22 gennaio 2013 | 17:46

Un ragazzetto sconosciuto chiedeva finanziamenti… – Intervista a Giovanni De Mauro, fondatore e direttore di Internazionale (Prima n. 430, luglio/agosto 2012)

In fondo non c’è poi tanta differenza fra la storia di Giovanni De Mauro e quella di Mark Zuckerberg o di Larry Page e Sergey Brin. Certo, occorre tener conto di ciò che passa tra gli Stati Uniti e l’Italia e tra il mercato mondiale del web e quello della carta stampata, ma la genesi imprenditoriale di questi personaggi sembra ricavata dallo stesso canovaccio. Voglio dire che l’invenzione di Internazionale rammenta l’intuizione, il colpo di genio, i tempi, i luoghi e i modi di Facebook e di Google, per non parlare di tante altre iniziative del genere, anche se minori, nate nei college, nei garage o nei sottoscala di città  americane. Leggete qua.
Mark studia ad Harvard e s’inventa Facebook con i compagni di stanza Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Proprio da quel dormitorio, nel febbraio del 2004, a 20 anni, lancia il social che quattro anni dopo gli avrebbe regalato il titolo, assegnato da Forbes, di “miliardario più giovane del mondo”.
Page e Brin sono studenti all’università  di Stanford col pallino per la matematica quando, nel settembre del 1998, fondano Google in una sorta di sgabuzzino. Studiano e smanettano notte e giorno, ma l’impresa non va. Dopo meno di un anno non trovano neanche i soldi per acquistare nuovi computer e allora tentano di vendere la piccola azienda che naturalmente nessuno vuole accollarsi. Costretti dai debiti, lasciano l’università  per dedicarsi anima e corpo alla realizzazione della loro idea.
Anche Giovanni De Mauro ha un pallino, non per la matematica ma per il giornalismo. Da liceale (al Tasso di Roma), la tessera dei giovani comunisti in tasca, dirige il giornale della Fgci, Tre pagine, e svolge un’intensa attività  politica. A 18 anni assaggia come grafico la redazione dell’Unità  e si iscrive alla facoltà  di storia contemporanea alla Sapienza. All’università  conosce Elena Boille e Jacopo Zanchini con i quali comincia a parlare di “un giornale diverso”. Un viaggio a Parigi gli schiarisce le idee: curiosando in un’edicola degli Champs-Elysées lo sguardo si posa su Courrier international, un settimanale di grande formato con estratti di articoli presi da giornali di tutto il mondo. Eccolo il ‘giornale diverso’. Giovanni ne parla con Elena e con Jacopo iniettando in loro – che di giornalismo non sanno nulla, studiano storia dell’arte e filosofia – il germe dell’entusiasmo. Poi coinvolge una compagna della Fgci, Chiara Nielsen, che scatta come una molla: “Quando si comincia?”. Tutti coetanei, fra i 23 e i 25 anni. Non è l’età  del primo Zuckerberg, ma qui siamo in Italia. Alla stessa età  cominciarono i due genitori di Google.
Per partire ci vogliono soldi. Pochi ma ci vogliono. De Mauro e i suoi amici mettono su un numero zero, lo infiocchettano ben bene, poi Giovanni parte alla conquista di Milano. La città  dei danè, la capitale dell’editoria. È il 1991. Giovanni bussa, le porte si aprono ma per richiudersi poco dopo alle sue spalle. Cortesi ma insensibili, Carlo Feltrinelli, Giampaolo Grandi, Roberto Gulli, Luca Formenton e altri boss della carta stampata: scettici, perplessi o meravigliati che, mentre le prime pagine dei giornali urlano le notizie su Mani pulite, un ragazzetto sconosciuto chieda finanziamenti per un settimanale che dovrebbe occuparsi del resto del mondo. Insospettiti, per di più, dalla cifra modestissima dell’investimento: pochi spiccioli per coprire le spese di una campagna pubblicitaria (già  pattuita con Annamaria Testa) e della carta per la stampa.
Come Page e Brin, De Mauro abbandona l’università  chiedendo un’aspettativa all’Unità , dove era stato assunto come giornalista prima in cronaca e poi agli esteri, per dedicare ogni minuto e ogni energia alla realizzazione del suo sogno. La risposta dei possibili investitori è sempre la stessa: “Progetto interessante, ma forse i tempi non sono maturi…”. I tempi maturano nel 1993 o almeno sono quelli giusti per Luigi Abete, fresco presidente di Confindustria e amministratore delegato di A.Be.T.E. spa, l’azienda tipografica di famiglia, che aveva da poco cominciato un’attività  editoriale (Uomini & Business di Giuseppe Turani e altre due o tre pubblicazioni di nicchia). Abete mette sul tavolo quel modesto investimento in cambio del 70% della società  editrice Internazionale srl. Il rimanente 30% è diviso fra De Mauro (17,5%) ed Emanuele Bevilacqua (12,5%). Certo, a Zuckerberg, una decina di anni dopo, sarebbe stato concesso maggior credito, ma ai quattro universitari italiani dalla testa dura bastava poter cominciare. La redazione sono loro, più un nuovo aggregato, Alberto Notarbartolo. Lavorano in uno stanzone sulla Tiburtina, nessun contratto, stipendi ridicoli, sui tavoli i primi lentissimi Mac. Niente Internet, nessun corrispondente. Unica dotazione: montagne di giornali stranieri e un paio di traduttori.
Il primo numero esce in edicola il 6 novembre del 1993 con una copertina sul Gatt, l’accordo che favorisce le relazioni commerciali nel mondo. Una scelta verso la globalizzazione quando ancora in Italia nessuno ne parlava. Vende 35mila copie, assestandosi poi sulle 23mila. Né tante né poche. Internazionale vivacchia nel limbo fino al 2001, l’anno della svolta. Il numero speciale di luglio sul G8 di Genova, con il racconto e le testimonianze dei giornalisti e dei ragazzi stranieri sulla mattanza di quei giorni, va esaurito in un baleno. Lo stesso accade per lo speciale sull’11 settembre. La crescita diventa costante. La media del 2002 è di 34mila copie. Oggi, equamente distribuita fra edicola e abbonamenti, supera le 120mila. La redazione è cresciuta fino a 40 redattori. Il fatturato ha raggiunto gli 8 milioni di euro, di cui solo un milione proveniente dalla pubblicità . Un granello di polvere rispetto agli 850 milioni di utenti di Facebook o ai miliardi che girano attorno a Google; e il direttore di Internazionale non figura neanche al millesimo posto nelle classifiche di Forbes. Eppure – come vi sarete accorti – la storia del piccolo Davide De Mauro si specchia spesso con quella dei Golia americani.
De Mauro mi ricorda quando, nel 1993 o l’anno dopo, venne a trovarmi al Venerdì che allora dirigevo per parlarmi del suo giornale. Era un ragazzo esile di corporatura, con gli occhiali e un ciuffo di capelli, poteva ricordare Woody Allen. Mi colpirono la grinta e la passione quasi morbosa per la sua ‘invenzione’, quella certezza incosciente che un’impresa disperata sarebbe approdata al successo. Allora non gli diedi il credito che avrebbe meritato, oggi – a distanza di quasi vent’anni – lo ritrovo sicuramente più maturo e sicuro di sé, con una moglie, Elena Boille (sì, la compagna di università , ora uno dei vice direttori di Internazionale assieme agli altri pionieri dell’impresa), e due gemelline di 5 anni, Anna e Caterina, ma anche entusiasta e non sazio di adrenalina giornalistica come quando disegnava i primi menabò all’Unità , mentre le bobine della carta scaricate dai camion facevano tremare i pavimenti della redazione di via dei Taurini, o quando passava notti insonni con i suoi compagni di avventura nello stanzone del Tiburtino.
Figlio del celebre linguista Tullio De Mauro e nipote di Mauro De Mauro, il giornalista dell’Ora ucciso dalla mafia nel settembre del 1970, Giovanni ha trascorso gli anni della sua giovinezza fra gli studi, l’attività  politica con la Federazione giovanile dei comunisti italiani e L’Unità , prima come grafico, poi come giornalista in cronaca di Roma dove lo arruolò il capo del settore, Sergio Criscuoli. Si occupava di scuola, girava col Vespino 50, scriveva anche tre pezzi in un giorno. Quando, nel 1985, Sergio Staino fondò Tango, lo prese nello staff del supplemento satirico con il placet del direttore Gerardo Chiaromonte. Il ruolo di Giovannino – Staino era stato chiaro – era quello di ‘ragazzo di bottega’: faceva i titoli e procurava le foto, scriveva le didascalie e correva al bar a prendere i caffè per Altan, Andrea Pazienza, Ellekappa, Vincino, Gino e Michele, Davide Riondino che arrivava in redazione con Sabina Guzzanti e suo fratello Corrado, timidissimo. Dice ora: “Avrei pagato di tasca mia per dividere le mie giornate con quella spassosa compagnia”. Tango esaurì le pubblicazioni due anni dopo, la sua luce si spense con la fine drammatica di Pazienza.
Nel 1989 il nuovo direttore Massimo D’Alema (sì, colui che dieci anni prima aveva firmato la prima tessera Fgci di De Mauro) varò Il Salvagente, un supplemento settimanale rivolto ai consumatori, affidandolo al caporedattore centrale Carlo Ricchini. Superato l’esame di giornalista professionista, De Mauro fu inserito fra i 10 redattori. L’anno dopo entrò, felicissimo, nella redazione esteri. Come deskista e organizzatore (una vocazione), con una sola uscita da inviato: in Marocco per tastare il polso al Nord Africa durante la Guerra del Golfo. Ultima fermata prima della richiesta di aspettativa e della nuova vita da piccolo Zuckerberg quando Mark era ancora un bambino.
Franco Recanatesi – Una curiosità  me la devi togliere subito, a me e a chissà  quanti lettori di Internazionale: come avviene la scelta dei temi e degli articoli pubblicati?
Giovanni De Mauro – Il nostro è un processo alla rovescia rispetto alla norma. Mentre gli altri giornali cercano l’idea, un punto di partenza, noi partiamo dalla fine: dai giornali già  in edicola e dai servizi delle loro firme di punta. Premessa necessaria prima di arrivare al metodo di selezione. Abbiamo cinque editor regionali (America Latina, Africa e Medio Oriente, Asia e Pacifico, Usa, Europa) i quali, con l’aiuto di una decina di corrispondenti, individuano temi e pubblicazioni. Assieme a loro lavorano gli editor tematici per la cultura, la tecnologia, la scienza, eccetera, e quattro foto editor. Ciascuno porta il frutto della propria ricerca in riunione di redazione, dove si setaccia, si discute e si decidono i contenuti del numero. Naturalmente tutto questo comporta la lettura di centinaia di giornali e migliaia di articoli, che una volta scelti – almeno quelli principali – passano al vaglio non solo dell’editor che lo ha proposto ma di altre quattro ‘stazioni’: copy editor, vice direttore, direttore, correttore di bozze.
F. Recanatesi – Okay, una rete di protezione a prova di errore. Ma la filosofia di fondo qual è? Quali sono i principali criteri della scelta? L’attualità , la caratura della testata, la fama della firma…
G. De Mauro – Prima regola: poiché il nostro è il giornale del ‘dopo’, l’articolo che pubblichiamo deve sorprendere. Il test è automatico: se sorprende noi sorprenderà  anche il lettore. Seconda regola: tenere lo sguardo fresco. Ho sempre scelto i miei redattori in base al curriculum e all’età . Da noi lavora gente curiosa e desiderosa di spaziare nel mondo. Con nessuna esperienza giornalistica alle spalle. Giovane. Io, a 46 anni, sono di gran lunga il più anziano della redazione, numerosi gli under 30. Metà  sono donne.
F. Recanatesi – E il vostro pubblico ha gli stessi dati anagrafici? C’è una simbiosi tra voi e loro?
G. De Mauro – C’è, sicuramente. Due anni fa abbiamo fatto una ricerca di mercato: i lettori di Internazionale sono giovani, il 50% compresi fra i 18 e i 35 anni, equamente divisi fra i due sessi. Forti consumatori di radio, cinema e libri. Viaggiano molto, parlano più lingue. Abitano nelle città  metropolitane, prevalentemente nel Centronord, per la metà  sono abbonati. Ma il dato più singolare è che quasi tutti comprano unicamente Internazionale, con l’aggiunta di un quotidiano solo quando succede qualcosa di importante. Hanno un grande senso di appartenenza, come confermano le migliaia di giovani che dal 2007 affollano il nostro Festival di Ferrara e si mettono in fila per ore per assistere a un dibattito sull’Argentina o per incontrare la grande giornalista israeliana. Si cercano su Internet, si organizzano con le automobili collettive, si uniscono negli ostelli. L’anno scorso abbiamo contato ai nostri eventi 63mila presenze: vuol dire che in 15mila sono arrivati da ogni angolo d’Italia.
F. Recanatesi – Io non so cosa tira di più per il tuo giornale, se le guerre o i proclami di Obama o la fine di Gheddafi. Io so che di Internazionale mi interessa soprattutto leggere cosa scrivono dell’Italia i giornali stranieri.
G. De Mauro – Fai parte della maggioranza. È ciò che il pubblico cerca nel nostro giornale. Gli anni di Berlusconi hanno fornito un test indiscutibile. Il “cosa pensano di noi là  fuori” è molto intrigante.
F. Recanatesi – Anche se quello di Internazionale è un pensiero targato. La tua storia, quella di tuo padre che sul giornale ha una rubrica, la tua militanza, il tuo tirocinio all’Unità  portano a una sola conclusione…
G. De Mauro – Non mi sono mai nascosto: sono un uomo di sinistra.
F. Recanatesi – Comunista.
G. De Mauro – Una volta. Quanto a Tullio… beh, ne parliamo dopo. Il comunismo è morto. Mi vuoi dire che il Pd è un partito comunista? Io continuo a votarlo, anche se sempre più stancamente, deluso, disamorato. Ho preso la prima tessera del Pci a 14 anni, era firmata da D’Alema, Fgci sezione San Lorenzo. Ho deciso di non rinnovarla più nel 1991. Al partito di oggi e degli ultimi 20 anni rimprovero la mancanza di coraggio, l’incapacità  di guardare avanti, la preoccupazione di gestire le correnti. L’energia e la passione che dedicavo alla politica l’ho trasferita nel mio lavoro di giornalista. E lo faccio senza alcun diaframma. Non è difficile perché io non scrivo, se non l’editorialino di apertura quasi mai di argomento politico, nessuno di noi redattori scrive. Noi pubblichiamo i pezzi degli altri.
F. Recanatesi – Sì, ma voi li scegliete.
G. De Mauro – Quando si tratta di argomenti politici stiamo attenti a equilibrare le posizioni. Siamo molto liberi e questa libertà , unitamente alla pratica politica che ho abbracciato da giovanissimo, mi hanno dato qualcosa di molto utile nel mio lavoro: impegno, responsabilità , rispetto delle scadenze.
F. Recanatesi – Nessuna interferenza dai Palazzi? Nessuna dall’editore?
G. De Mauro – Abete lo sento una volta l’anno. Ha una mentalità  imprenditoriale, è rientrato della sua esposizione iniziale e si gode gli interessi. Dal mondo politico ed economico, in tanti anni, neanche una telefonata. Mi aiuta il fatto che neanch’io li ho mai cercati. Ma noi siamo un ufo nel panorama giornalistico italiano.
F. Recanatesi – Parliamo di tuo padre.
G. De Mauro – Sì, volevo dirti, per amor di verità , che Tullio non è mai stato iscritto al partito. Fu candidato fra gli indipendenti del Pci alle prime regionali del 1975. E quella è rimasta la sua unica incursione nella politica.
F. Recanatesi – Lo chiami per nome e non papà : perché?
G. De Mauro – Per abitudine. Fin da piccolo. Qualche volta, ma solo raramente, l’ho chiamato papà . Ci piace così. Abbiamo un ottimo rapporto, sia io che mia sorella Sabina. Quando nostra mamma Anna Maria è morta, nel 1989, Tullio è rimasto il nostro unico riferimento. Ha glissato – e so che per un professore universitario non è facile – persino sul mio mancato approdo alla laurea. E nel mio difficile percorso giornalistico mi ha sempre incoraggiato.
F. Recanatesi – Per riconoscenza gli hai dato una rubrica sul tuo giornale. Un caso di nepotismo alla rovescia.
G. De Mauro – (ride). Non è riconoscenza, è stima, se vuoi mista ad affetto. Mi sono ricordato di una rubrica che Tullio aveva tenuto su Paese Sera fra il 1969 e il 1977, si chiamava ‘Le parole e i fatti’. È stato lo spunto per la sua prima rubrica su Internazionale dal titolo ‘La parola’. È durata tre anni. Tre anni fa tema e titolo sono cambiati: ora firma ‘Scuole’.
F. Recanatesi – Ti pesa fare un giornale scritto dagli altri? Pensi mai: se avessi continuato all’Unità …
G. De Mauro – L’idea di fare un quotidiano ogni tanto mi solletica, ma di questi tempi è pura utopia.
F. Recanatesi – Come lo faresti? Vent’anni a sfogliare, leggere e sviscerare giornali di ogni angolo del mondo ti avranno suggerito qualcosa.
G. De Mauro – Internazionale è più avanti degli altri perché la stampa straniera è più avanti. Riusciamo a volte ad anticipare i quotidiani su temi importanti grazie alla lettura dei giornali stranieri. Abbiamo scoperto le graphic novel dieci anni fa sulle testate americane quando da noi non ve n’era traccia. Una delle nostre rubriche di maggior successo, l’oroscopo di Rob Brezsny, l’abbiamo presa dal Village Voice perché in redazione lo leggevamo tutti. Io non so come farei un quotidiano né se lo saprei fare, ma so che oggi, in Italia, ci troviamo di fronte a una infantilizzazione del lettore.
F. Recanatesi – Prego?
G. De Mauro – Sì, i lettori vengono trattati come bambini. Si propongono loro temi leggeri, frivoli, con una grafica fatta di disegnini, riassuntini, freccette e nuvolette. Io non credo che il lettore italiano sia più stupido o meno interessato degli altri ai temi impegnativi. Dipende dalla capacità  di spiegazione. La stampa anglosassone, per citare il top, sa spiegare le cose complicate con grande chiarezza pur senza ricorrere ai fumetti.
F. Recanatesi – Giornalismo in crisi, dunque?
G. De Mauro – Si cerca, evidentemente nella maniera sbagliata, di trovare una via d’uscita alla crisi dei giornali, “e non dei giornalisti”, come dice Alan Rusbridger, direttore del Guardian. Anche se occorre distinguere fra crisi dei quotidiani e crisi dei news magazine. Internet ha tartassato più i primi, massacrati dai tempi e dai ritmi dell’informazione sul web, che non i periodici, i quali il tempo per scegliere i temi e raccontarli per bene lo hanno conservato. Al tempo stesso è vero che sul web i quotidiani hanno saputo occupare lo spazio lasciato libero, secondo me colpevolmente, dalle agenzie di stampa. Oggi i siti dei quotidiani sono diventati il primo posto dove si va per essere informati in tempo reale sulle notizie, per sapere se è successo qualcosa di importante. Se c’è una scossa di terremoto, un attentato o un’elezione si va sul sito del New York Times e non di Newsweek, sul sito del Guardian e non dell’Economist, sul sito di Repubblica e non dell’Espresso.
F. Recanatesi – Crisi dei giornali e non dei giornalisti. Fuori i nomi di quelli che ritieni più bravi, quelli che leggi o ascolti più volentieri.
G. De Mauro – Ce ne sono parecchi. Concita De Gregorio, Gad Lerner, Michele Serra, Omero Ciai e Carlo Bonini su Repubblica; Gian Antonio Stella, Aldo Grasso e Maria Laura Rodotà  sul Corriere della Sera; Ugo Tramballi sul Sole 24 Ore; Mario Calabresi, Massimo Gramellini e Roberto Giovannini sulla Stampa; Luca Sofri sul Post; Stefano Menichini su Europa. Non sono mai d’accordo con Giuliano Ferrara, Marco Travaglio e Filippo Facci ma li leggo spesso. Mi piace il tg di Enrico Mentana, la radio di Marino Sinibaldi, il modo di fare tivù di Lucia Annunziata.
F. Recanatesi – I giornali migliori al mondo. Il podio dei quotidiani.
G. De Mauro – Primo posto al New York Times: un giornale antico con una straordinaria capacità  di innovazione e una qualità  sempre alta. Ha inoltre il sito più bello del mondo. Secondo The Guardian, autorevole e graficamente bellissimo. Non a caso nel 2009 affidammo il nuovo progetto di Internazionale al suo grafico, Mark Porter. Terzo, El Paà­s. È nato imitando La Repubblica, ma lo sa fare in maniera intelligente.
F. Recanatesi – Il podio dei news magazine.
G. De Mauro – Il New Yorker stacca tutti per qualità  di scrittura e scelta degli argomenti. Secondo Der Spiegel per la precisione e la verifica meticolosa dei testi: 80 fact checker controllano ogni notizia, ogni riga, ogni parola. Sul terzo gradino, l’Economist: una bibbia. Meritano però una citazione anche testate meno celebri ma ugualmente molto ben confezionate come il portoghese Publico, e Nrc Handelsblad nei Paesi Bassi.
F. Recanatesi – Internazionale dove lo mettiamo?
G. De Mauro – Mettiamolo in controtendenza, che è già  un gran merito. Siamo uno dei pochi giornali al mondo in crescita costante, con il saldo in attivo pur figurando la pubblicità  come una voce modesta delle entrate. Internazionale è un giornale pagato per la gran parte dalle vendite, cioè dalla passione e dalla dedizione dei suoi lettori. Guarda qui.
F. Recanatesi – Che cos’è?
G. De Mauro – Un nostro antenato. Una pubblicazione mensile stampata da giornalisti e partigiani italiani a Londra nel 1943 e distribuita clandestinamente in Italia. Testata: Il Mese. Ogni numero era composto da articoli di giornali inglesi e di altri Paesi democratici nel mondo. Questa, datata ottobre 1943, è una raccolta dei primi sei mesi. Sulla stampa, naturalmente, nessuna indicazione. Solo un vago ‘London: the Fleet Street Press’ sul frontespizio della seconda di copertina. È un cimelio che un nostro lettore, Giuliano Milani, professore di storia medievale, ha scovato su una bancarella di Bologna. E lo ha portato in regalo al ‘suo’ giornale.
Intervista di Franco Recanatesi