21 gennaio 2013 | 16:35

Come ce la suona il prof. Frucht – Intervista a Stephan Frucht, ceo di Kulturkreis (Prima n. 429, giugno 2012)

Ceo del Kulturkreis, la commissione Cultura della Confindustria tedesca, e uno dei tecnici che hanno contribuito alla riforma governativa sulla legislazione del non profit, Stephan Frucht racconta come in Germania è lo Stato a fare la parte del leone nei finanziamenti alla cultura. E dice anche che “in Italia c’è un problema politico drammatico” e di essere “stupito che l’attività  filantropica sia tassata”
“Fare cultura? È come lavarsi i denti: una pratica quotidiana”. Diretto e spiazzante, Stephan Frucht lancia il suo imperativo categorico dalla cattedra del corso di comunicazione e fundraising delle attività  culturali dell’università  Iulm di Milano coordinato da Elisa Bortoluzzi Dubach. Qui, il professor Frucht ha tenuto una lectio magistralis seguita non soltanto dagli studenti ma anche da molti professionisti dello sponsoring culturale venuti ad ascoltare le parole del giovane ed eclettico ceo del Kulturkreis, la commissione Cultura della Confindustria tedesca.
E chissà  che mal di stomaco è venuto ai suoi colleghi italiani, in tempi magri come questi, ad ascoltarlo mentre snocciola i dati dello ‘stato dell’arte’ dei nostri cugini teutonici. “In Germania, il 90% delle realtà  artistiche è finanziato dal governo federale, dalle regioni e dalle comunità . Il restante 10% è finanziato privatamente, in larga misura da parte delle imprese tedesche”, dice il professore.
Oltre a sedere al vertice del Kulturkreis, Frucht è anche un compositore e un prestigioso direttore d’orchestra noto per la sua collaborazione con l’Accademia dei Berliner Philharmoniker, e vanta nel suo curriculum persino un dottorato di ricerca in medicina conseguito nel 2002 all’università  Humboldt di Berlino. Senza dimenticare il ruolo di consulente per molte aziende e fondazioni che lo ha portato a essere tra i tecnici che più hanno contribuito alla riforma governativa tedesca sulla legislazione del non profit. Basterebbe questo impressionante cursus honorum per tracciare il profilo di una figura di giovane professionista così rara in Italia, che si muove con estrema agilità  tra due mondi, quello della cultura e quello dell’economia. Anzi, che del legame naturale tra i due sistemi ha fatto la propria bandiera. Cancellando con la propria esperienza di lavoro e di vita ogni falso pudore dell’artista verso la necessità  di far quadrare i conti.  
Questione attualissima nel nostro Paese, dove i tagli ai fondi pubblici alla cultura – ma anche alle sponsorship private – sono calati come mannaie invocando la crisi. Il grido d’aiuto da parte del mondo culturale non ha tardato a farsi sentire: da una parte con esibizioni plateali che hanno provocato lo sgomento della comunità  internazionale, come il rogo di tre opere d’arte inscenato ad aprile da Antonio Manfredi, direttore del Contemporary Art Museum di Casoria, sotto sfratto proprio “per l’indifferenza delle istituzioni”. Dall’altra con il civile richiamo alla “non gratuità ” della cultura lanciato da Andrea Kerbaker dalle pagine milanesi del Corriere della Sera, criticando la scelta dell’assessore meneghino alla Cultura Stefano Boeri di concedere l’ingresso libero ai musei civici per tutta l’estate.
Come se ciò non bastasse, il terremoto che ha squassato l’Emilia-Romagna ha riportato drammaticamente alla ribalta il tema del finanziamento pubblico al patrimonio artistico nazionale. Con l’annuncio del ministro per i Beni e le attività  culturali Lorenzo Ornaghi di essere di fronte, nella ricostruzione post sisma, “a scelte dolorose ma necessarie” che potrebbero portare all’abbattimento di monumenti e opere d’arte danneggiati, che ha suscitato la preoccupazione di associazioni di tutela del territorio come Italia Nostra.
Prima – Professor Frucht, la cultura italiana sta vivendo un momento davvero delicato. Come vanno le cose da voi?  
Stephan Frucht – In Germania è lo Stato a fare la parte del leone, attraverso una catena virtuosa che vede in primo piano i Comuni, poi i Là¤nder e infine il governo centrale. Per noi la cultura è una parte integrante dell’economia, promuovere la cultura significa sostenere l’identità  tedesca. Poi ci sono i finanziamenti privati, attraverso lo sponsoring culturale, le donazioni, le fondazioni e infine le libere associazioni a sostegno della cultura di cui possono far parte anche semplici cittadini. Il Kulturkreis, fondato nel 1951, è la più antica e l’unica istituzione nazionale per il sostegno delle arti a livello imprenditoriale. È un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro di cui fanno parte oltre 450 aziende (tra cui colossi come Bmw, Bayer, Deutsche Bank, Basf, Audi: ndr) e imprenditori di tutti i settori del commercio e dell’industria. Grazie alle quote partecipative, alle donazioni e al know how dei suoi membri, il Kulturkreis sostiene i giovani artisti nel campo dell’architettura, delle belle arti, della letteratura e della musica. Inoltre, incoraggia e guida le aziende associate sulla strada della sponsorizzazione artistica, della formazione culturale, del collezionismo aziendale e del sostegno internazionale delle arti, e procura committenze lavorative.
Grazie a un’efficiente (e teutonica) organizzazione in comitati costituiti da membri interni, consulenti, imprenditori e dirigenti aziendali, dalla sua fondazione il Kulturkreis ha sostenuto più di mille artisti, tra cui nomi prestigiosi come Heinrich Bà¶ll, Max Ernst, Gà¼nter Grass, Thomas Bernhard, la clarinettista Sabine Meyer. Quello che fa la differenza è il coraggio di puntare su artisti nuovi, che vengono ‘adottati’ dall’associazione quando non sono ancora conosciuti. Emblematico il caso dello scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006: la prima traduzione della sua opera in tedesco è stata incoraggiata e finanziata dal Kulturkreis alla fine degli anni Ottanta.
Prima – E in Italia? Dal suo punto di vista, che cosa manca al nostro Paese per far funzionare il rapporto tra cultura ed economia, sia per i finanziamenti pubblici sia per il fundraising tra privati?
S. Frucht – Mi faccia dire, innanzitutto, che ho troppo rispetto per l’Italia e per la sua popolazione per permettermi di dare lezioni a un Paese che ha un patrimonio artistico immenso e una tradizione culturale che non ha pari. Detto questo, però, ci sono delle evidenze che non si possono tacere. C’è un problema politico drammatico. I politici italiani dovrebbero innanzitutto essere coscienti del prezioso patrimonio culturale dell’Italia e investire attivamente per tutelarlo e promuoverlo. Una strategia pubblica positiva avrebbe naturalmente un effetto a catena sui privati.
Prima – Forse è semplicemente un problema di mancanza di risorse? Se è la crisi economica ad aver svuotato le casse pubbliche (e private), non è un’utopia parlare di promozione della cultura in un momento come questo?
S. Frucht – No, non sono per nulla d’accordo. E le spiego perché: in Germania il sostegno statale alla cultura e all’arte non è stato tagliato di un solo euro nonostante la crisi. Al contrario, dal 2006 in poi il contributo del governo federale è cresciuto, proprio per sostenere le riduzioni di spesa da parte dei Comuni e dei Là¤nder. Un equilibrio che ha permesso di dare continuità  ai progetti culturali: da noi non ci sono state proteste di alcun tipo da parte della popolazione e degli operatori culturali. Certo, nel periodo più duro per la Germania, tra il 2009 e il 2010, abbiamo visto aziende sempre più nervose che faticavano a promuovere nuove iniziative culturali, ma comunque continuavano a mantenere e sostenere finanziariamente i progetti preesistenti. Non bisogna dimenticare che in Germania c’è una tradizione di contratti pluriennali, a differenza dell’Italia, dai quali è ben più complicato sganciarsi.
Prima – In questo modo, si superano più facilmente i periodi di crisi?
S. Frucht – È proprio così. Il fatto stesso che nessuno abbia sollevato polemiche, in un’opinione pubblica così matura e attenta come quella tedesca, significa che la popolazione ha percepito come un successo il dare continuità  alle iniziative culturali anche in questo momento. È il risultato di un mix di elementi: da una parte l’abitudine a situazioni di crisi, dall’altra la volontà  di incrementare, seppur di poco ma costantemente, le risorse per la cultura da parte del governo centrale. Anche se, ad esempio, pure da noi resta l’incognita sul futuro delle istituzioni culturali dell’ex Ddr dove, ovviamente, i budget sono sotto pressione.
Prima – Ma come possiamo riproporre questa ricetta in salsa italiana?
S. Frucht – Guardi, è soprattutto un problema culturale e di sensibilità  politica. E certo, il modello tedesco potrebbe servire come stimolo per i privati che, anche in Italia, dovrebbero mettersi in rete e creare delle partnership locali, a livello regionale, coinvolgendo i player del territorio. In altri settori l’Italia ha dimostrato la capacità  di associazionismo tra privati cittadini per la soluzione dei problemi e questo tipo di vitalità  dovrebbe esprimersi anche nel sostegno alla cultura. Ma la politica deve creare le condizioni favorevoli che rendano possibile e vantaggioso fare questi investimenti.  
Prima – Si riferisce al quadro legislativo e fiscale?
S. Frucht – Voglio essere ancora più chiaro: sono rimasto molto colpito dal fatto che in Italia l’attività  filantropica sia tassata. Questo non accade assolutamente in Germania. Molto semplicemente, gli utili di una fondazione che svolge un lavoro filantropico puro, investendo il proprio patrimonio, non dovrebbero essere tassati in alcun modo. Queste fondazioni dovrebbero godere di benefici fiscali, mi sembra del tutto ovvio.
Prima – Quindi il paradosso italiano emerge con chiarezza: da una parte finanziamenti pubblici dati con il contagocce, dall’altra tasse su tasse e intoppi burocratici ai rari capitani coraggiosi che si avventurano nel mecenatismo privato. Vedi il caso di Diego Della Valle con il Colosseo…
S. Frucht – Viaggiando in Italia non ho avuto l’impressione che manchino le persone facoltose. Anche nel Sud Italia. Bisogna incoraggiarli a investire denaro in cultura e non a interessarsi soltanto alle partite di calcio. C’è una precisa responsabilità  delle persone benestanti nei confronti del proprio Paese, devono essere consapevoli dell’obbligo morale di restituire alla società  una parte del loro denaro. Promuovere la cultura non significa comprarsi una villa dove appendere quadri e statue d’epoca, ma finanziare concretamente un contesto artistico libero, aperto al nuovo e ai giovani. Paradossalmente questo, per un mecenate privato, può significare dare risorse ai propri detrattori. Ma sul lungo periodo, si crea una società  più libera nella quale anche il successo economico è più facile. Con un indubbio vantaggio per il tessuto imprenditoriale e produttivo del Paese.
Intervista di Olivia Manola