26 giugno 2012 | 11:47

Senza chiedere il permesso – Intervista a Sally Zohney, attivista politica egiziana (Prima n. 427, aprile 2012)

Senza chiedere il permesso
La vera rivoluzione è lasciare che siano le donne egiziane a parlare della loro vita, dice Sally Zohney, una giovane cairota che ha deciso di dedicare la sua vita alla battaglia per i diritti civili e politici delle sue conterranee
Sally Zohney non sopporta quando i media europei e americani usano la parola ‘vittime’ per descrivere le donne egiziane. “Prima della rivoluzione”, racconta, “non mancava mai la foto di una donna in niqab nero vicino agli articoli sulla condizione femminile in Egitto. Oggi i giornalisti ci chiedono come ci si senta a scendere in piazza per la prima volta, come se non fossimo mai uscite da casa”. Sally ha ventisei anni e, dopo avere studiato in Egitto, Libano e Italia, ha deciso di dedicare la sua vita alla battaglia per i diritti civili e politici delle egiziane. “Non voglio dire che non ci siano problemi per molte donne di questo Paese”, continua, “ma le ragazze egiziane sono sempre state presenti nella vita pubblica: dalle contadine che lavorano i campi nel Delta del Nilo alle tante dottoresse, ricercatrici, avvocatesse che affollano i caffè del Cairo il venerdì sera”. Sally ha deciso di combattere per i loro diritti, senza spiegare alle donne cosa sia meglio, poiché crede che la vera rivoluzione sia lasciare che siano le egiziane a parlare della loro vita, senza chiedere il permesso a nessuno.
Prima – Negli ultimi tempi si è molto impegnata con il progetto ‘Graffiti per le donne’. Ci spieghi meglio questa iniziativa.
Sally Zohney – Io e alcune amiche abbiamo deciso di dipingere sui muri del Cairo diversi graffiti che raffigurano alcune tipologie di ragazze, sia con il velo che senza, per fare riflettere sulla condizione femminile in Egitto. Vicino a queste immagini spesso scriviamo alcuni dei nostri slogan. Vogliamo trasmettere l’idea che le egiziane debbano impossessarsi dello spazio pubblico senza il permesso di nessuno. Molte ragazze sono abituate a sentirsi dire cosa devono fare e c’è molta pressione sociale su diversi aspetti della loro vita: dal matrimonio alle decisioni lavorative.
Prima – I graffiti sono diventati anche una forma di comunicazione politica usata da diversi attivisti. Perché avete scelto di usarla nella vostra battaglia per i diritti delle donne?
S. Zohney – Perché i graffiti sono un mezzo immediato, che può essere memorizzato in breve tempo. Un passante che legge su un muro “le donne sono uguali agli uomini” può accettare o rifiutare questo messaggio, ma è costretto a riflettere su ciò che ha visto. Inoltre, grazie ai graffiti, possiamo raccontare la verità  senza incorrere nella censura dei media tradizionali. Un esempio è la storia di Samira Ibrahim, una ragazza che ha denunciato di avere subito un test sulla sua verginità , dopo essere stata arrestata con altre dimostranti in piazza Tahrir. Pochi giorni fa il tribunale militare ha stabilito l’innocenza del medico accusato da Samira Ibrahim, ma molti attivisti non concordano con questo verdetto. Prima della conclusione del processo, il consiglio militare aveva diffuso una nota in cui prometteva che “non ci saranno più abusi contro le donne egiziane”. Molti egiziani avevano interpretato questo comunicato come un’implicita ammissione di colpevolezza e si sono stupiti che il tribunale militare abbia assolto il dottore. Oggi i graffiti con il volto di Samira Ibrahim e del medico si trovano sui muri di tutte le città  egiziane. Pochi giorni fa alcuni studenti hanno impedito a questo dottore di entrare nell’ospedale dove lavora.
Prima – C’è anche un problema culturale che emerge da questa vicenda. Dopo il caso del test di verginità , un alto ufficiale dell’esercito ha voluto sottolineare che le ragazze che hanno subito questa pratica “non sono come le nostre figlie”. C’è stato un tentativo del consiglio militare di trasmettere, attraverso i media di Stato, un’immagine negativa delle donne che sono scese in piazza negli ultimi mesi?
S. Zohney – Sì. Molte ragazze non vogliono dire ai propri parenti di essere state a Tahrir anche per questo motivo. Inoltre alcune attiviste hanno dormito nelle tende allestite in piazza Tahrir nei mesi scorsi. Questo è stato uno shock culturale per molti egiziani. I media sanno che questo è un comportamento inaccettabile per molti abitanti del Paese e hanno ripetuto che i dimostranti che si erano accampati nella piazza non erano persone rispettabili, perché dormivano insieme nelle tende.
Prima – Però molti episodi indicano che in piazza, oltre a molti manifestanti che chiedevano la fine del governo, c’erano anche molti malintenzionati. Ci sono state diverse molestie e abusi nei confronti delle donne che manifestavano.
S. Zohney – Lo scorso novembre c’è stata una strategia organizzata e sistematica di molestie ai danni delle donne. Non si è trattato di episodi isolati. Ho visto diverse ragazze scappare in lacrime dalla piazza. Così abbiamo deciso di incoraggiare le ragazze a parlare e denunciare i loro aggressori. Per prima cosa abbiamo dovuto far loro capire che non c’era motivo di sentirsi in colpa per essersi esposte al pericolo. Per questo mi sono posizionata, con alcune amiche, all’ingresso della piazza per identificare i responsabili di questi crimini e cacciarli dalla zona delle proteste.
Prima – Come può essere utilizzato Internet per vincere la vostra battaglia contro le molestie sessuali? I dati dicono che l’82% delle egiziane è stato vittima almeno una volta di questo crimine.
S. Zohney – Internet è un mezzo che utilizzo molto per far conoscere le mie iniziative, anche se non credo che possa risolvere i nostri problemi. I social media possono essere usati per informare e discutere con le ragazze, garantendo loro l’anonimato. Ad esempio, è stato aperto di recente un sito (http://harassmap.org/) per denunciare gli episodi di molestie sessuali che molte egiziane sono state costrette a subire nelle strade del Cairo. Nel sito le ragazze possono raccontare in forma anonima le loro esperienze, anche mandando un sms che registra automaticamente la zona in cui è avvenuta la violenza. Spesso si tratta di storie molto scioccanti, ma è importante per le ragazze capire che episodi simili avvengono ad altre donne e non dipendono dalla zona in cui ci si trova o dal modo di vestire.
Prima – Tra i mezzi che utilizzate per diffondere le vostre idee c’è soltanto Internet o cercate di esporre il vostro punto di vista anche in televisione e alla radio?
S. Zohney – Utilizziamo molto la radio, perché questo è il mezzo più usato nelle zone rurali del Paese. Riguardo alla televisione, è difficile per noi accedere ai programmi più popolari perché spesso sono controllati dallo Stato. I media tradizionali seguono e riprendono però quello che dicono i social media. Sempre più spesso si sentono pronunciare frasi come “i figli di Twitter chiedono la liberazione dei prigionieri politici” o “su Facebook è stata indetta una manifestazione”. Ormai il movimento rivoluzionario riesce sempre di più a dettare l’agenda delle notizie. C’è anche la tendenza a sostituire con altre forme di comunicazione la televisione, come nel caso dei ‘Kazeboon show’.
Prima – Che cosa sono i ‘Kazeboon show’?
S. Zohney – Sono degli eventi organizzati nei quartieri popolari del Cairo dal movimento rivoluzionario. Durante questi show vengono mostrati diversi video che denunciano le violazioni delle autorità  nei confronti dei cittadini. Le immagini provengono tutte da Internet. L’idea degli attivisti è di dimostrare ai cittadini le menzogne che sono raccontate sui media tradizionali. In dialetto egiziano, ‘kazeboon’ significa bugiardi.
Prima – Tra i mezzi d’informazione che ha scelto c’è il teatro. Fa parte del gruppo ‘I monologhi da Tahrir’, un’iniziativa che è arrivata recentemente in Europa: di cosa si tratta?
S. Zohney – È uno spettacolo che raccoglie le storie di un anno fa, quando siamo scesi in piazza Tahrir. L’idea è di trovare un modo per raccontare tanti episodi che altrimenti sarebbero dimenticati. Ci sono diversi atti di eroismo su cui nessuno ha mai scritto né scriverà . Noi che eravamo in piazza abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto a chi non era presente alle proteste.
Prima – Come si parlava sui media delle donne durante il periodo di Mubarak? Ci sono stati cambiamenti?
S. Zohney – Ci sono state diverse attiviste vicine al regime di Mubarak che promuovevano i diritti delle donne e anche grazie a loro sono state approvate diverse leggi per migliorare la condizione femminile in Egitto, comprese le ‘quote rosa’. Il governo promuoveva anche diverse iniziative e campagne televisive, ma erano per lo più fallimentari. Molte egiziane non si identificavano con le persone che vedevano sui mezzi di comunicazione, spesso provenienti da ambienti alto borghesi del Cairo.
Prima – Secondo le statistiche il 90% delle ragazze ha subito questa pratica in Egitto; come cercate di sensibilizzare le egiziane su quest’argomento?
S. Zohney – Spesso ho partecipato come volontaria ad alcuni incontri organizzati nelle scuole per discutere di questo problema. In particolare nelle università  ho promosso diverse discussioni al riguardo. Cerco di evitare l’errore commesso da tante attiviste prima della rivoluzione e cerco sempre di non dire alle donne cosa sia meglio per la loro vita. Lascio che siano le ragazze a discutere di questi temi.
Prima – Che bilancio può fare del suo impegno per le donne egiziane fino a ora?
S. Zohney – Sicuramente positivo. Sempre più ragazze sono in prima linea per difendere i propri diritti. Ad esempio, un anno fa, quando c’è stata la prima seduta del processo di Samira Ibrahim, eravamo poche centinaia davanti al tribunale e la gente rideva di noi. Qualcuno ci chiedeva addirittura di nascondere i cartelli su cui abbiamo scritto “stop ai test sulla verginità ”, perché indecenti. A metà  marzo, quando il medico è stato dichiarato innocente, eravamo migliaia di ragazze. Il nostri nemici sono la povertà  e la mancanza di prospettive per una vita migliore.

Intervista di Matteo Colombo