05 giugno 2012 | 15:51

Il consulente del Papa – Intervista a Marco Tarquinio, direttore dell’Avvenire e consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali (Prima n. 426, marzo 2012)

Il consulente del Papa
Veleggia su un mare di complimenti bipartisan Marco Tarquinio, direttore dell’Avvenire, giornale dai numeri piccoli ma dalla voce grossa. Un giornalista che scrive fondi graffianti, polemizza con la Rai e con Celentano, bacchetta la ‘destra libertina’ e la ‘sinistra frou-frou’, e che il Papa ha nominato consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali
Summus Pontifex Benedictus XVI Consultoribus Pontificii Consilii de Communicationibus Socialibus ad quinquennium ascripsit Illustrissimum Dominum Marcum Tarquinio. Id in notitiam ipsius Illustrissimi Domini Tarquinio perfertur, ut ea de re opportune certior fiat ad eiusdemque normam se gerat. Ex Aedibus Vaticanis, die XIII mensis Decembris, anno MMXI.
Tranquilli, non è un esercizio di stile né un esercizio spirituale: non intendo scrivere questo articolo nella lingua di Cicerone, ma solo mettere un cappello di qualità  sulla testa di Marco Tarquinio, giovane ma già  affermato direttore dell’Avvenire, quotidiano della Cei, che veleggia su un mare di complimenti bipartisan (laicoclericali), scrive fondi graffianti, polemizza con la Rai e con Celentano, bacchetta la “destra libertina” e la “sinistra frou-frou”, punta l’indice sul “bipolarismo furioso” e ha già  la bacheca piena di medaglie: premio Fregene per il giornalismo, premio Civitas Casertana, premio Penna d’oro Sanremo e tanti altri “the winner is…”. Ma il riconoscimento a cui tiene di più, che riposa in una cartellina trasparente sulla sua scrivania, è la nomina da parte di Benedetto XVI a ‘consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali’, datata 13 dicembre 2011. Gli occhi gli si accendono quando mi mostra il frontespizio del documento. “Vedere il mio nome su un atto del Vaticano e scritto in latino mi ha dato una forte emozione”. Beh, chi non proverebbe un fremito. Specie uno come lui che lo studio e il cattolicesimo li ha respirati fin dalla nascita. Di più: che si è affacciato alla vita per caso. O – come egli preferisce pensare – per un atto di generosità  della Provvidenza. Ora un po’ di storia vera.
Era il 16 marzo del 1958 quando, dopo gli ultimi sette mesi di estrema cautela per la difficile gestione del parto, sua madre Graziella ebbe le doglie e fu portata da Assisi all’ospedale di Foligno. In piedi accanto al suo letto, già  squassata dal dolore, il primario del reparto con aria grave le disse: “Signora, il rischio è molto serio: se il bambino nasce lei potrebbe morire. Se lei sopravvive potrebbe morire lui”. Graziella non ebbe esitazioni, rischiò e il miracolo avvenne. Non solo. Il primo parto la rese più forte, al punto che diede alla luce altri tre figli nell’arco di sei anni: Sergio, Cinzia e Furio.
Graziella Boldini, maestra elementare di Assisi, era moglie di Giorgio Tarquinio, romano, professore di filosofia e preside di liceo, critico d’arte e cinematografico. Un intellettuale stimatissimo nella cittadina umbra dove andò a vivere negli anni Cinquanta dopo avere sposato Graziella. Illuminato, moderno. Volle assistere al fianco della moglie alla nascita di tutti e quattro i figli, che ai giorni nostri è molto trendy ma all’epoca destava stupore. Sottolinea Marco: “Ancora oggi per quelli di Assisi io sono ‘il figlio del prof e della maestra’. È un uomo che ha lasciato il segno, mio padre. Io spero di imitarlo e di esserne all’altezza”. È morto a 79 anni nell’agosto del 2008. Cinque settimane prima si era spenta la sua Graziella.
Giorgio Tarquinio capitò ad Assisi come volontario della Pro Civitate Christiana, per questo conobbe Graziella. Fu anche tra i fondatori della Cittadella, settimanale cattolico. Uomo di Chiesa e di rigidi principi oltre che – come abbiamo visto – dotato di mente aperta e progressista. In casa Tarquinio regnava la parità  dei sessi: a lavare i piatti, quando la mamma era ammalata, erano a turno i figli maschi oltre all’unica femmina. E regnava il dialogo. A frequentarla erano religiosi come padre Vincenzo Lolli, insegnante di filosofia che avrebbe poi officiato il matrimonio di Marco, e padre Berardo Capezzali, che tuttora si reca spesso a Roma in visita alla redazione dell’Avvenire, ma anche amici non cattolici. Il più assiduo era Maceo Angeli, un ceramista colto con cui Giorgio Tarquinio amava particolarmente conversare. Gente di diversa estrazione e di diverse opinioni.
È questo il clima che il futuro direttore dell’Avvenire ha respirato a pieni polmoni fin da bambino. Un bambino attento e curioso, che si aggirava affascinato tra le mura domestiche in gran parte foderate di librerie in legno profumato che contenevano oltre 8mila volumi. Fra questi, il ‘Vangelo secondo Marco’ (il secondo dei quattro Vangeli canonici del Nuovo Testamento), che gli fu regalato quando aveva 10 anni.
Non faticò, naturalmente, a conseguire la maturità  classica. Primo della classe quasi sempre, “ma non secchione”, tiene a sottolineare. All’università  ha dato tanti esami, di lettere e di giurisprudenza, senza però mai approdare a una laurea. “Dev’essere una cifra della mia generazione di giornalisti”, sorride. Eh già , come Giuliano Ferrara, Gad Lerner, Enrico Mentana, Gian Antonio Stella, che mette sempre i puntini sulla i quando lo chiamano ‘dottore’.
Tarquinio fu strappato agli studi universitari dalla passione per la scrittura. Letteralmente rapito dalla narrativa di Camus, Steinbeck, Salgari, Philip K. Dick (da sempre è un patito della fantascienza), dal “personalismo” di Emmanuel Mounier e dall’esistenzialismo malinconico di Kierkegaard, dai versi di Giuseppe Ungaretti, Pedro Salinas e Pablo Neruda (“il primo Neruda”, precisa). Egli stesso ha composto poesie, a getto continuo tra i 15 e i 25 anni, ma mai pubblicate (“e mai lo saranno”) per una sorta di estremo pudore.
A 23 anni cominciò a scrivere sulla Voce, settimanale di ispirazione cattolica (“lo leggevo dall’età  di 10 anni”) attentissimo alla politica internazionale, che nei suoi anni migliori arrivò a vendere 50mila copie. Nella primavera del 1983 il suo antico professore di storia dell’arte, don Emilio Antonelli, gli chiese di far parte del gruppo incaricato di ristrutturare il giornale. Attenzione, è un momento cruciale nella vita di Marco, che proprio in quei giorni aveva vinto un concorso per sceneggiatura al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Giornalismo o cinema? Ci pensò su qualche giorno e alla fine delle sue meditazioni telefonò a don Antonelli per dirgli: “Ci sto”.
Secondo colpo di fortuna: neanche un anno dopo divenne corrispondente da Assisi per Il Corriere dell’Umbria per la rinuncia del suo collega e amico Francesco Frascarelli. Marco si fece valere e piacque subito al nuovo direttore Giulio Mastroianni che veniva da Repubblica. E nell’85, concluso il servizio militare, fu ammesso al praticantato nella redazione centrale di Perugia. Con il contratto in tasca, senza neanche aspettare lo scatto di stipendio, sposò l’anno dopo Patrizia Pozzi, madre cilena e padre italiano, che per unirsi con lui a Perugia lasciò il brillantissimo impiego di funzionaria del consolato cileno.
Nel settembre del 1988 la coppia si trasferì a Roma. Marco venne risucchiato da una delle imprese editoriali meno gloriose del secolo scorso: le Gazzette di Edoardo Longarini, costruttore marchigiano assai disinvolto, assiduo frequentatore di stadi calcistici come delle aule di tribunale. Ma lo stipendio era super e gli orizzonti non parevano così foschi. Per fortuna dei suoi giornalisti, le Gazzette avevano un direttore di prima scelta, Giuseppe Crescimbeni, uno di quelli – una volta ce n’erano… – che si preoccupava di insegnare giornalismo ai più giovani. Tarquinio crebbe alla sua scuola e a quella di Sandra Miglioretti che nello stesso giornale si occupava di politica: prima come cronista parlamentare, poi agli esteri. Consumando le suole in Transatlantico, strinse amicizia con Norma Rangeri del Manifesto, Sandra Bonsanti di Repubblica, Paolo Ruffini del Messaggero, Guelfo Fiore del Mattino, Giovanni Grasso dell’Avvenire, ma con nessun politico: “Non mi sembrava opportuno”.
Patì molto, Tarquinio, quando, leader del comitato di redazione, si sentì offrire dalla proprietà  la promessa di avanzamenti di carriera in cambio di una morbida condotta sindacale. E ancora di più soffrì per il licenziamento di Crescimbeni, avvenuto via fax e senza alcun preavviso da parte di Longarini, che per le sue maniere rozze e arroganti fu soprannominato ‘Al Cafone’ e non poteva permettersi un direttore così poco malleabile. Si rivolse a Gustavo Selva offrendogli un contratto faraonico e presentandosi all’appuntamento con una valigetta legata con lo spago piena di banconote di grosso taglio: “Come entrée”. Il rifiuto del giornalista democristiano fu netto. Selva raccontò poi a Crescimbeni che non fu tanto quel gesto cafonesco a dissuaderlo, quanto una prospettiva terrificante che Longarini gli aveva annunciato: “Venga con noi, direttore, si divertirà  passando i fine settimana in allegria nella mia villa di Cortina”.
Filò via anche Tarquinio, trovando riparo, nel febbraio del 1990, al Tempo diretto da Franco Cangini, assunto assieme al suo grande amico Maurizio Molinari: sezione esteri, la sua materia preferita. Anche se con un milione di lire in meno nella busta paga. Seguì con passione l’unificazione tedesca e la guerra del Golfo. Firmò il primo commento in prima pagina. Quasi quattro anni discretamente sereni a Piazza Colonna, bruscamente interrotti alla fine del 1993, quando aveva appena comprato casa. Elezioni comunali a Roma, duello Rutelli-Fini. Direttore del Tempo è Gianni Mottola, Tarquinio è capo del politico, editorialisti di punta Franco Cangini e Domenico Fisichella. I quali si schierano apertamente, d’accordo con il direttore, con il segretario dell’Msi. Tarquinio decide di autosospendersi. Per Mottola, il capo del politico è defunto. Quasi gli toglie il saluto, non gli fa scrivere più una riga. Peggio: gli assegna uno di quei viaggi offerti ai giornali da imprese turistiche, stavolta in Egitto. L’ultimo articolo di Tarquinio rintracciabile negli archivi del Tempo tratta di mummie e vasi canopi.
Il peregrinare del giovane Marco (ancor giovane, 35 anni) sta per terminare con il giusto approdo. Proclamando la fuga da Palazzo Wedekind, riceve due offerte: da Mario Pendinelli per L’Indipendente e da Dino Boffo per l’Avvenire. Scarta la prima (“giravano troppi soldi, mi ricordava l’amara esperienza delle Gazzette”), abbraccia la seconda. Blitz a Milano, feeling immediato e stretta di mano con Boffo che gli dà  i galloni di vice caporedattore centrale. Questo succedeva quasi vent’anni fa. Da allora, però, non ha cambiato più maglia. Mentre i galloni, sulla manica, si sono moltiplicati. Fino a quelli di direttore, consegnatigli il 24 novembre 2009. Due anni abbondanti vissuti pericolosamente fra mille tempeste: il caso Boffo – appunto – e l’Ici, il “bipolarismo furioso” e Celentano. Scossoni che per un giornale come l’Avvenire non sono proprio la regola. Ormai stabilmente sopra le 100mila copie (80mila dagli abbonamenti) in crescita lenta ma costante, con punte sulle 120mila con l’allegato bisettimanale per ragazzi Popotus che proprio questo mese compie 16 anni di vita, circa 100 redattori fra Milano e Roma, il quotidiano accusa un leggero rosso nei conti nonostante i cinque milioni di euro dalle provvidenze per l’editoria (dato del 2011). Un rosso porpora, nel senso che non preoccupa più di tanto vescovi e cardinali che lo governano. Editore è la Cei, Conferenza episcopale italiana, che controlla la maggioranza attraverso la sua fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena. Altre azioni sono in possesso di una cordata alla cui organizzazione, nel 1989, partecipò Romano Prodi, comprendente il fior fiore dell’imprenditoria italiana, da Vittorio Merloni a Giorgio Falck, da Giuseppe Pesenti a Luigi Abete. La cosiddetta ‘finanza bianca’. Il vescovo Marcello Semeraro presiede il Cda ma il referente di Tarquinio è il cardinale Angelo Bagnasco. Ecco, il mio dialogo con il direttore di un giornale dai numeri piccoli ma dalla voce grossa, una sorta di Gianburrasca nei silenti ambienti ecclesiastici, comincia proprio dal suo rapporto con il rappresentante della proprietà .
Marco Tarquinio – Ho la fortuna di potermi confrontare con l’editore più presente e meno invadente. Massima libertà  nei confronti dei poteri forti. Identità  di vedute quasi totale. La cosa bella di noi cattolici è che al centro ci sono sempre gli interessi della persona. E l’Avvenire riflette questa convinzione. Il nostro giornalismo ha una funzione formativa, quella di in-formare. Formare dentro, nel modo di vivere. Aiutare la gente a comprendere ciò che sta avvenendo. In Italia e nel mondo.
Franco Recanatesi – Vuol dire che l’Avvenire ha un approccio particolare con i suoi lettori e le sue pagine si distinguono da quelle degli altri quotidiani?
M. Tarquinio – Senza dubbio. Prendiamo, ad esempio, la prima pagina del 6 luglio 2010. Il caso Ruby-Berlusconi era di taglio, il titolo d’apertura recitava: ‘Manovra, soldi alle imprese. E per i disabili?’. Riguardava l’innalzamento della soglia minima di invalidità  dal 74 all’85% contro i falsi invalidi. Scrissi un editoriale: “Puniscono chi dice la verità  sulla propria invalidità  reale, invitano a mentire di più chi già  mente”. Quella pagina piacque tanto a Bersani, che la sventolò a una manifestazione pubblica.
F. Recanatesi – L’Avvenire è una cosa, gli altri giornali un’altra, sostiene…
M. Tarquinio – Noi abbiamo esigenze e funzioni diverse.
F. Recanatesi – Lo vedo. Con qualche eccezione: la pedofilia in parrocchia.
M. Tarquinio – La pedofilia è una delle macchie più gravi del mondo: 240 milioni di vittime accertate, un giro di 12 miliardi di euro l’anno. L’Avvenire ha costruito sul tema due speciali di 4 pagine.
F. Recanatesi – Sì, ma…
M. Tarquinio – L’ultimo rapporto olandese: dei casi emersi, riguardano i preti cattolici solo lo 0,3-0,9%. Intendiamoci, mezzo caso sarebbe già  troppo, ma ci si è scagliati contro la Chiesa con una violenza esagerata facendo di tutta l’erba un fascio. La reazione c’è, e durissima come dev’essere. Alla Chiesa statunitense, la più colpita, è già  costata due miliardi di dollari. L’attacco mediatico lo inserisco in un contesto preciso: viene dopo la pubblicazione dell’enciclica di Benedetto XVI ‘Caritas in veritate’, un atto d’accusa nei confronti dei poteri economici sregolati e sulle profonde cause etiche della grande crisi.
F. Recanatesi – Stavolta non mi convince. Se la prende con i media, ma la risposta della Chiesa non mi pare appropriata né limpidissima. I giornali, ecco, cosa ne pensa?
M. Tarquinio – Apprezzo moltissimo il lavoro di tanti miei colleghi. Sono grato a maestri bravissimi come Crescimbeni, la Miglioretti, Franco Cigliola, caporedattore del Corriere dell’Umbria che detestava le maniche corte (“caso mai arrotolale”, mi diceva) ma insegnava giornalismo come pochi. Ho ancora nelle orecchie le sue raccomandazioni: “Cerca conferma, verifica fino alla nausea”.
F. Recanatesi – Dica la verità : Cigliola sarebbe oggi un predicatore nel deserto.
M. Tarquinio – Noto nella stampa italiana una certa degenerazione, una rinuncia drammatica alla verifica dei fatti. Giorgio Bocca notava che “i giornali ingoiano tutto ciò che arriva”. Oggi più che mai.
F. Recanatesi – Di leggerezza peccano in molti. È forse perché si va di fretta, non c’è tempo per approfondire le notizie?
M. Tarquinio – Il tempo si trova, chi vuole lo trova. C’è anche tanta rassegnazione e tanta pigrizia. Non a caso è scoppiato il caso recente di Canzona e Orecchioni, due legali che si divertivano a seminare notizie false dimostrando l’inettitudine dell’informazione. Porto l’esempio dell’Ici sui beni della Chiesa: chi si è andato a leggere davvero quel ricorso sa che non è mai stata una questione limitata alla Chiesa cattolica, ma un ricorso contro il regime fiscale per tutti gli enti non commerciali, cioè tutto il mondo del non profit italiano: laico e religioso. Perché non c’è mai stata una ‘legge ad ecclesiam’ in materia tributaria. Nonostante ciò che hanno detto e fatto credere i radicali.
F. Recanatesi – Attenzione, stiamo andando su un altro terreno scivoloso che potrebbe di nuovo dividerci. Le è mai successo di pubblicare una notizia fasulla?
M. Tarquinio – La scorsa estate ricevetti una bellissima lettera di Paco Ignacio Taibo, lo scrittore spagnolo messicano, sulla Giornata mondiale della gioventù. La misi in pagina. Era un falso. Può capitare. Riceviamo circa mille lettere a settimana.
F. Recanatesi – Come ha rimediato?
M. Tarquinio – Nella maniera più semplice e corretta: ho chiesto scusa ai lettori. Noi giornalisti dovremmo imparare a chiedere scusa più spesso.
F. Recanatesi – Quali giornali sfoglia appena entra in redazione?
M. Tarquinio – Tutti quelli principali. Per gli esteri, la mia prima lettura, preferisco La Stampa. Oltre al mio giornale, soltanto il quotidiano torinese ha pubblicato servizi sulla carestia in Somalia.
F. Recanatesi – È quello, a suo giudizio, fatto meglio?
M. Tarquinio – Guardi, io non voglio e non ho titoli per fare una graduatoria. Tutti hanno buoni articoli e felici intuizioni, ma non riesco a digerire il tasso di volgarità  nella titolazione che ormai ne accomuna la gran parte. La ricerca della parola forte, a effetto. Io credo che scioccare alla fine scoccia. E i fuochi bruciano credibilità  e copie screditando la categoria.
F. Recanatesi – A proposito: caso Boffo. Ne sono state dette, scritte e titolate tante. Chi meglio di lei può dirmi com’è andata davvero? 28 agosto 2009, sul Giornale campeggia il titolo ‘Il supermoralista condannato per molestie’.
M. Tarquinio – Dino mi chiamò a casa di prima mattina: “Marco, hanno pubblicato una cosa incredibile, molto dura”. Poi mi ha mentito dicendomi che avrebbe resistito. Invece si è dimesso, perché, mi disse, “voglio che il caso scoppi e si chiarisca”. Fu una ritorsione dopo le critiche di Boffo sulla vita privata di Berlusconi. Le carte del caso Bisignani, pubblicate dal Fatto, contengono affermazioni eloquenti di Gian Marco Chiocci: “Se Feltri mi avesse lasciato fare le mie verifiche, gli avrei detto di lasciar perdere, era una patacca”. Boffo si dimise il 3 settembre. Cinque mesi dopo accettò l’invito a colazione di Feltri, accompagnato da Renato Farina. Ci andò credendo di potergli strappare il nome di chi era stato a fargli avere e soprattutto ad accreditare come autentici i vecchi documenti falsi usati contro di lui. Ma non ne cavò un ragno dal buco. Non so esattamente come andò quell’incontro, ma so che Feltri non gli chiese scusa – lo avrebbe fatto molte settimane dopo – e che al suo posto io, che pure sono uomo di pace che sa perdonare, non mi sarei seduto a tavola con un collega che mi ha così pesantemente calunniato.
F. Recanatesi – Caso Celentano. La sera di giovedì 23 febbraio eravate in contemporanea lui da Santoro e lei a ‘Le Iene’. Sembrava un incontro di pugilato a distanza.
M. Tarquinio – Il fatto che il presidente della Repubblica guadagni in un anno meno di quel che Celentano ha guadagnato in una sera mi rattrista. E la pretesa di chiudere i giornali cattolici è una vergogna. Due anni fa, quando si vociferò la chiusura delle sedi Rai nel Sud del Mondo, scelsi come termine di paragone del loro costo (alcune centinaia di migliaia di euro) i cachet dei vip ingaggiati da Raiuno per ‘Ballando con le stelle’, in particolare i 570mila euro a Raz Degan. Ma nessuno chiese di chiudere i nostri giornali.
F. Recanatesi – Adesso voglio sapere lei quanto guadagna.
M. Tarquinio – Io? Per quanto lavoro, francamente non molto. Ma mi considero comunque un privilegiato. Confesso di non avere mai voluto far sapere a mio padre, preside di liceo, una vita per la scuola e nella scuola, che io – da giornalista ancora giovane – prendevo più di lui. E mi fa effetto rendermi conto che ogni mese un parroco guadagna infinitamente meno di me per il suo ministero senza orario. Comunque, se proprio vuol saperlo, per incassare l’equivalente lordo del cachet di Celentano per due serate a Sanremo anche a me, che per il fisco italiano sono addirittura un ‘ricco’, ci vorrebbero tre-quattro anni.
F. Recanatesi – Quanto guadagna un parroco?
M. Tarquinio – Da 800 a 1.200 euro.
F. Recanatesi – E un vescovo?
M. Tarquinio – Da 1.200 in su.
F. Recanatesi – Quanto su?
M. Tarquinio – Non lo so. Non conosco neanche i compensi di un cardinale.
F. Recanatesi – Poi bisogna aggiungere i benefit: casa, automobile, personale di servizio…
M. Tarquinio – … che spesso sono familiari o suore. E comunque un prete è votato al sacrificio, è sempre in servizio. In mezzo alla gente sono rimasti solo loro. La classe politica non conosce il popolo, non lo frequenta.
F. Recanatesi – Lei è considerato uomo di destra.
M. Tarquinio – Le rispondo con i versi di una canzone scritta da Ivano Fossati, ‘Io sono un uomo libero’, e cantata proprio dal mio ‘nemico’ Celentano: “La vita è un viaggio lento, ragazza mia/né destra né sinistra/sogno ancora credendo di pensare/sogno ancora coi gomiti affacciato alla finestra”. Non sopporto la destra libertina. E una certa sinistra, che in un editoriale ho chiamato sinistra ‘frou-frou’, che insegue i capricci e trascura i problemi della povera gente. Ma penso che un’alternativa al ‘bipolarismo furioso’ si possa trovare. E che il governo Monti sia già  sulla buona strada.
F. Recanatesi – Mi faccia un ritratto di papa Ratzinger.
M. Tarquinio – Molto diverso dal suo predecessore. Wojtyla è stato il Papa dei gesti e della parola; Benedetto XVI è il Papa dei testi di una profondità  straordinaria. Mia moglie Patrizia e io lo abbiamo incontrato in udienza privata nel settembre scorso, in occasione del nostro venticinquesimo anniversario di nozze. Non gliene sarò mai abbastanza grato. C’erano anche le mie due figlie, Claudia di 22 anni e Livia di 20.
F. Recanatesi – Ha assistito al loro parto?
M. Tarquinio – Purtroppo no, le mie figlie sono nate entrambe con il cesareo, assistite da Romano Forleo, amico e scout come me. E pensare che avevo fatto con Patrizia tutto il corso di preparazione…

Intervista di Franco Recanatesi