26 giugno 2012 | 13:32

Che spreco! – Intervista a Giorgio Forattini, vignettista satirico (Prima n. 427, aprile 2012)

Che spreco!
“Da tre anni ormai non mi vuole più nessuno”, dice Giorgio Forattini. Faccio libri e vignette sul mio sito, ma i giornali mi hanno spazzato via. Senza falsa modestia, dopo Guareschi credo di venire io nella classifica dei protagonisti della satira italiana dell’ultimo secolo. Eppure…
A.A.A. giovane vignettista ottantunenne bene(benissimo)stante, cerca lavoro. Per contatti rivolgersi al sito www.forattini.it. Fatta. E adesso, caro Giorgio, non ti resta che aspettare. “Grazie, grazie davvero”. Ma ti pare.
A tarda sera di una tiepida giornata d’aprile, ci siamo lasciati con questa promessa. Dopo un pomeriggio passato a rievocare i tempi andati del comune lavorare a Repubblica, a masticare considerazioni sul presente (grigio scuro) e sul futuro (scurissimo) del giornalismo e della satira nel nostro Paese.
Però che strana voglia per un uomo ricco, famoso, aristocratico, colto, che fa la spola fra le sue tre case, una a Parigi, un’altra a Milano e una terza a Roma, quella di impugnare la matita e rimettersi in pista a fustigare la classe politica e litigare con le redazioni. Mentre a ottant’anni suonati e con una deliziosa donna al fianco potrebbe godersi una vita agiata e, se proprio non volesse scendere dalla giostra, continuare a sfornare libri e girare il mondo.
Forse il motivo è che Giorgio Forattini, vignettista principe degli ultimi quarant’anni, carico di gloria e di querele, di stare in panciolle – pur avendone avuto fin da giovane la possibilità  – non ha mai voluto saperne.
È nato ‘bene’, come si diceva una volta. Suo padre Mario, di Guastalla, lavorava nel petrolio. Ex direttore dell’Agip, nel 1953 si mise in proprio creando una florida azienda con sede a Napoli in via Mergellina. Si chiamava Dio, che non è un atto di superbia ma un acronimo che sta per Deposito industriale olii minerali. Aveva venti stazioni di servizio sparse per il Meridione, una quindicina di autobotti e un grande deposito a Poggioreale. Simbolo della Dio era un gatto nero che presto, per le proteste dei napoletani, divenne grigio.
Mario e sua moglie, Matilde Merlino, piemontese di origina istriana (suo padre Federico fu prima ministro delle Finanze e in seguito presidente della Corte dei conti) e di madre austriaca, Maritza, avevano messo al mondo due figli maschi: Lucio e, un anno e mezzo dopo, Giorgio. Lucio aveva ostentatamente scansato la ditta paterna imboccando una più nobile carriera diplomatica (sarà  prima console in Australia e poi ambasciatore in Kuwait e in Svezia), mentre suo fratello minore, Giorgio, aveva sospeso gli studi di architettura attratto dal profumo della benzina. Quando ancora suo padre lavorava per l’Agip, nel 1949, il diciottenne Giorgio faceva il rappresentante per la stessa azienda petrolifera con base a Roma. Quando intascò il primo stipendio mensile, 6mila lire, stese quelle sei grandi banconote da mille in terra davanti alla porta di casa e quando arrivò suo padre, gonfiando il petto, disse: “Vedi? Ora sono indipendente”.
Anche se da ‘indipendente’, però, Giorgio entrò nell’azienda di famiglia, dove rimase per sette anni, girando il Sud a bordo di una Fiat 500 prima e poi di una 600. Pagato a percentuale sulle vendite.
Nel frattempo coltivava una sua giovane passione: il teatro. Si iscrisse all’accademia di recitazione Sharoff, a Trastevere, dove seguiva i corsi assieme a future celebrità  come Sophia Loren (si chiamava ancora Sofia Scicolone), Ettore Manni (i due, mi ha rivelato Giorgio, ebbero un flirt), Lina Wertmà¼ller. Fra le allieve c’era anche tale Licia Casassa, cui il destino non avrebbe riservato riflettori né red carpet, bensì un amore improvviso e travolgente con il bel Forattini. Lui 22 anni, lei 28, si sposarono. Papà  Mario, assai irritato per quel colpo di testa, spedì suo figlio e famiglia a Cremona, in una delle sue raffinerie, come operaio specializzato che doveva controllare il grado di viscosità  dell’olio. La coppia accettò a capo chino. Ebbe due figli, Paola nel 1955 e Fabio nel 1959. Dopo sette anni, la crisi. Si separarono. Giorgio riuscì a tenere con sé i figli, ma nel 1968 Licia glieli portò via vincendo un’aspra battaglia legale.
Lungo tutti questi anni, Forattini dovette arrangiarsi con mestieri diversi da quello di venditore di prodotti petroliferi, cessato nel 1956 quando l’azienda di famiglia cominciò a perdere i pezzi per via della crisi di Suez. Il deposito di Poggioreale, per dirne una, fu venduto a Paul Getty.
Penserete: adesso, finalmente, Forattini prenderà  carta e matita e comincerà  a disegnare vignette. Macché. Comincia a disegnare sì, ma più che altro per hobby, etichette per i dischi della Bluebell Records prima e della Ricordi poi, per le quali case musicali ricoprì via via i ruoli di venditore, consulente, direttore commerciale.
Dopo il mondo della musica, eccolo atterrare su quello degli elettrodomestici (venditore per la Triplex) e poi della pubblicità  presso lo studio in Trastevere di Guido Vanzotti: collaborava a storyboard e campagne, ma veniva impiegato anche come copywriter e illustratore. Nel disegno se la cavava molto bene, si divertiva a fare ritratti e caricature dei compagni di lavoro. Uno di questi, un giorno, gli segnalò un concorso per strisce satiriche promosso da Paese Sera. Era il 1971, Giorgio Forattini aveva 40 anni. Per la serie: non è mai troppo tardi.
Partecipò alla gara con una strip che aveva per protagonista un buffo personaggio vagamente autobiografico: si chiamava Stradivarius, faceva il rappresentante di commercio, vendeva di tutto, la sera tornava a casa, si metteva una parrucca in testa e suonava il violino. Vinse. Pochi anni prima, nel 1968, lo stesso concorso aveva lanciato in orbita Franco Bonvicini, Bonvi, l’autore di ‘Sturmtruppen’. Come premio venne assunto con le mansioni di disegnatore e grafico. Più grafico che disegnatore. Riusciva a piazzare di tanto in tanto le sue strisce in una pagina interna del giornale, senza troppo risalto.
A spalancargli le porte della celebrità  fu – inconsapevolmente – una delle sue numerose ‘fidanzate’, una danese dagli occhi verdi, il sangue blu e un nome da fotoromanzo: Lene De Fine Licht. Lene viveva in un appartamento di Trastevere assieme alla sorella (“ho avuto una storia anche con lei”, confessa Forattini) ed era amica della moglie danese di Luigi Melega, uno dei giornalisti di punta di Panorama. Le due coppie presero a frequentarsi assiduamente, finché Melega, ammirato dal tratto di Forattini, gli propose una collaborazione con Panorama. “Vuoi una strip?”, chiede Giorgio. “No, prova a fare delle vignette. Vignette politiche”. “Ma io non ne ho mai fatte”. E lui: “Leggi i giornali francesi”.
L’avventura tardiva ma gloriosa del vignettista principe ebbe inizio così, con Melega che dice “prova, secondo me sei tagliato per farle” e Forattini che ogni notte, per tante notti, andava nelle edicole di via Veneto a comprare Le Monde, Le Figaro, Le Canard enchaà®né. Si informava, provava, metabolizzava. Debuttò su Panorama raffigurando Craxi di spalle che appende un pesce d’aprile sulla gobba di Andreotti. Dopo un anno Giorgio Cingoli, direttore di Paese Sera, un po’ sbuffando, gli chiese di farle anche per il suo giornale quelle vignette così graffianti e divertenti, che colpiscono nel segno senza che i suoi personaggi pronuncino parola. E fu sulla prima pagina del quotidiano romano del pomeriggio che comparve, nel maggio del 1974, a commento dell’esito del referendum abrogativo sul divorzio, una delle vignette che hanno fatto la storia della satira politica italiana: il sughero con la faccia di Fanfani che schizza via da una bottiglia di champagne con l’etichetta ‘No’, sotto il titolo ‘Il tappo è saltato’. Il ’74 fu anche l’anno di uscita del primo libro di Forattini, ‘Referendum reverendum’, cui ne seguiranno, fino al 2011, altri 51 che hanno raggiunto anche le 100mila copie di venduto e che nel 2013 verranno condensati in una antologia che sarà  una sorta di storia satirica d’Italia degli ultimi quattro decenni.
La strada è dunque tracciata. E diventa un’autostrada quando Melega si iscrive alla ciurma di Scalfari che sta varando quella specie di giornale-pirata chiamato La Repubblica. Invitato dal suo pigmalione a farne parte, l’ex venditore porta a porta non ci pensa due volte. Un po’ per il salto di stipendio, dalle 900mila lire mensili del quotidiano comunista al milione e mezzo del nuovo giornale, un po’ perché viene assunto come grafico, è vero, ma ha ormai la matita calda e – finalmente – le idee chiare. Tanto più che come grafico non ha mai avuto una grande stima di sé.
Giorgio Forattini – Di’ pure che ero pessimo. Quello bravo, sia a Paese Sera che poi a Repubblica, era Franco Bevilacqua. Io mi agganciavo al suo carro. La grafica innovativa di Repubblica è opera sua. Anche se qualche prova l’aveva fatta Elio Aloisio dell’Espresso e Pirani aveva commissionato un progetto a Sergio Ruffolo, del quale alla resa dei conti è rimasto poco. L’impaginazione a barre orizzontali la facevamo a Paese Sera da almeno dieci anni.
Franco Recanatesi – Mettiamo allora una pietra su Forattini grafico e veniamo al vignettista. Al Forattini politico. Al Forattini che viveva dentro Repubblica come un cospiratore. Al Forattini ‘traditore’ come poi lo ha etichettato Scalfari. Io c’ero, lo so. I primi tempi erano rose e fiori, Giorgio di qua, Giorgio di là , che bravo, che divertente. La prima vignetta, nella pagina dei commenti, apparve nel giugno del ’76, sei mesi oltre il debutto del giornale. Ma neanche un paio di anni dopo, ecco i primi mugugni. Dopo tre anni le lettere di reprimenda. Dopo quattro le fazioni pro e contro. Alcuni dicevano che per essere un uomo di sinistra eri troppo feroce con la sinistra.
G. Forattini – Ecco l’errore. Io non sono mai stato di sinistra. E neanche di destra. Io sono sempre stato un liberal e un uomo libero.
F. Recanatesi – C’è una folla straripante, oggi, di giornalisti che si dichiarano liberal. Resta il fatto che giornalisticamente sei nato e cresciuto in due quotidiani di sinistra e che poi c’è stata la brusca sterzata berlusconiana.
G. Forattini – Non sono mai stato vicino a Berlusconi. Anche se lui mi ha corteggiato. Ma mi ha anche sbattuto fuori da due suoi giornali. La verità  è che detesto l’integralismo. Non sopporto un partito che professa “chi non è con me è contro di me”. Per dirla tutta, non sopporto nessun partito.
F. Recanatesi – Rimaniamo ai tuoi anni di Repubblica. Non sembravi poi così afflitto…
G. Forattini – Sono stati anni indimenticabili. Divertenti, pieni di stimoli, di adrenalina. Nel ’78, grazie anche a Melega, riuscii a varare ‘Satyricon’, un supplemento che ha convogliato i più grandi talenti della satira politica italiana: Bucchi e Vauro, Vincino e Staino, Altan e Giuliano, Ellekappa e Giannelli. Giannelli era direttore dell’ufficio legale del Monte dei Paschi di Siena. Si firmava M. Gia. Mi invitava ogni anno a Siena in occasione del Palio. Era molto gentile. Quando ricevetti una proposta dal Corriere della Sera dissi “no, grazie, sto bene a Repubblica”, e feci il suo nome. Lo presero, perché era bravo. Ma alla prima occasione, mi diede una coltellata. Era il 1993, Fini correva per la poltrona di sindaco di Roma contro Rutelli. In tivù da Mentana, diedi un giudizio positivo sulla sua candidatura. Il giorno dopo, sul Corriere, Giannelli mi disegnò vestito da balilla, sullo sfondo il faccione di Berlusconi e la scritta ‘Sola che sorgi’. Mi dispiacque molto.
F. Recanatesi – I rapporti con Scalfari, se ben ricordo, erano però assai cordiali e di reciproca stima.
G. Forattini – Scalfari mi ha sempre difeso, pur non approvando tutte le mie vignette. Un giorno mi chiama con l’interfono: “Giorgio, mi dicono che stai sfottendo De Mita e Occhetto e io ho due amici: De Mita e Occhetto”. Qualche raccomandazione sì, ma censure mai. Io lo capivo, doveva respingere quotidianamente gli assalti di stretti collaboratori che avrebbero voluto cancellarmi dal giornale. I comunisti. Gli integralisti. Lui predicava la libertà  d’espressione, io lo prendevo alla lettera. Un giorno fece mettere un cartello sulla porta del mio box: ‘Silent, genius at work’.
F. Recanatesi – Nell’82, però, lasciasti La Repubblica per La Stampa. Perché?
G. Forattini – Perché il clima, per me, si era fatto pesante. Ci fu una sollevazione di mezza redazione quando ironizzai su Gorbaciov. Molte lagnanze per le vignette dissacratorie su De Mita e Berlinguer. E poi La Stampa mi offrì un mucchio di soldi e la vignetta fissa in prima pagina. La Fiat mi commissionò anche una campagna pubblicitaria per la Panda. Rimasi due anni e mezzo a Torino. Una sera, Scalfari e Caracciolo mi invitarono a cena al ristorante dell’Hotel et de Milan offrendomi un ricco contratto, la vignetta in prima pagina e un’altra sull’Espresso. Caracciolo voleva tenersi gli originali, ma io rifiutai: “Quella è roba mia”, gli dissi. Tornai in Piazza Indipendenza. E un paio di mesi dopo consigliai al Gruppo L’Espresso i nomi di Paolo Garimberti e Marco Benedetto. Arrivarono entrambi.
F. Recanatesi – Posso dire che non fu un ritorno indolore?
G. Forattini – Non ebbi vita facile. Franco Magagnini, il caporedattore centrale, mi osteggiava apertamente. Un tazebao contro di me fu affisso fuori dalla stanza di Scalfari. Persino gli operai della tipografia mi dichiararono guerra. E all’Espresso, diretto allora da Livio Zanetti, il clima non era migliore. Una vignetta in cui raffiguravo la morte che aveva sulla falce la scritta ’1968′ scatenò un putiferio. Gad Lerner raccolse le firme di 40 redattori sotto un documento di condanna. “Forattini deve tutto al ’68″, disse. Ma lui che ne sapeva? Nel ’68 aveva 14 anni, io 37. Io devo un bel niente al ’68, che oltrettutto considero, assieme al comunismo e ai sindacati, tra le disgrazie del nostro Paese.
F. Recanatesi – Beh, adesso berlusconeggi. Come hai fatto a coniugare queste idee con quelle di Scalfari e gran parte della sua redazione? Sei rimasto, anzi, oltre la direzione di Scalfari, fino al 2000, se non sbaglio.
G. Forattini – Perché sono un liberal, rispetto le idee degli altri e penso che gli altri debbano rispettare le mie. E perché credevo di essere entrato in un giornale dalle idee socialiste, mentre diventò presto un giornale filocomunista. Poi nel 1999 c’è stato il caso D’Alema. E quel rospo non ce l’ho fatta a ingoiarlo.
F. Recanatesi – Il rospo sono i tre miliardi che D’Alema ti chiese di risarcimento? Riassumo per i lettori con poca memoria. L’11 ottobre del 1999 compare su Repubblica una vignetta che raffigura il presidente del Consiglio mentre con un bianchetto cancella la lista Mitrokhin. Una voce gli chiede: “Allora, arriva, ‘sta lista?!”. E lui: “Un momento! Non s’è ancora asciugato il bianchetto!”. Secondo D’Alema la vignetta conteneva informazioni false e diffamatorie.
G. Forattini – No, il rospo fu il silenzio del mio giornale. Nessuna difesa, non un gesto di solidarietà , con l’eccezione di due telefonate da Barbara Palombelli e Antonio Polito. Da Parigi chiamai al telefono Ezio Mauro, gli dissi semplicemente: “Da oggi non ci sono più”.
F. Recanatesi – Quella querela venne poi ritirata due anni dopo. Accogliendo le tue scuse, scrive Dell’Arti nel suo libro ‘Catalogo dei viventi’.
G. Forattini – È una balla. Non avrei mai potuto piegare il mio orgoglio, non c’è stata nessuna scusa.
F. Recanatesi – Quanti politici ti hanno querelato?
G. Forattini – Tanti. Craxi con gli stivali e la camicia nera mi chiese 70 milioni di lire. De Mita con la coppola due milioni e mezzo di euro. Il record appartiene a Leoluca Orlando che vestivo sempre da mafioso: quattro querele.
F. Recanatesi – Andreotti?
G. Forattini – Figuriamoci! Una volta gli chiesero in tivù cosa pensasse delle mie vignette che gli davano le sembianze di Belzebù. “A me m’ha inventato Forattini”, rispose.
F. Recanatesi – Spadolini nudo?
G. Forattini – Si divertiva come un matto, come Andreotti e tanti altri politici mi chiese anche qualche disegno originale. Una volta Susanna Agnelli mi chiese: “Perché a Spadolini fai il pisello così piccolo, lo hai visto nudo?”. Naturalmente no, era una mia immaginazione. Ti svelo un segreto: lo feci nudo la prima volta perché ero in ritardo e non avevo tempo di disegnargli il vestito.
F. Recanatesi – E Berlinguer? Non ti ha querelato neanche dopo la celebre vignetta in cui lo raffigurasti mezzo operaio e mezzo riccone?
G. Forattini – No, ma Berlinguer sventolava le mie vignette ai comizi per additarmi al pubblico ludibrio.
F. Recanatesi – C’è una vignetta di cui ti sei pentito?
G. Forattini – Sì, quella che feci in occasione della morte di Raul Gardini: un teschio con un garofano in bocca posato sulla spiaggia, con una barca che affonda – il Moro di Venezia – sullo sfondo. Non ebbi rispetto per chi si era tolto la vita. Come Socrate e gli orientali, ritengo il suicidio un grido di innocenza. In Italia, invece, è una prova di colpevolezza.
F. Recanatesi – Riprendiamo il cammino. Via da Repubblica, torni alla Stampa. Un percorso ormai familiare. Solo che questa volta il gran rifiuto ti scaraventa in un mare di soldoni come zio Paperone nella sua vasca dorata. Diciamolo: diventi ricco.
G. Forattini – All’inizio del 2000 mi incontrai con l’avvocato Gianni Agnelli. Fu molto cortese, mi propose un contratto per cinque anni a un miliardo di lire l’anno per una vignetta al giorno. Naturalmente in prima pagina. Accettai subito.
F. Recanatesi – Ma no!
G. Forattini – Ne ricavai anche una larga popolarità , superiore a quella che mi aveva dato Repubblica. Mi chiamavano spesso in televisione, facevo vignette in diretta. Rimasi alla Stampa sei anni. Nel 2006, in occasione del solito pranzo al Cipriani per il premio Campiello, incontrai Berlusconi che mi propose: “Perché non vieni al Giornale?”. Gli dissi: “Parliamone. Ma il mio sogno è fare la vignetta animata in tivù, con tanto di voce che imita il personaggio”. Ci pensò, poi mi suggerì di parlarne con Mentana. Naturalmente non se ne fece niente, perché sulle vignette in diretta, senza controllo, c’è uno sbarramento rigido. Comunque, andai al Giornale con un contratto ben definito: vignetta nella parte alta della prima pagina, base 3 colonne. Finché il giornale lo dirigeva Belpietro, nessun problema. Ma i guai cominciarono con l’arrivo di Mario Giordano. La mia vignetta si rimpiccioliva sempre più e scendeva sino a fondo pagina. Il caso scoppiò quando Berlusconi si riaffacciò in politica e io lo disegnai in mutande, come Atlante, che portava in spalle il globo terrestre con la sua stessa faccia. La rottura fu insanabile. Giordano – o Berlusconi – dichiarò un’insanabile incompatibilità  fra il giornale e me.
F. Recanatesi – Anche da Riffeser, ultima stazione del tuo viaggio, non sono state rose e fiori.
G. Forattini – Facevo cinque vignette a settimana per i tre giornali del gruppo, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino. Non c’era settimana in cui le redazioni di Firenze e/o Bologna, redazioni rosse, non cavillassero. I Cdr pubblicavano comunicati di fuoco a mia insaputa, senza darmi la possibilità  di replica.
F. Recanatesi – Se tu fossi stato un giocatore di calcio potremmo parlare di record di espulsioni.
G. Forattini – A farmi fuori sono sempre stati quelli più realisti del re. Di destra o di sinistra, soprattutto gli integralisti: comunisti e cattolici. I grandi direttori no. Forse si vergognavano, salvo poi cedere alle pressioni dei politici.
F. Recanatesi – Tu hai mai ceduto a pressioni di politici?
G. Forattini – Mai. Semplicemente perché non ne ho ricevute. Anzi no, una sola volta: da Berlusconi che intercedeva per Bettino Craxi. “Guarda che non è un fascista”, mi diceva. Ho sempre disegnato in libertà , libertà  intellettuale intendo dire. E la libertà  spesso si paga.
F. Recanatesi – Beh, Giorgio, sei stato anche ben rimborsato. Contratti miliardari con i giornali. E i libri. E il merchandising: le carte da gioco Modiano con Occhetto K di fiori e D’Alema J di picche. Le ForatTshirt con Spadolini nudo o Craxi in camicia nera. La collezione di tazzine da caffè griffate, con Prodi che dice: “Non sono un cappuccino, sono un prete”. Le statuine di terracotta con lo scheletro di Fassino o Berlusconi nano.
G. Forattini – Sì, ma da tre anni ormai non mi vuole più nessuno. Faccio libri e vignette sul mio sito, ma i giornali mi hanno spazzato via. Senza falsa modestia, dopo Guareschi credo di venire io nella classifica dei protagonisti della satira italiana dell’ultimo secolo. Eppure… Il direttore di un importante settimanale mi ha detto poche settimane fa che gli piacerebbe avermi, ma sono troppo di destra. Ma quale destra, io non ho mai avuto riguardi per nessuno, di qua e di là . Certo, chi si pone al servizio ha un accesso più facile, ma a queste logiche, soprattutto alla logica della satira militante, non mi piegherò mai.
F. Recanatesi – Qual è la persona di cui oggi non potresti fare a meno?
G. Forattini – Ilaria, mia moglie. Cura la mia follia. Io sono diventato un mezzo pazzo.

Intervista di Franco Recanatesi