21 gennaio 2013 | 16:44

‘Leggi la Sarzanini e ne saprai di più’ – Intervista a Fiorenza Sarzanini, inviata del Corriere della Sera (Prima n. 429, giugno 2012)

In epoca di corvi, corrotti, faccendieri, intercettazioni, la storia di una grande cronista di giudiziaria, una sorta di ultimo dei mohicani nella prateria di un giornalismo anestetizzato dalla pigrizia dei tempi e dalla ninna nanna delle tecnologie
Neanche ci pensò tanto su quel mattino bollente del 19 luglio di undici anni fa, quando gettò via la pettorina della press, annodò un fazzoletto al collo e si mischiò al corteo degli autonomi che stavano mettendo a soqquadro il centro di Genova. Fiorenza Sarzanini, trentaseienne, una bella faccia pulita, occhi grandi, bruna di capelli, faceva parte del pacchetto di inviati del Corriere della Sera che seguivano le vicende di un G8 dove capi di Stato e giovani contestatori si erano dati appuntamento, non certo attorno a una tavola per gustare trofie al pesto e focaccia di Recco. Era in città  da più di una settimana, perché il compito che il suo direttore Ferruccio de Bortoli le aveva assegnato era di monitorare giorno per giorno l’organizzazione dell’ordine pubblico. Sì, lo aveva fatto, con il consueto scrupolo, ma ciò che vedeva e montava attorno a lei la strappò dai telefoni e dalle sale della questura per gettarla in strada e raccontare ‘dall’altra parte’ lo scontro che stava infiammando la città .
Alle 16,30 di venerdì 20, Fiorenza si trovava in piazza Tommaseo, nei pressi della stazione Brignole, fra sassaiole degli autonomi e cariche di polizia. Un ragazzo sconosciuto le passò un fazzoletto bagnato e mezzo limone per proteggersi dai fumogeni. “Via, via!”, le gridò tirandola per un braccio. Fuggendo sentirono i colpi secchi delle armi, lo stridore delle gomme dei mezzi blindati, i colpi sordi delle pietre e dei bastoni sulla lamiera. All’imbocco di via Caffa, con la coda di un occhio umido, Fiorenza scorse il corpo esanime di un giovane vestito coi pantaloni di una tuta e una canottiera bianca insanguinata e rabbrividì quando lo vide sobbalzare come un fantoccio sotto le ruote di un mezzo pesante dei carabinieri. Caddero a terra, lei e il suo compagno. Prese un paio di manganellate, gli agenti si accanirono soprattutto sul ragazzo che fu portato via in barella. Con qualche acciacco, Fiorenza raggiunse la sala stampa e scrisse la sua prima (e unica) cronaca in prima persona. Raccontò dello smarrimento e della confusione delle forze dell’ordine, della solidarietà  fra gli autonomi e dell’aggressività  delle frange più estreme. L’inviata del Corriere della Sera fu immortalata sul Manifesto in una foto degli scontri avvenuti subito dopo l’uccisione di Carlo Giuliani. “Neanche lui ha avuto ancora giustizia”, dice adesso, “di quei fatti, fedelmente ricostruiti nel film di Marco Tullio Giordana, abbiamo conosciuto le vittime ma non i colpevoli”.
Ho raccontato questo episodio perché meglio di ogni biografia racconta Fiorenza Sarzanini, una sorta di ultimo dei mohicani nella prateria di un giornalismo anestetizzato dalla pigrizia dei tempi e dalla ninna nanna delle tecnologie. Se fosse un prodotto commerciale potrebbe essere reclamizzata dallo slogan ‘Leggi la Sarzanini e ne saprai di più’, perché è davvero così: nei suoi articoli c’è sempre qualche notizia assente sugli altri giornali, un retroscena o un dettaglio sfuggito ai colleghi, l’esclusiva. Il segreto? Quello dell’acqua calda: Fiorenza ha sempre consumato le scarpe, ha sempre bussato a mille porte, ha sempre controllato le fonti. In servizio 24 ore su 24, anche quando fa la doccia, coccola sua figlia diciannovenne Federica, fa l’uncinetto (“mi rilassa”), scende a 20 metri con bombole e maschera (“mi entusiasma”).
Ma Fiorenza Sarzanini si nasce o si diventa? Beh, un po’ l’uno e un po’ l’altro. Prima di tutto bisogna venire al mondo e crescere tra gli odori della carta stampata e i fremiti della notizia. Il 27 settembre (culla di talenti: da Grazia Deledda a Gwyneth Paltrow, da Totti a Jovanotti: lei preferisce il gemellaggio con la prima) del 1965, la piccola Fiorenza trovò due nonni, Fiorenzo Casella, patrigno del papà , ed Enrico Monetti, genitore di mamma Luciana, rispettivamente presidente e commercialista della Fnsi, la Federazione della stampa, e tra di loro vecchi amici; e un papà , Mario, giornalista specializzato nella cronaca giudiziaria. Esempio luminoso e figura trainante per la giovane Fiorenza, che già  a 13 anni, alunna di terza media della scuola privata bilingue Marymount, ai primi di maggio del 1978 gli mostrò a sorpresa il primo articolo sul fatto dominante di quei giorni, il caso Moro: “Me lo leggi, papà ?”. Da allora prese a scriverne quasi ogni giorno e su ognuno pretendeva il giudizio e i consigli di suo padre, aspettandolo da viaggi frequenti e non di rado lunghi che compiva come inviato della giudiziaria per l’agenzia Ansa. Spesso quelle cartelle le portava con sé leggendole in treno, nel quale trascorreva molte ore per via di un’inguaribile fobia dell’aereo.
Quando poi, ottenuta la maturità  classica, si iscrisse a giurisprudenza, Fiorenza prese a seguire il padre nei meandri del tribunale: la mattina all’università , dalle 13 a Palazzo di Giustizia, lei apprendista fra tanti marpioni del ‘Porto delle nebbie’ o ‘Palazzaccio’ che dir si voglia, a spiare le udienze e scartabellare le carte processuali. E scriveva, scriveva, scriveva: pezzi virtuali che talvolta neanche giungevano sulla scrivania di Mario Sarzanini. Il quale un bel giorno pose alla figlia – che i tempi universitari accorciava sempre più, allungando quelli passati nelle aule di giustizia – l’inevitabile domanda: “Deciditi: vuoi studiare o fare la giornalista?”. Fiorenza rispose con il più radioso dei suoi sorrisi, abbracciò e baciò suo padre e dopo sette mesi e un solo esame diede l’addio agli studi (“la mia università  è qui, a Palazzo di Giustizia”) istallandosi in quello che – lo sentiva sulla pelle – sarebbe a breve diventato il suo regno.
Durò un anno quel fantastico tirocinio, con il padre a farle da cicerone fra magistrati, avvocati e cancellieri, a presentarle le sue fonti (“mia figlia, mi raccomando”), a insegnarle il valore di un dettaglio e la responsabilità  di pubblicare fatti e nomi. Le diede la possibilità  di fare pratica e al tempo stesso metter su qualche soldino, portandole a casa pile di notizie cartacee di 30/40 righe da ridurre a 7/8 (servivano per l’archivio digitalizzato dell’Ansa, in allestimento) che le venivano pagate 10 lire l’una.
Il debutto su un giornale reale avvenne sulle pagine di Brescia Oggi, ma la svolta che indirizzò la sua carriera fu l’apertura delle cronache dai quartieri sul Messaggero. Notizia che Mario Sarzanini seppe dal suo amico Benito, archivista del quotidiano di via del Tritone. Mario telefonò subito a Silvano Rizza, capocronista, al quale il direttore Vittorio Emiliani aveva affidato l’organizzazione della nuova iniziativa.
Ecco il secondo provvidenziale maestro di Fiorenza. Rizza allestì un vero e proprio corso di formazione, dettando a un manipolo di cronisti in erba le regole essenziali – secondo lui – del mestiere. Primo: gettare l’esca nelle prime righe, cioè la notizia più un dettaglio appena accennato che desti curiosità ; secondo, stile asciutto, niente fronzoli né abbondanza di aggettivi; terzo, non innamoratevi della vostra scrittura. E infine, una raccomandazione: “Non date mai niente per scontato, scrivete come se foste tornati da un’assenza di venti giorni”.
Alla scuola di Rizza, e del suo collega Vittorio Roidi, i giovani apprendisti crescevano in fretta. E più in fretta di tutti crescevano la Sarzanini e Massimo Martinelli. Il divieto di scrivere articoli con i dispacci di agenzia e l’obbligo di condirli con notizie in esclusiva (pena la non pubblicazione) li esaltava. Spesso lavoravano in tandem, uscendo dal seminato dei quartieri (dove si occupavano di incidenti stradali, liti condominiali, insulti ai vigili) per sconfinare nella vasta area della giudiziaria battendo le stanze dei pm, le preture, le prefetture, le questure, le stazioni dei carabinieri e della polizia. Fiorenza usciva la mattina alle 8 con la sua Mini dalla casa dell’Olgiata – dove viveva con i genitori e i fratelli minori Roberta ed Enrico – rientrandovi spesso a notte inoltrata. Ai collaboratori esterni era vietato entrare in redazione: Fiorenza scriveva un po’ qua un po’ là , dove capitava, con la portatile sulle ginocchia se non trovava altro appoggio, poi correva in via del Tritone e lasciava il pezzo in portineria. “Niente male, riscrivilo”, era spesso il responso di Rizza. Toccò proprio alla Sarzanini il record di riscrittura di un articolo: 19 volte. Un giorno Benito l’archivista le diede una scrivania nascosta dietro una parete di faldoni e da allora fu quello il suo ufficio segreto.
La prima conquista, una sorta di mini investitura da parte del nuovo direttore Mario Pendinelli, fu la consegna a Fiorenza e a Martinelli del teledrin, l’antenato del cellulare, che avvertiva le persone sgravandole del problema di trovare un telefono e un gettone. Poi, nell’estate del 1988, scocca la scintilla, dando inizio al percorso di Fiorenza la scoopista, la giornalista fai-da-te che ignorando agenzie, Internet e telegiornali fa mangiare la polvere a tanti colleghi.
Franco Recanatesi – A 19 anni ti sei accostata al Messaggero in punta di piedi, a 23 hai ottenuto il primo contratto della tua vita. Quattro anni di gavetta non sono pochi.
Fiorenza Sarzanini – Neanche tanti. E poi sono volati via rapidamente. Perché mi divertivo. Perché ho imparato tanto. Perché ho conosciuto gente straordinaria. Erano gli anni d’oro per il quotidiano romano, che aveva un rapporto strettissimo con i suoi lettori. Ricordo una campagna per Roma pulita e centinaia di persone in strada con la ramazza.
F. Recanatesi – L’assunzione al Messaggero fu rocambolesca: la devi, se non sbaglio, a una chiamata del Tempo.
F. Sarzanini – Mi telefonò il capocronista del Tempo Stefano Lugli per dirmi che il direttore Barbiellini Amidei voleva vedermi. Corro. Era un giovedì. Barbiellini mi propone l’assunzione. Immediata. “Non ho il contratto con me, ci vediamo lunedì alle 16, firmi e cominci a lavorare”. Sentivo dentro di me un agitarsi di gioia e rammarico insieme: la gioia per il contratto si scontrava con il rammarico di lasciare un giornale che consideravo casa mia. Entro in lacrime nella stanza di Pendinelli, che però mi gela: “Al momento non ho nessuna possibilità , abbiamo appena assunto Martinelli”. Sabato sera sono a cena con Massimo, il quale mi avverte: “Il direttore ti cerca, ti aspetta lunedì mattina”. Alle 10 mi presento in via del Tritone, Pendinelli mi fa: “Ti prendiamo, ti aspettano in amministrazione”. Ho firmato senza leggere una riga del contratto, con la mano che mi tremava. Ero felice: avevo una mia scrivania ‘ufficiale’, lavoravo con un gruppo di amici che poi si sono sparpagliati ma che continuo a sentire e vedere ancora oggi: Rita Pinci, Giuseppe Di Piazza, Fabrizio Paladini, Andrea Garibaldi, Federica Re David, Marida Lombardo Pijola, Umberto La Rocca. E con altri due grandi direttori, Pietro Calabrese e Giulio Anselmi. Ricordo il primo scoop: l’inquinamento ambientale del Tevere nelle mani del pretore d’assalto Gianfranco Amendola.
F. Recanatesi – Lo conosco bene. Dopo il liceo siamo stati per due anni compagni di corso alla Scuola Intepreti di via Sallustiana. Noi due e 12 ragazze. Era una forza della natura. Suonava la batteria. Dov’è ora?
F. Sarzanini – Procuratore a Civitavecchia. In gamba più di prima.
F. Recanatesi – Sarà  stata dura lasciare la tua ‘casa famiglia’ per traslocare al Corriere della Sera. Sentimentalmente, voglio dire.
F. Sarzanini – Ho trascorso sedici anni in via del Tritone, da abusiva nell’archivio a capo servizio della giudiziaria. Una lacrimuccia c’è scappata quando, il 1° dicembre del 2000, ho raccolto la mia roba e salutato i colleghi. Ma al Corriere non si può dire di no, è l’occasione della vita.
F. Recanatesi – Differenze?
F. Sarzanini – Da una redazione a conduzione familiare a un posto di lavoro istituzionale. Ho trovato gente splendida anche al Corriere, a cominciare da Ferruccio de Bortoli che mi ha cercata a Massimo Gaggi, Antonio Macaluso, Paolo Menghini con cui ho diviso la giudiziaria.
F. Recanatesi – Hai cominciato alle elementari e oggi, dopo più di trent’anni, sei ancora ‘malata’ di giudiziaria. Non hai mai pensato di misurarti con altri settori? Non per citarmi addosso, ma io non sarò mai abbastanza grato a Scalfari per avermi fatto girare come una trottola: sport, cronaca, politica, esteri, la mafia, le guerre, le Olimpiadi.
F. Sarzanini – La giudiziaria è tutto questo. Mi ha consentito di spaziare in ogni area di interesse. Le inchieste e i processi riguardano tutti i settori che tu hai citato e anche oltre, perché la catena è senza fine. È come il gioco delle parole consequenziali, lo conosci? Tribunale, processo, delitto, Meredith, reato, prostituzione, Ruby, giallo, sequestri, Iraq, Farnesina, ministero dell’Interno, vigili, Protezione civile, terremoto, L’Aquila, truffe, eccetera. Attraverso la giudiziaria conosci fatti e misfatti del Paese, personaggi di ogni tipo: giudici e lestofanti, colpevoli veri e presunti, politici sani e corrotti, vittime e assassini. I potentati economici e le fazioni politiche che muovono le leve del Paese.
F. Recanatesi – Il primo caso di cronaca nera?
F. Sarzanini – Il delitto di via Poma. Allora non c’erano né telefonini né computer. Vivevo praticamente nel palazzo dei Cesaroni nel quartiere Prati da mattina a sera. Si capiva subito che la figura centrale di quel condominio era il portiere, Pietrino Vanacore. Non ha detto tutto ciò che sapeva. Quando dopo tanti anni ho visto Brusco in aula, ho provato un gran senso di pena: io lo so che non è stato lui. Non è presunzione: se all’epoca ci fosse stato un minimo indizio lo avrebbero arrestato. Il fidanzato della vittima sarebbe stato il colpevole perfetto.
F. Recanatesi – Sul caso Meredith hai scritto anche un libro, uscito nel dicembre 2008, che ha fatto molto discutere, ‘Amanda e gli altri’, oltre ad aver vissuto le udienze di Perugia. Anche in questo caso hai maturato delle certezze?
F. Sarzanini – Con Guido Ruotolo della Stampa ho trovato i verbali di Sollecito e Amanda. C’era la vita di questi ragazzi, difficile da rendere in un giornale, più facile in un libro. Ho sempre creduto che il modo migliore per raccontare una storia sono le carte giudiziarie: ti fai un’idea a prescindere da ciò che ti dicono magistrati, polizia, avvocati. Attraverso le carte mi sono convinta che i due ragazzi hanno avuto un ruolo importante. Non so, però, se il ruolo di assassini o complici o testimoni. Questo non lo so. Rudy, non c’è dubbio, ha partecipato al delitto; lui la verità  la conosce, sarebbe bello che la rivelasse.
F. Recanatesi – Cosa ti ricorda la contessa Francesca Vacca Agusta, precipitata in mare dal giardino della Villa Altachiara di Portofino l’8 gennaio del 2001?
F. Sarzanini – Riuscii ad avere il testo di una telefonata fra Maurizio Raggio, marito della contessa, e il suo amante che cercavano di spartirsi l’eredità .
F. Recanatesi – Erika e Omar?
F. Sarzanini – Un’esclusiva che mi diede grande soddisfazione. Ottenni i verbali di una intercettazione in cui Erika raccontava al suo ragazzo come aveva ucciso il fratellino.
F. Recanatesi – Berlusconi e i festini. Facesti il botto con la prima intervista alla D’Addario. Raccontaci.
F. Sarzanini – La vita privata di Berlusconi divenne oggetto di inchieste dopo la storia di Noemi a Napoli. Io fui la prima, sempre con Ruotolo, ad avere le foto del premier a Villa Certosa in compagnia di fanciulle scattate da Antonello Zappadu.
F. Recanatesi – Come avete fatto?
F. Sarzanini – Questo non chiedermelo, non ti risponderò mai. Il mio lavoro comincia dalla segretezza delle fonti.
F. Recanatesi – Ci ho provato, giusto così. Continua.
F. Sarzanini – Seppi poi di inchieste a Bari su alcune persone che avevano portato delle ragazze alle feste di Berlusconi. Andai in Puglia per raccogliere informazioni. Un giorno capitai in un sottoscala dove viveva un transessuale che procurava alcune di queste ragazze. In un paesino alle porte di Bari, una casa buia dagli odori forti. Sì, in quella circostanza ho conosciuto i bassifondi della provincia pugliese, lo squallore di un ambiente borderline con il presidente del Consiglio del nostro Paese.
F. Recanatesi – Puoi dirmi almeno come convincesti Patrizia D’Addario a parlare? O anche qui ci sono fonti da proteggere?
F. Sarzanini – Questa intervista non fu merito mio. Il giornale mi telefonò avvertendomi che la D’Addario voleva parlare. Io andai da lei e parlammo.
F. Recanatesi – Perché lo fece?
F. Sarzanini – Un po’ per vendetta: era molto ferita dalle mancate promesse di Berlusconi. Un po’ per protagonismo. Le piaceva e forse le conveniva essere sotto la luce dei riflettori.
F. Recanatesi – Reazioni? Quando vai a toccare certe corde, il rischio di qualche grana c’è.
F. Sarzanini – Quando uscì l’intervista, Berlusconi commentò con uno sprezzante “spazzatura”. Seguendo quel filone incontrai altre inchieste su Bertolaso, Scajola e tanti altri inquilini del Palazzo. Sì, avvertii un forte clima di ostilità  nei miei confronti, ma questo e basta.
F. Recanatesi – Sei stata una cacciatrice spietata – assieme a tanti colleghi – anche di intercettazioni, fonte di polemiche a non finire.
F. Sarzanini – Non ricordo di avere mai pubblicato intercettazioni che non abbiano avuto rilevanza penale o politica. Danno uno spaccato di come funziona il sistema politico ed economico in Italia. La gente deve sapere quale vita conduce il presidente del Consiglio. Quali politici si rivolgono a Luigi Bisignani per cambiare le leggi del nostro Paese. Come vengono scelti gli attori dalla Rai. Quali calciatori hanno truccato le partite. E attenzione, le intercettazioni non vengono mandate ai giornali dai magistrati: i verbali circolano, vengono messi a disposizione di accusa e difesa, le fonti sono tante e i giornalisti bravi anche.
F. Recanatesi – A proposito, chi sono i colleghi della giudiziaria da cui ti devi guardare?
F. Sarzanini – Tutti. Ma il terrore dei cronisti di giudiziaria era Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. Non solo aveva le notizie, ma anche una straordinaria capacità  di spiegarle e analizzarle. Quando scendeva in campo lui entravamo tutti in agitazione.
F. Recanatesi – A cena a casa mia, un paio di mesi prima di chiudere gli occhi per sempre, Giuseppe mi confidò i suoi metodi di lavoro, per certi versi sorprendenti e che non voglio rivelare, ma che vorrei confrontare con i tuoi perché ho il sospetto che si somiglino come due gocce d’acqua. A cominciare dai rapporti personali con persone di cui avrebbe potuto scrivere.
F. Sarzanini – So che D’Avanzo aveva amici nella magistratura come nella politica: anch’io non ho paura di averne. Con alcuni di loro sono cresciuta, ma io so e loro sanno che quando scrivo non mi trattengo. Come Giuseppe, evito di partecipare a dibattiti televisivi. Non voglio trovarmi a discutere pubblicamente con politici o funzionari di Stato di cui mi sto occupando o potrei occuparmi.
F. Recanatesi – Veniamo ai tuoi metodi di lavoro. Prendiamo un esempio, uno degli ultimi tuoi servizi: il corvo (o i corvi) del Vaticano.
F. Sarzanini – Ho dovuto compiere un percorso inverso rispetto a quello solito. Cominciando dai preti che avevo conosciuto. Sono andata a ripescare un mio vecchio insegnante del Marymount. Poi ho cercato preti esperti in questioni giuridiche per farmi spiegare le procedure, gli equilibri, le dinamiche della giurisdizione vaticana. Ho in seguito allargato i contatti a coloro che venivano informati di ciò che avviene in Vaticano a livello politico e istituzionale. Ecco, io raccolgo ovunque poi faccio la cernita e verifico tutto. Nella giudiziaria non sono ammesse leggerezze, si gioca con la vita delle persone.
F. Recanatesi – Che cosa hai capito del caso Gabriele in Vaticano?
F. Sarzanini – Che questo è un momento storico di cambiamento all’interno dello Stato pontificio. Che è in atto una guerra interna con due obiettivi: la conquista del potere economico, cioè lo Ior, cioè le chiavi della cassaforte vaticana, e l’atteggiamento da tenere verso gli altri Stati. Paolo Gabriele è solo uno strumento, ma attorno a lui accadono cose impensabili: è agli arresti ma nessuno lo ha più visto, i suoi racconti sono mediati, persino i suoi avvocati parlano attraverso la Santa Sede.
F. Recanatesi – Come vive Fiorenza Sarzanini?
F. Sarzanini – Come una persona qualsiasi innamorata da sempre del suo lavoro e da 19 anni di sua figlia Federica, col rammarico che a causa del lavoro le dedica troppo poco tempo. Ma almeno un viaggio l’anno riusciamo a farlo, io, lei, una mia amica e sua figlia, amica di Federica. A febbraio scorso siamo state in Madagascar. Sì, tutte donne. Mi sono sposata nel 1991, 15 anni fra fidanzamento e matrimonio, poi l’incantesimo si è rotto.
F. Recanatesi – E questi piercing? Tre, quattro sull’orecchio destro, due su quello sinistro.
F. Sarzanini – Ah, questi? Ne metto uno ogni tanto, quando mi succede qualcosa di particolare, nel bene e nel male. Ho anche quattro tatuaggi. Indelebili. Un delfino sul piede, una farfalla sulla schiena, due stelle sui polsi.
F. Recanatesi – Chi l’avrebbe immaginato. Lo scoop, stavolta, è mio.
Intervista di Franco Recanatesi