamo far stare tranquilli i nostri esercenti – Intervista a Nicola Sinisi, direttore generale di Sipra (Prima n. 426, marzo 2012)

Vogliamo far stare tranquilli i nostri esercenti
“Qualcuno potrà  dire che non siamo i più generosi in termini di retribuzioni”, dice Nicola Sinisi, direttore generale della Sipra, parlando del settore cinematografico. “Però i gestori delle sale sanno di avere a che fare con un’azienda precisa, puntuale e seria”. Che con i tempi che corrono non è cosa da poco
La liquidazione di Opus Proclama ha stravolto il mercato pubblicitario del cinema. Lasciati per strada dall’uscita di scena della concessionaria della famiglia Hertel Langs, Uci Italia e The Space si sono affrettati a rimettere insieme i cocci affidando la raccolta rispettivamente a Mp Media Adv e a Visibilia. In mezzo a questo terremoto l’altro big player del comparto, Sipra, ha tirato fuori le unghie affidando al direttore generale Nicola Sinisi il compito di tenere le posizioni garantendo alla concessionaria e al gruppo Rai i margini di manovra per continuare a giocare un ruolo istituzionale. Ruolo sottolineato dalla recentissima nomina del direttore cinema e stampa della concessionaria, Gian Nicola Vessia, alla presidenza di Fcp-AssoCinema per il biennio 2012-13.
Barese di origine, bolognese di adozione, torinese per professione, Nicola Sinisi è un profondo conoscitore del mercato del largo consumo essendo stato nel Cda di Conad, gruppo dove ha guidato la direzione comunicazione e relazioni esterne e istituzionali, oltre ad aver ricoperto incarichi di governo nell’amministrazione comunale di Bologna, membro del Cda della Fondazione Marconi, vice presidente della Commissione nazionale dell’Unesco e membro del Consiglio nazionale dello spettacolo. Da quando nel 2009 è stato chiamato in Sipra ha cercato di mantenere un profilo basso lasciando ad altri la prima scena. Con questa intervista esce allo scoperto raccontandoci come va il mercato cinematografico e dove sta andando la pubblicità  in Italia.
Nicola Sinisi – Mi lasci iniziare con una nota di soddisfazione per la vittoria dell’Orso d’oro al Festival di Berlino dopo tanti anni di un film italiano, ‘Cesare deve morire’ dei fratelli Taviani, una produzione di Rai Cinema. Un riconoscimento che mi suscita un doppio orgoglio, di italiano e di uomo Rai perché nel contratto di servizio del nostro gruppo c’è un onere che disciplina l’intervento, attraverso la controllata Rai Cinema, nel sostegno e nella distribuzione del cinema italiano. Un impegno a fondo perduto di circa 40 milioni di euro l’anno a cui anche Sipra porta il suo contributo lavorando su un circuito nazionale di oltre 500 schermi con un giro d’affari tra i 25 e i 30 milioni di euro.
Prima – Veniamo al mercato non facile con cui dovete fare i conti. Il 2011 è stato un anno di lacrime e sangue per il cinema. Da una raccolta pubblicitaria 2010 di 62,5 milioni si è passati a 46,5 milioni. Un crollo su cui ha influito la liquidazione di Opus, quasi 700 schermi, con una quota di mercato intorno al 40%.
N. Sinisi – Indubbiamente l’anno passato è stato una bella scoppola! Però, per quanto ci riguarda, siamo riusciti a contenere il calo intorno al 6%, molto meglio del mercato nel suo complesso che ha registrato un doloroso -30%. Un dato che però è inquinato dallo scombussolamento seguito alla liquidazione di Opus. Se infatti prendiamo i risultati Nielsen gennaio-novembre 2011 vediamo che il calo della raccolta era limitato al 15%. Il crack della concessionaria è arrivato a dicembre influenzando negativamente un periodo particolarmente sensibile come quello natalizio che ha portato nelle casse circa 9 milioni di euro, molti meno rispetto ai 17 del Natale precedente.
Prima – Come sta reagendo il comparto a questo terremoto?
N. Sinisi – Non c’è, come crede qualcuno, un meccanismo automatico di riparto dell’eredità . Non è mai così in nessun mercato, tantomeno in quello della pubblicità . Ogni tanto si legge sulla stampa che qualcuno propone di togliere ai canali tivù della Rai milioni di euro di pubblicità  per dirottarli sulla carta stampata, ma fa i conti senza l’oste perché quella pubblicità  non è proprietà  della Rai bensì degli investitori che decidono autonomamente dove mettere i loro soldi. Chi pensa che questo trasferimento possa avvenire dice una colossale fesseria! E non lo dico come direttore generale di Sipra ma come chi ha pianificato per quasi dieci anni per uno dei principali gruppi della grande distribuzione italiana: quando sparisce un attore non eredita nessuno, semplicemente il mercato diventa più piccolo.
Prima – Non avete pensato di approfittare di questo sconquasso per acquisire nuove sale?
N. Sinisi – Rispetto alla nostre capacità  di attrarre risorse, i nostri 532 schermi sono un dimensionamento corretto. Se ne gestissimo mille non avremmo automaticamente un aumento dell’80% delle revenue. Al massimo potremmo crescere del 30-35% finendo quindi per danneggiare il nostro stesso business. E poi quando uno dei nostri esercenti firma il contratto triennale con noi sa esattamente quali sono le altre sale del circuito e sa che Sipra si impegna a mantenere quel range di presenza salvo, naturalmente, le sostituzioni fisiologiche.
Prima – Quindi non temete l’ingresso sul mercato dei due player che si sono divisi la torta di Opus? Gli obiettivi di raccolta dichiarati – 8 milioni di euro per Uci e 10 milioni per The Space – fanno presagire un approccio aggressivo al mercato.
N. Sinisi – Qualcuno potrà  dire che non siamo i più generosi con i gestori in termini di retribuzioni però i nostri esercenti sanno di avere a che fare con un’azienda precisa, puntuale e seria. Abbiamo un’attenzione quasi maniacale alla tutela dei clienti tant’è che se per un qualsiasi problema tecnico salta uno spettacolo, avendo digitalizzato tutte le nostre sale, veniamo avvertiti in tempo reale e facciamo immediatamente i recuperi degli investitori. E poi ci facciamo carico di una serie di altre attività  come i visti censura per tutti gli spot, abbiamo un accordo forfettario per pagare il dovuto alla Siae per la messa in onda dei commercial, ed è ancora a nostro carico l’imposta comunale sulla pubblicità . Tutto questo per far stare tranquilli i nostri esercenti, per farli lavorare al meglio. Alla base della nostra politica e della nostra solidità  c’è l’appartenenza a un gruppo pubblico dove spesso gli oneri sono anche doveri. Ma sono doveri ‘genetici’ che riguardano la serietà  nel fare un business che si preoccupa di garantire tranquillità  all’investitore come al gerente.
Prima – Come sta andando la raccolta?
N. Sinisi – Abbiamo avuto un inizio anno piuttosto delicato. Quindici giorni di inferno a febbraio con molte sale chiuse per il maltempo. Tutto questo si riverbererà  sulle presenze e sul business per cui non è facile fare un raffronto con l’anno passato. Diciamo che gli investimenti pubblicitari complessivi nel cinema non andranno sotto i livelli del 2011.
Prima – E sugli altri mezzi?
N. Sinisi – Mettiamola così: negli ultimi tre mesi in Italia il mercato della grande distribuzione ha registrato un aumento del 6% sulle battute di scontrino a fronte di una crescita di fatturato pari allo zero. Un segno evidente della crisi che sta attraversando il Paese. Poi al di là  del dato congiunturale assistiamo anche a uno spostamento degli investimenti su mercati molto più interessanti del nostro. Significa che una parte degli investimenti pubblicitari in Italia non li recupereremo più. È una situazione con cui tutti quelli che si muovono nel campo della pubblicità  dovranno fare i conti. Ad esempio, Torino (la Fiat: ndr) che trent’anni fa investiva solo in Italia oggi lo deve fare anche in altri mercati come il Brasile, Paese dove fa fatturati e vendite. La quota dei budget destinata all’Italia sta diminuendo mentre cresce la capacità  di altre nazioni, soprattutto extraeuropee, di attrarre produttori di beni e servizi. C’è poco da fare: il trend negativo della pubblicità , che ormai contraddistingue le ultime due annate, è un dato strutturale e nella migliore delle ipotesi la capacità  di spesa di questo Paese è destinata a stabilizzarsi. L’Italia sta ridefinendo i suoi parametri e la vera incognita è capire dove si fermerà  l’asticella, dove ritroverà  il suo equilibrio, quale sarà  il nuovo ‘punto zero’. Solo dopo potremmo cominciare a risalire ma è chiaro a tutti che potranno esserci solo piccoli incrementi.
Prima – Come capiremo che l’asticella ha trovato il suo nuovo ‘punto zero’?
N. Sinisi – Quando ripartiranno i consumi. Sono cambiate regole, comportamenti e stili di vita che guidano la nostra propensione al consumo. La stessa capacità  di accumulazione è diminuita e difficilmente verrà  recuperata. Fortunatamente all’inversione dei consumi contribuiscono anche quegli elementi che regalano dei piccoli-grandi sogni collettivi. E il cinema grazie a Dio rimane uno dei pochi luoghi in cui si può ancora sognare.
Prima – Come sta andando la stagione cinematografica?
N. Sinisi – Bene. Soprattutto per la produzione italiana, che ha in parte beneficiato del fatto che dopo ‘Avatar’ il cinema americano non ha più distribuito il filmone che ha orientato il mercato. In Italia non siamo ancora ai livelli francesi dove la quota di film nazionali supera il 50% e dove il mercato in termini di box office e di pubblico vale più del doppio del nostro pur avendo pressappoco gli stessi abitanti, ma non ci possiamo lamentare. Negli ultimi 10 anni, infatti, la presenza di nostre pellicole è cresciuta del 44% come incassi al botteghino e del 43% come presenze. Non ho ancora le cifre definitive del 2011 ma l’anno scorso dovrebbe essere andata ancora meglio.
Prima – Poche settimane fa il regista e sceneggiatore Roberto Faenza (nelle sale in questi giorni con ‘Un giorno tutto questo dolore ti sarà  utile’) sul Corriere della Sera ha pubblicato una lettera dove denuncia “l’emarginazione dei film meno commerciali” da parte della “lobby potente degli esercenti” e invita la Rai a non farsi travolgere dalla “dittatura dei multiplex”. Teme, insomma, che film come quello dei Taviani spariscano velocemente dai circuiti se non incassano tanto e subito.
N. Sinisi – Non faccio il produttore e nemmeno il distributore ma non è detto che certi film finiscano il loro ciclo in una settimana. Penso ad esempio a una pellicola italiana d’autore come ‘Acab’ che ha già  registrato incassi intorno ai 5 milioni e mezzo. E poi esiste la Fice, Federazione italiana cinema d’essai, una rete di quasi 500 schermi in Italia, su cui non devono passare solo film elitari o da cinefili. In ogni caso non condivido la distinzione tra ‘film facile’ e ‘film difficile’ perché è offensiva nei confronti del pubblico che è sempre più intelligente di quel che crediamo.
Prima – Sarà , ma intanto i film commerciali sono quelli che fanno il mercato.
N. Sinisi – So bene che decidere i film da proiettare non è come decidere di mettere un pacchetto di chewingum in avancassa per stimolare l’acquisto spontaneo e ricavarne la massima redditività . Orientare il consumo cinematografico è molto più difficile. Ciò non toglie che fornire strumenti e possibilità , finanziamenti e ruoli affinché il cinema italiano continui a dimostrare vivacità , a vincere premi e fare incassi e a formare tanti bravi professionisti, è una cosa assolutamente importante per un Paese che ha il nostro bacino culturale. La Rai, al di là  di scelte più o meno condivisibili, di successi più o meno rilevanti, è impegnata in un grande sforzo economico che probabilmente non riusciamo a comunicare adeguatamente.
Prima – C’è chi sostiene che il prodotto film è diventato un elemento secondario rispetto alla scelta della sala. Un fenomeno cresciuto col diffondersi delle multisala all’interno dei centri commerciali periferici dove si parcheggia facilmente, si mangia e si fa shopping.
N. Sinisi – Anni fa questo settore ha conosciuto una profonda trasformazione determinata dai costi di gestione, per cui avere una monosala in un centro cittadino diventava quasi diseconomico. Nei piani regolatori e nei piani per il commercio dei comuni si è spesso consentita la trasformazione delle sale in store commerciali. Ultimamente però le cose stanno cambiando perché i piani commerciali sono saturi e vengono rilasciate sempre meno licenze per aprire ipermercati o grandi centri.
Prima – Cala la richiesta da parte del mercato e anche le amministrazioni comunali stanno rivedendo certe scelte.
N. Sinisi – Si è capito che alle sette di sera, quando i negozi chiudono le serrande, i centri storici rischiano la desertificazione e le sale rappresentano un elemento su cui ricostruire la vitalità  culturale cittadina.
Prima – Lo dice perché voi ne avete un bel po’.
N. Sinisi – La nostra offerta comprende tutto. Da grandi strutture come il Lingotto a Torino, l’Oz a Brescia, l’Arcadia a Bellinzago o la multisala di Gioia del Colle, a salotti cittadini come l’Anteo a Milano, il Reposi a Torino, il Barberini a Roma. Se quindi fosse vera l’asserzione che la gente va al cinema scegliendo prima il luogo del film noi possiamo stare tranquilli, ma sono convinto che questo non sia l’unico fattore di scelta. In ogni caso, va detto che negli ultimi tempi la maggiore flessione nell’affluenza di pubblico l’hanno registrata le grandi superfici, in calo del 7,5%. È un po’ quello che sta succedendo nel largo consumo dove il format che risente di più della crisi è l’ipermercato e non il supermercato.
Prima – Per quale motivo?
N. Sinisi – L’ipermercato è un acceleratore di spesa, si entra convinti di spendere 50 euro e si esce avendone spesi 100. In momenti come questi si cerca di tenere sotto controllo la spesa anche nel tempo libero, per cui si contrae la presenza nei posti dove un pacchetto di popcorn e una Cola costa quasi come il biglietto. Naturalmente non nego che le multisala offrano servizi di valore ma mi rifiuto di credere alla sola logica del contenitore. Chi considera solo questi parametri commette un errore di valutazione industriale del fenomeno cinema. Non a caso il ministro dei Beni e delle attività  culturali, Lorenzo Ornaghi, nel decreto Crescitalia sulle liberalizzazioni ha bloccato la norma che permetteva di aprire superfici cinematografiche fino a una capienza di 3mila posti, megastrutture da dieci sale da trecento posti l’una. Uno stop a cui ha dato un contributo determinante l’impegno dell’Anec, l’associazione nazionale degli esercenti.
Prima – La pellicola quindi ha ancora un ruolo centrale.
N. Sinisi – Certo! Il film è contenuto, è un’arte. E infatti continua a catturare l’attenzione del pubblico.
Prima – Il 1° febbraio al Crit, Centro ricerche e innovazioni tecnologiche di Torino, avete organizzato l’evento Movie’s Teknowledgy per presentare ai vostri partner i progetti che state sviluppando.
N. Sinisi – Abbiamo riunito i protagonisti del cinema italiano – esercenti, produttori e distributori del circuito Sipra – nella sede del Centro di ricerche e innovazione tecnologica della Rai a Torino per una giornata di analisi e riflessioni sul futuro del cinema. Abbiamo fatto vedere loro le proiezioni con risoluzioni da 4k e 8k, la tridimensione senza occhialini, la realtà  aumentata, le nuove forme di interazione e uno zoom audio realizzato con un particolarissimo sistema microfonico 3d. Un’emozione tecnologica che ha fatto brillare gli occhi a tutti i presenti nel cui sguardo, subito dopo, ho però visto il terrore di chi si domanda: abbiamo appena finito di installare nelle nostre sale la tecnologia 2k e ora quanto mi costerà  questa novità ?… Tranquilli, ho detto, si tratta di un’anticipazione di quello che succederà  da qui al 2020.

Intervista di Roberto Borghi