Editoria

14 marzo 2013 | 15:13

LAVITOLA: CASSAZIONE, GRAVI INDIZI SU ESTORSIONE A BERLUSCONI

(AGI) – Roma, 14 mar. – Sussistono i “gravi indizi di colpevolezza” nei confronti di Valter Lavitola, in relazione all’accusa di tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Lo afferma la seconda sezione penale della Cassazione, spiegando perche’, il 12 dicembre scorso, decise di confermare la custodia cautelare in carcere per l’ex direttore dell’Avanti rigettando il ricorso della difesa contro l’ordinanza emessa dal Riesame di Napoli il 20 agosto 2012. “Appare plausibile” si legge nella sentenza della Suprema Corte depositata oggi, “la conclusione” dei giudici del Riesame, “in base alla quale le emergenze processuali sono tali da confermare che, dopo essersi reso latitante a seguito dell’emissione della misura di custodia cautelare nei suoi confronti per l’ipotizzata estorsione in danno del presidente Berlusconi, Lavitola abbia reiteratamente sollecitato aiuto dall’ex presidente del Consiglio, invitandolo a versargli esplicitamente ingenti somme di denaro, perche’ rendesse dichiarazioni all’autorita’ giudiziaria a lui favorevoli, relative alle numerose vicende oggetto di indagine, in cui era coinvolto lo stesso presidente”. Alla luce di cio’, “appare esente da censure logico-giuridiche la valutazione operata” dal Riesame “in ordine alla assoluta attendibilita’ del dato probatorio relativo al fatto che, tra le varie richieste di Lavitola, vi fosse anche quella relativa ai 5 milioni di euro”. Per la Cassazione, e’ anche “condivisibile” che “a seguito delle incertezze nei comportamenti della parte offesa, rispetto alle pressanti e reiterate richieste di Lavitola, e di fronte anche alle difficolta’ oggettive di una sua prolungata latitanza all’estero, si sia determinata una ‘torsione’ nella qualita’ del rapporto tra i due, in particolare nel momento in cui l’odierno ricorrente ha chiaramente capito la volonta’ dell’ex presidente Berlusconi di non corrispondere il denaro richiesto”: le richieste di Lavitola “perdono la qualita’ della sollecitazione”, osservano gli ‘ermellini’, “della domanda di aiuto da barattare con la prospettata versione addomesticata dei rapporti intercorrenti tra i due personaggi, per assumere – si legge nella sentenza – cadenze temporalmente piu’ ravvicinate e contenuti ultimativi, aggressivi, e minacciosi”. La situazione “di fatto rappresentata – conclude la Corte – appare riconducibile alla categoria degli indizi e non a quella delle congetture, trattandosi di elementi di fatto verificabili e verificati, non di opinioni”.