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18 marzo 2013 | 11:59

NON C’E’ TEMPO DA PERDERE

Cinquanta protagonisti del mondo dell’editoria, della televisione, di Internet, della cultura, dei libri, dei sindacati, del cinema e della comunicazione lanciano le loro proposte sulle cose da fare urgentemente per rilanciare e difendere settori fondamentali per l’economia e per la democrazia degli italiani.Figure istituzionali come i presidenti di tutte le federazioni e associazioni di settore, imprenditori, avvocati, sindacalisti, manager, editori, direttori di giornali hanno dichiarato a ‘Prima’ quali sono le questioni più importanti e scottanti da affrontare e qual è la loro idea per risolvere, suggerendo al nuovo governo interventi che vanno dalle misure fiscali nei diversi comparti alla difesa del diritto d’autore sul web, dalla salvaguardia della libertà  d’informazione al sostegno alla cultura come indispensabile strumento di rilancio del Paese.

Credito d’imposta a chi fa più pubblicità 
Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente dell’Upa
La prima richiesta che vorremmo fare al nuovo governo ha la sua origine nella necessità  di sostenere il sistema dei media salvaguardando posti di lavoro e a difesa della libertà  di informazione, di favorire la competitività  e la crescita del sistema Italia, di aiutare la crescita dei consumi, che sono ormai arrivati a un livello preoccupante, di aumentare la fiducia delle aziende internazionali a investire nel nostro Paese. Dal momento che la pubblicità  e la comunicazione sono un indice di fiducia, uno strumento che comunica innovazione con effetto sui consumi, proporremo al nuovo governo di favorire un credito d’imposta alle aziende che incrementeranno i loro investimenti pubblicitari rispetto all’anno precedente, applicato sulla parte incrementale con un tetto fino al 10% e a valere per i prossimi tre anni. Riteniamo che questa proposta favorirebbe indirettamente anche gli investimenti in ricerca e sviluppo sia da parte delle imprese sia dei media verso nuove forme e fonti di ricavi.

Diritto d’autore con Internet
Giulio Anselmi, presidente della Fieg e presidente dell’Ansa
La cosa più urgente che il nuovo governo dovrà  fare è una nuova legislazione sul diritto d’autore che tenga conto delle peculiarità  tecnologiche ed economiche di Internet. Solo così sarà  possibile permettere l’esistenza dei prodotti editoriali di qualità  e di tutte le risorse – umane, economiche e tecniche – indispensabili per la loro realizzazione.

Incentivi fiscali e industriali per l’occupazione
Andrea Camporese, presidente dell’Inpgi, Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani
È fondamentale che al centro dell’azione del prossimo governo venga posta la crescita occupazionale e l’innovazione del prodotto editoriale. La crisi del triennio che abbiamo alle spalle non ha precedenti nel comparto giornalistico. La perdita di circa 1.500 posti di lavoro a tempo indeterminato e l’utilizzo massiccio di ammortizzatori sociali hanno inciso sul sistema in modo forte. Le pensioni restano garantite da un patrimonio che sfiora i 2,5 miliardi di euro, ma non porsi la questione della struttura del giornalismo futuro sarebbe un grave errore.
La qualità  e il pluralismo dell’informazione restano un valore costituzionale ineludibile. Per questo le politiche governative sulla crescita possono includere a pieno il settore editoriale. Penso a incentivi, fiscali e industriali, all’innovazione di prodotto che comportino allargamento dell’occupazione, sgravi sulla stabilizzazione del lavoro giornalistico, norme che proteggano il prodotto intellettuale da uno sfruttamento distorto. L’Inpgi, in questa direzione, ha messo in campo sgravi contributivi rilevanti (uno sconto del 60% per tre anni in caso di assunzioni a tempo indeterminato) dimostrando coraggio e visione lunga. Nell’assunzione di responsabilità  reciproca delle parti sociali (Fnsi-Fieg) che ha portato a riforme e accordi nel recente passato, può entrare la dimensione governativa e parlamentare.
La legislazione di settore – legge sui prepensionamenti e riforma dell’ordinamento professionale incluse – necessitano di una profonda revisione a favore di una necessaria innovazione complessiva. Sarà  importante che il governo italiano recepisca e renda operativo l’action plan recentemente approvato dalla Commissione europea, laddove si estendono gli incentivi per lo sviluppo e l’innovazione, destinati alla piccola e media impresa, nell’ambito della libera professione. In sostanza i giornalisti non dipendenti potranno attingere ai bandi europei generando nuove opportunità  di lavoro.

Non c’è che scegliere: diffamazione, rettifica, diritto all’oblio
Caterina Malavenda, avvocato penalista, esperta di diritto dell’informazione, assiste da anni numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Panorama e aziende come Rai e Sky
Bisognerebbe innanzitutto modificare la norma sulla rettifica, prevedendo che a pubblicazione avvenuta, anche spontaneamente e secondo quanto previsto dall’articolo 8 della legge sulla stampa, l’azione penale non possa essere avviata o venga interrotta.
Inoltre, il direttore responsabile deve essere chiamato a rispondere esclusivamente della pubblicazione degli articoli e delle parti del giornale non firmate e non degli articoli di cui si conosce l’autore che potrà  risponderne personalmente.
Bisognerebbe anche abolire l’articolo 12 della legge sulla stampa che prevede la riparazione pecuniaria, una sanzione economica aggiuntiva, solo per chi diffama e l’articolo 13 che prevede la pena della reclusione da uno a sei anni, per la diffamazione aggravata a mezzo stampa e l’attribuzione di un fatto determinato.
Ciononostante, occorrerebbe mantenere la previsione dell’udienza preliminare – visto che il gup spesso proscioglie i giornalisti, dei quali il pm ha chiesto il rinvio a giudizio – evitando processi inutili. E se si arriva al processo, occorrerebbe mantenere la competenza del giudice togato.
Abrogando l’articolo 13, rimarrebbe per il giudice la possibilità  di scegliere sempre fra la pena pecuniaria e quella detentiva, la cui eliminazione deve essere attentamente valutata, anche tenendo conto delle conseguenze devastanti che alcune campagne di stampa possono avere per coloro che ne divengono loro malgrado protagonisti.
Nella prossima legislatura si dovrebbero anche abolire le norme che stabiliscono che gli atti di indagine non più riservati possano essere pubblicati solo per riassunto. Mi sembra che la loro pubblicazione testuale, fatti salvi i diritti dei terzi estranei al procedimento, eliminerebbe qualsiasi possibile errore, derivante dalla sintesi.
Modificherei anche il codice di procedura civile, vanificando così la giurisprudenza che prevede per i procedimenti per diffamazione anche la competenza dei tribunali dove risiede chi avvia la causa. Pensi al tour giudiziario a cui deve sottoporsi l’avvocato che tutela il Corriere della Sera o Repubblica.
Ed è giunto anche il momento di disciplinare il cosiddetto diritto all’oblio. La Cassazione ha di recente stabilito che l’aggiornamento compete al titolare di un archivio, anche se il protagonista della notizia non lo chiede. Applicando tale criterio l’editore che tiene un archivio informatico del suo giornale, dunque, sarebbe obbligato a seguire l’intero iter di una vicenda, ad esempio, giudiziaria, così da aggiornare l’esito del processo ove l’imputato, prima condannato, venga poi assolto. Questo anche se sul giornale non è stato pubblicato alcun articolo in merito. Un onere assolutamente impossibile da adempiere. Inoltre, per alcuni giudici il diritto all’oblio scatta dopo due anni, per altri dopo cinque, anche se la vicenda non si è ancora conclusa.

Credito di imposta per gli inserzionisti e difesa dell’editoria
Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso
La crisi della carta stampata che determina una riduzione delle copie vendute in tutto il mondo occidentale è fortissimamente aggravata in Italia da due fenomeni:
1) la crisi dei consumi, per cui oggi per moltissima gente anche l’euro e venti è una spesa che si tende a diradare;
2) il crollo della pubblicità , dovuto sia alla crisi dei consumi sia a un abbattimento di prezzi senza precedenti.
Penso, con dispiacere, che molte decine di giornali chiuderanno nel corso del 2013. Ma penso che sia un’esigenza democratica che giornali con diverse opinioni sopravvivano nonostante la drammaticità  della situazione. Di questo devono sentirsi coinvolti lo Stato, il sindacato, i cittadini.
Chiedere soldi allo Stato è follia perché di soldi non ce ne sono più. Ma cercare di preservare l’editoria sana e aiutare le aziende inserzioniste a farsi meglio conoscere è vitale per la crescita civile ed economica del Paese.
Occorre la consapevolezza che il settore è arrivato al limite della sua sopravvivenza.
Io penso che un provvedimento di credito d’imposta per le aziende che investono in pubblicità  sarebbe ampiamente recuperato dallo Stato sotto forma di maggior lavoro, meno cassa integrazione (quando bastasse), più Iva e più Pil.
È ovvio che ci sono tante altre cose che si potrebbero fare e ognuno di noi cerca di implementarle al meglio in funzione delle caratteristiche della propria impresa. Ma questa mi sembra una proposta semplice, introducibile immediatamente e che potrebbe essere positiva per il Paese, per i conti dello Stato, per la sopravvivenza di uno strumento fondamentale di democrazia.

Salvare le librerie indipendenti
Alberto Galla, presidente dell’Ali, Associazione librai italiani, aderente a Confcommercio, che rappresenta circa 300 librerie indipendenti e le oltre mille piccole librerie iscritte alle sezioni locali della Confcommercio
Sostanzialmente condividiamo i cinque punti presentati ai candidati al prossimo Parlamento dal Forum del libro, ai cui lavori abbiamo partecipato.
Pensiamo soprattutto che il nuovo governo dovrà  seriamente porsi il problema della salvaguardia delle librerie indipendenti, che sono i veri presidi culturali del territorio. Una proposta su cui insistiamo – inascoltati – da tempo è la possibilità  di detrarre fiscalmente le spese per i libri di testo: spese gravose per le famiglie e che vedono anche noi librai come ‘parte lesa’. La grande maggioranza delle librerie indipendenti vende infatti anche libri scolastici, che rappresentano una parte significativa del fatturato. E sono proprio queste librerie ad avere una funzione culturale primaria soprattutto nei piccoli centri e dove c’è una carenza grave, ad esempio, di biblioteche. In Veneto siamo riusciti a far passare una proposta di legge regionale, ma poi è arrivata in Parlamento e lì si è arenata.
Un altro punto importante è la possibilità  di avere contratti di locazione agevolati. So bene che è un tema delicato in quanto attiene al rapporto tra privati, ma è indispensabile uno sforzo per trovare soluzioni. Il problema riguarda in particolare i centri storici delle medie e grandi città  da dove le librerie rischiano di essere definitivamente espulse.

Basta con il monopolio dei distributori
Armando Abbiati, presidente di Snag, Sindacato nazionale autonomo giornalai
Ciò che chiediamo sono regole certe, stabilite e condivise che ci permettano di svolgere il nostro lavoro al meglio, operando in una filiera in cui scompaia definitivamente l’abuso di posizione dominante esercitato dai distributori locali che operano in un regime di monopolio. Per arrivare a questo risultato è necessario mantenere costantemente aperto un canale di dialogo da cui emergano linee guida che definiscano con chiarezza e maggiore equità  i ruoli dei diversi attori della filiera. Solo così potremo garantire una sempre migliore diffusione della carta stampata e, con essa, un servizio all’altezza delle esigenze del cittadino.
Data la nostra presenza nel territorio e il servizio che garantiamo per tutto l’anno senza alcuna interruzione, vogliamo operare al fianco degli editori e dei distributori per impostare strategie comuni di filiera a supporto delle vendite. Non possiamo continuare a sopportare operazioni basate sul taglio di costi – a svantaggio dell’anello più debole della catena, cioè le edicole – dovute soprattutto alla mancanza di idee di sviluppo.
Spero si inizi a lavorare concretamente per definire un quadro normativo certo e definitivo, ricordandoci che ogni giorno da oltre quarant’anni gli edicolanti svolgono un ruolo centrale non solo nella vendita dei prodotti editoriali, ma per garantire il diritto al pluralismo dell’informazione.

Una legge adeguata al mercato
Lionello Cerri, presidente Anec, Associazione nazionale esercenti cinema
Tra le nostre priorità , una nuova legge per il cinema più adeguata ai cambiamenti del mercato; il ripristino di una quota del 25% del Fus (Fondo unico per lo spettacolo) al cinema; la digitalizzazione delle sale attraverso risorse pubbliche statali, regionali ma anche provenienti dal mercato stesso; il superamento della stagionalità  (dal seminario Anec 29-31 gennaio).

Per il digitale facciamo pagare meno tasse e contributi
Paolo Ainio, presidente e amministratore delegato di Banzai
La cosa più urgente è senza dubbio recuperare il distacco rispetto agli altri Paesi nello sviluppo digitale e questo può essere possibile solo con incentivi straordinari di tipo fiscale e contributivo. Ma devono essere incentivi veri, che incidano sul conto economico delle aziende che operano oggi, non delle startup che ci saranno domani.
Il nostro problema fondamentale come Paese sono i troppi anni di inattività , o quanto meno di scarsa attività , nel campo delle tecnologie digitali e di Internet. Per recuperare il tempo perduto, visto che i soldi per gli investimenti strutturali non ci sono, l’unica alternativa è far sì che il mercato di Internet diventi più ricco e che le aziende siano in grado di investire per soddisfare le esigenze dei clienti. Questo non lo si può ottenere distribuendo assegni, ma dando incentivi tangibili alle imprese. Vuoi ristrutturare la tua azienda da un punto di vista digitale, rifare il sito web, dedicarti all’e-commerce? Bene, ti consento di non pagare i contributi su alcune figure o ti concedo dei vantaggi fiscali, ad esempio un’Iva ridotta. Per il settore dell’editoria, che deve convertirsi e deve farlo in fretta, si potrebbe ad esempio prevedere un’Iva al 15%. Dobbiamo creare le condizioni per far sì che le aziende siano fortemente portate a dirigersi verso il digitale. Non basta ragionare solo in termini di riduzione di costi, occorre concentrarsi sulla crescita, sul nuovo; solo così si crea valore.
Il discorso vale anche per il commercio. Abbassare l’Iva sull’e-commerce al 5% per due anni avrebbe un impatto limitato sui conti pubblici, ma porterebbe benefici enormi al Paese, darebbe un grande impulso allo sviluppo. In pratica con un provvedimento del genere la banda larga si finanzierebbe da sola.
Infine, eliminare i libri di testo cartacei dalle scuole farebbe fare un salto enorme a insegnanti e studenti, costringendo tutti a digitalizzarsi in fretta. Sarebbe un’operazione traumatica ma salutare. Inoltre, bisognerebbe incentivare l’importazione di talenti dai mercati più avanzati. Le aziende come la nostra si scontrano ogni giorno con la difficoltà  di trovare professionisti preparati in campo digitale; dovremmo invogliare i tedeschi, gli inglesi o i francesi che hanno le competenze necessarie a venire a lavorare da noi, offrendo degli incentivi concreti, ad esempio non facendo pagare loro le tasse per due anni.

Riformare la professione
Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti
Abbiamo due richieste da rivolgere al prossimo esecutivo. La prima è una legge vera sulla diffamazione che tolga dalle mani di troppe persone quella pistola puntata alla nuca di migliaia di giornalisti, tenuti incessantemente sotto il ricatto di querele annunciate o presentate. È devastante soprattutto per i giornalisti meno tutelati, quelli che rappresentano il 90% della categoria. Pensiamo al caso di Amalia De Simone, giornalista freelance esperta e direttore di Radio Siani, che ha scritto un articolo per Il Mattino, relativo a una notizia comparsa su altri quotidiani. I giudici citati hanno chiesto una rettifica, pubblicata subito dalle altre testate ma dal Mattino solo tre settimane dopo. Risultato, in conseguenza del ritardo i magistrati hanno chiesto in sede civile un risarcimento danni per diffamazione, che una sentenza ha stabilito in 69mila euro. E l’editore ha chiesto a lei di pagarne il 70%: 52mila euro per un articolo pagato 25 euro.
L’altra richiesta è una riforma radicale della nostra professione. La legge che la regola ha compiuto proprio in questi giorni 50 anni. Da allora la professione è cambiata e occorre che il lavoro giornalistico venga valorizzato prevedendo figure e anche elenchi dell’albo diversi. Pensiamo alla figura di pubblicista: chi l’ha pensata non prevedeva certo che di fatto comprendesse, come accade oggi, persone che svolgono esclusivamente la professione giornalistica, alle quali non viene applicato il contratto, ma che sorreggono il sistema dei giornali e dell’emittenza locale. Pensiamo a cosa succede nella Rete. È vero, siamo tanti e dobbiamo rivedere anche le norme d’accesso alla professione dopo che la via attraverso l’università  è stata ostacolata, oltre che alla nascita della legge, anche pochi anni fa al momento di deliberare la riforma Passigli.

Un sistema della comunicazione che comprenda il web e difenda i broadcaster
Gina Nieri, consigliere di amministrazione e membro del comitato esecutivo di Mediaset
Chiediamo al prossimo governo di disegnare un sistema della comunicazione dove anche Internet sia inserito in un contesto giuridico rispettoso dei diritti umani e della concorrenza, difesa della proprietà  intellettuale compresa. L’attuazione cioè di quel level playing field che è alla base della regolamentazione moderna della competizione, anche internazionale.
Inoltre, il nuovo esecutivo dovrà  difendere nell’era di Internet i broadcaster che soli, insieme a major e produttori indipendenti, continuano ad alimentare l’industria dei contenuti con investimenti rilevanti e capaci di difendere e promuovere la cultura europea.
Inoltre, chiediamo al nuovo governo di mantenere un ruolo primario nell’attuazione dell’Agenda digitale italiana ed europea. Diffusione delle reti e tecnologia sono strumenti indispensabili per eliminare il digital divide, e contenuti originali disponibili per tutti sono il fine precipuo di una democrazia aperta e plurale.

Mercato vivo in aiuto ai giornalisti

Stefano Menichini, direttore di Europa
Ci vorrebbe un piano industriale nazionale soprattutto per sostenere e incentivare i processi di ristrutturazione e sviluppo di settori essenziali alla sostenibilità  economica sul digitale. Bisogna tentare di rivolgere in positivo la crisi. I giornalisti vanno aiutati, ma sarebbe meglio dare loro un mercato vivo, piuttosto che accompagnarli tutti difendendo posti morti.

Agenda Digitale e lotta alla pirateria
Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale
Nel corso della prossima legislatura 2013-2018 il mercato dei media cambierà  in modo profondo. I segni della crisi che stiamo vedendo oggi costringeranno le aziende che operano in questo settore a tentare di cogliere le opportunità  offerte dal mercato digitale. Per molte ciò può voler dire aumentare in modo straordinario le potenzialità  distributive, raggiungendo nuovi mercati e allargando in modo esponenziale la popolazione coinvolta, per altre può voler significare una crisi irreversibile. La difesa e lo sviluppo dei prodotti della cultura italiana corrono gravi rischi, ma hanno anche grandi opportunità . Molto dipenderà  dalle capacità  imprenditoriali dei diversi operatori, ma il contesto nazionale può essere certamente d’aiuto. Il governo deve dare corpo all’Agenda digitale europea raggiungendo gli obiettivi previsti per il 2015 e il 2020, il che comporterà  un allargamento del mercato digitale italiano. Il governo inoltre dovrà  rendere più sicuro il mercato digitale sia con un’efficace lotta alla pirateria in difesa della giusta remunerazione del diritto d’autore, sia rendendo sempre più affidabili e diffusi i sistemi di pagamento, sia assicurando condizioni economiche e amministrative paritetiche tra le grandi piattaforme globali e le nuove piattaforme nazionali ed europee.

informazione strategica per il rilancio del Paese
Franco Siddi, segretario generale Fnsi, Federazione nazionale stampa italiana
Per come abbiamo conosciuto la politica in questi anni, verrebbe da dire che sarebbe meglio non chiedere nulla. Ogni volta che abbiamo provato a cercare di migliorare le condizioni del giornalismo, abbiamo avuto come risposta tentativi di sottomettere l’informazione. Per cui i futuri governo, maggioranza e opposizione dovrebbero garantire l’informazione contro qualsiasi tentativo di controllo. Quindi, basta con proposte di leggi ‘bavaglio’, ma l’avvio di un processo di riforma delle norme sulla diffamazione della nostra professione e di tutto quanto possa aumentare il diritto dei cittadini a essere informati pienamente. Ma non c’è un sistema d’informazione credibile se non si risolvono alcune questioni relative al lavoro giornalistico e alla sua dignità . L’attuale crisi del settore tende a espellere occupati e ad allargare l’area del precariato e del lavoro ‘abusivo’. Un fenomeno che può alleggerire i costi delle aziende per alcuni, pochi mesi, ma che alla fine non fa che aggravare i problemi. Lo Stato e la politica volgono lo sguardo altrove. Invece, dovrebbero intervenire se davvero puntano a uno sviluppo. Infatti, le aziende sono in gravi difficoltà . E lo è il nostro sistema di welfare che non grava su risorse pubbliche. Non si comprende perché l’Inpgi sia sottoposta a obblighi fiscali del 10% maggiori rispetto a quelli delle assicurazioni, imprese con obiettivo di profitto. Bisogna cancellare le norme che consentono di rottamare giornalisti dai 58 anni di età  e magari prevedere un distacco parziale dal mondo del lavoro per i più anziani, accompagnato dall’ingresso di giovani, alleggerendo i carichi previdenziali delle aziende. E occorre correggere il decreto Fornero nella parte che consente l’utilizzo di giornalisti con finte partite Iva. Bisogna rivisitare la legge 416, quella sull’editoria, con norme che assicurino un indispensabile welfare e promuovano l’occupazione. Senza giornalisti non c’è industria dell’informazione.
Lo Stato oltre al suo ruolo legislativo deve gestire con oculatezza anche risorse da destinare a questo settore, facendo scelte coraggiose. Bisognerebbe magari prevedere che un’aliquota delle risorse delle fondazioni di origine bancaria destinate alla cultura possa essere indirizzata a un fondo pubblico per l’editoria e il pluralismo. Inoltre, considerato il palese squilibrio pubblicitario a favore del mezzo televisivo, si potrebbe prelevare da queste risorse un 1,5-2% da riservare al welfare soprattutto in questa fase delicata di passaggio tecnologico.
Anche rispetto al servizio pubblico lo Stato deve decidere di liberare la Rai dalla soggezione dei partiti e del governo e farne un vero centro motore dell’informazione e dell’identità  culturale del Paese. Bisogna arrivare a una riforma della governance aziendale per realizzare una gestione trasparente, distaccata dalla politica in cui i manager vengano valutati in base a mission stabilite da un organismo terzo.

Via la legge Gasparrie ministero unico Cultura e audiovisivo
Carlo Degli Esposti, presidente di Palomar e consigliere Apt, Associazione produttori televisivi
Il settore dell’audiovisivo è senza dubbio tra quelli con più alte potenzialità  di crescita. Il principale problema da risolvere per il prossimo governo è cancellare la legge Gasparri, riunificare tutto quello che ora è frammentato in un unico ministero della Cultura e dell’audiovisivo procedere con celerità  a una semplice legge di riordino di tutto il comparto. Questa legge dovrà  declinare i principi europei di salvaguardia della produzione indipendente dalle emittenti, dovrà  prevedere la defiscalizzazione degli investimenti esterni (tax credit) per tutto l’audiovisivo (ora solo per il cinema), dovrà  aiutare la ristrutturazione dell’emittente di servizio pubblico togliendola al controllo della politica e dotandola di risorse certe attraverso una semplice procedura di riscossione del canone radiotelevisivo.

Attuare operativamente le attuali disposizioni
Stefano Micheli, segretario generale Ndm, associazione di imprese di distribuzione locale
In questo momento l’intero settore sta subendo una crisi pesantissima, con alcune aggravanti per le agenzie di distribuzione che svolgono attività  d’impresa senza alcun contributo pubblico diretto o indiretto. La remunerazione delle loro attività  (diffusione, trasporto, resa) è determinata esclusivamente in percentuale sulle sole copie effettivamente vendute dalla rete vendita, garantendo a quest’ultima diritto di resa, e con esclusivo rischio d’impresa a proprio carico.
Le organizzazioni sindacali degli edicolanti accusano le agenzie di distribuzione di avere un monopolio di fatto, ma tutto ciò è stato ampiamente analizzato ed escluso da due indagini dell’Autorità  garante della concorrenza e del mercato.
Fatte queste premesse, in tema di liberalizzazioni bisognerebbe semplicemente attuare operativamente quanto previsto oramai da più disposizioni: ‘Direttiva servizi’, ‘Cresci Italia’, ‘Salva Italia’. E le Regioni devono rendere operative le norme nazionali così da avere una disciplina omogenea e comprensibile. Ma la liberalizzazione per essere effettiva e portare a maggiori vendite di copie deve essere accompagnata da una sostanziale rivisitazione dell’attuale impianto normativo, eliminando i vincoli che la distribuzione ha verso gli editori e, in particolare, verso la rete di vendita. Occorre riformare il decreto legislativo 170/01, eliminando i vincoli di “identità  di condizioni tra punti di vendita esclusivi e non esclusivi” e abolendo o riformulando l’articolo 5, lettera B: il trasporto non è, infatti, condizione commerciale, ma un servizio da retribuire.
Inoltre, bisognerebbe identificare un canale di vendita dedicato di edicolanti professionali, da tutelare con le attuali regole del settore, e una rete più propriamente commerciale dove sperimentare tutti le gioie e i dolori del libero mercato.

Eliminare la par condicio
Giancarlo Loquenzi, conduttore di ‘Zapping 2.0′ su Rai Radio1
La prima cosa che dovrebbe fare il prossimo governo? Cancellare con un tratto di penna la par condicio che è diventata una macchina infernale e ingestibile, che priva i cittadini dell’informazione politica nel momento in cui ne hanno maggiormente bisogno. È un piccolo cerotto messo sulla ferita del conflitto d’interessi, che però non serve a nulla.

Costo del lavoro troppo alto e prepotenza della tivù
Daniela Bramati, amministratore delegato della Prealpina srl
In base alla mia esperienza di editore di un quotidiano che informa sul territorio da 125 anni ancora non riesco a capire perché giornali di partito o legati a movimenti politici debbano avere contributi pubblici. Lo Stato dovrebbe sostenere la stampa indipendente in base a tirature verificate. Quest’anno è stato assegnato un contributo al netto dello spazio pubblicitario, poco, ma è stato comunque un segnale d’attenzione per un settore a forte rischio.
Il grosso problema dei giornali è rappresentato dal costo del lavoro che grava davvero molto in un’azienda, come la nostra, che ha al suo interno tutto il ciclo, dalla raccolta dei necrologi alla stampa: ci sono contratti che tengono conto di lavorazioni logoranti che non ci sono più con l’informatica. Se si vuole davvero informare non si può ridurre all’osso le redazioni. Ne sono consapevole, ma i costi devono in qualche modo diminuire. Bisogna anche rivedere la distribuzione e fare in modo che le edicole siano finalmente informatizzate in modo da calibrare le tirature. Poi, va bene usare la grande distribuzione ma evitando che diventi una via per leggere i giornali gratuitamente.
Inoltre, anche le riforme avviate quest’anno hanno ingessato ancor di più il mercato del lavoro, ostacolando l’entrata di giovani.
Infine la pubblicità : la televisione agisce in maniera prepotente. In questo momento di crisi gli spazi sulle tivù nazionali non sono diminuiti, conseguenza di una politica al ribasso dei prezzi che ha penalizzato i giornali, soprattutto quelli locali.

La cultura al centro del mondo italiano
Marco Polillo, presidente dell’Aie, Associazione italiana editori, e di Confindustria Cultura Italia
Innanzitutto c’è una questione generale: il nuovo governo, di qualunque orientamento politico sia, dovrà  iniziare – e sottolineo iniziare – un discorso sulla cultura in Italia. È necessario voltare pagina, portare la cultura al centro del mondo italiano da tutti i punti di vista e in tutti gli ambiti dell’industria culturale.
Per quanto riguarda gli interventi specifici, un primo tema, ormai annoso, è quello dell’Iva che, per il libro digitale è al 21%, un livello molto più oneroso del libro cartaceo che è al 4%. È una differenza che non ha alcuna ragione di essere e le poche risposte che ci sono state date finora rimandano il problema all’Unione europea in quanto si tratta di una normativa comunitaria. Verissimo, ma per risolverlo l’iniziativa e il parere dei singoli governi sono estremamente importanti.
Un altro argomento è quello dell’agenda digitale. Il governo ‘tecnico’ si è occupato molto di questo aspetto con una serie d’interventi su startup e agevolazioni, dimenticandosi però di sentire quelli che dovrebbero essere i soggetti fondamentali per capire come lavorare su questo tema, cioè gli editori. Chiediamo non solo di essere coinvolti, ma anche di essere agevolati da una politica coordinata per il libro.
Chiediamo ancora la possibilità  di dare slancio ai nostri investimenti con un credito d’imposta sull’innovazione, cosa che aiuterebbe gli editori a far fronte ai cambiamenti strutturali necessari nel processo in corso di transizione verso il digitale. E infine chiediamo la tutela dei contenuti on line.
Non si tratta tanto di mettere mano alla legislazione sul diritto d’autore che, anche se molto vecchia, è ben fatta, quanto di assumere una posizione chiara e rigorosa nei confronti di chi si appropria indebitamente dei contenuti digitali. Non si vuole perseguire il singolo privato, ma quelle organizzazioni che mettono a disposizione su siti un numero impressionante di prodotti (musica, libri, film, eccetera) dei quali non hanno mai acquisito la disponibilità  dei diritti, che sfruttano commercialmente per arricchirsi. La soluzione è studiare un’offerta legale, condivisa con i produttori di contenuti, a condizioni interessanti per il pubblico. A monte però, e questo è un aspetto fondamentale che riguarda l’intero mondo della cultura, è necessario mettere in atto delle politiche di sensibilizzazione soprattutto nei confronti dei giovani che crescono con il digitale e con il convincimento che scaricare gratuitamente contenuti da Internet non sia illegale.

Alt all’evasione del canone Rai
Luigi Gubitosi, direttore generale Rai
Come Rai ci auguriamo che il prossimo governo, quale che esso sia, in un generale contesto di lotta all’evasione fiscale, individui i mezzi più opportuni ed efficaci per contrastare l’evasione del canone televisivo.
Il canone è infatti per la Rai una risorsa indispensabile per svolgere il compito, difficile e irrinunciabile, di servizio pubblico ed è nostro auspicio che il prossimo esecutivo possa trovare la formula migliore affinché il suo gettito venga garantito.
Gli introiti derivati dal recupero dell’alto tasso di evasione sono indispensabili perché la Rai possa svolgere nel migliore dei modi quello che è il suo compito principale: il servizio pubblico.
Sono fondi indispensabili per garantire un’offerta sempre più differenziata e di qualità  sempre maggiore. Sono fondi necessari per investire anche in nuove tecnologie che la televisione di oggi richiede, ma sono anche fondi di cui la Rai non può fare a meno se vuole, come vuole e deve, poter offrire i maggiori eventi sportivi, dai Mondiali di calcio alle Olimpiadi, i cui diritti, come tutti sanno, sono particolarmente onerosi.

Un ministero peri Beni culturali di rilievo
Francesco Micheli, finanziere, fondatore e vice presidente di MiTo
Finalmente una forte manifestazione di consenso bipartisan per il rilancio della cultura. Monti, in particolare, propone di realizzare appieno l’articolo 9 della Costituzione, che è molto chiaro e semplice. Ottimo, ma come si può attuarlo in tempi così grami?
Da subito investire e introdurre quelle deduzioni e detrazioni fiscali che avvantaggiano il mondo della cultura in altri Paesi; fare pulizia in un settore statale scandaloso per inefficienza, sprechi e vizi di tipo clientelare, familistico e nepotistico. Affrontare quella burocrazia che ci impedisce di utilizzare appieno le grandi risorse europee, tenendo conto che siamo grandi contribuenti dell’Unione. Infine, dare nuovo impulso al ‘terzo settore’, al volontariato e a quel prezioso bene sociale che fa capo al ‘servizio civile’, oggi praticamente in disarmo.
Un ministero per i Beni e le attività  culturali di rilievo – pari a quello degli Esteri, dell’economia o degli Interni – aiuterebbe non poco.

Possesso della frequenza legato al reale utilizzo
Augusto Preta, analista del settore dei media, presidente di ItMedia Consulting
Si dovrebbe finalmente fare una razionalizzazione ordinata ed efficiente dello spettro elettromagnetico creando un sistema in cui valga la regola base che il possesso di una frequenza deve essere legato al suo reale utilizzo e non sia garantito a chi se ne appropria solo per tenerla come asset. Nella riorganizzazione va anche assicurata un’allocazione efficiente ai servizi di radiofonia digitale. La radio è l’unico mezzo non ancora digitalizzato, un ritardo che dovremmo affrettarci a recuperare.
Sul fronte della concorrenza si devono ricercare regole non penalizzanti per gli operatori. Con lo sviluppo di Internet sono cresciuti giganti come Google e Amazon. Una tesi è di trasferire alle Internet tv gli stessi obblighi che sono tenute a rispettare le televisioni. Piuttosto che una regolamentazione rinforzata per gli over the top suggerirei regole più soft ma uguali per tutti i servizi sul web, indipendentemente dalla loro tipologia, che siano forniti da Mediaset, Sky, Google o Amazon.
Mi sta anche molto a cuore un tema di Antitrust che riguarda gli scenari futuri. Per vent’anni abbiamo considerato la pay e la free come mercati distinti. Ma, in un contesto in cui le diverse piattaforme tendono a omologare servizi e offerte e i servizi over the top si caratterizzano sempre più come i nuovi concorrenti della tivù, le vecchie categorie decadono e in sede di Antitrust si dovrebbe considerare la televisione come un unico mercato.

Ice, turismo, Expo sono battaglie vitali
Massimo Costa, ceo di Young&Rubicam e presidente di AssoComunicazione
Il prossimo esecutivo dovrà  convincersi a usare efficacemente la leva della comunicazione per il sistema Paese e dovrà  lasciarlo fare ai professionisti di questo comparto, che è tra i pochi a dare spazio ai giovani e a valorizzare il ruolo delle donne. Cosa chiediamo? Più flessibilità , una burocrazia meno asfissiante, condizioni favorevoli per le startup, in primis per quelle del digitale. L’Italia è molto migliore di come appare all’estero e della percezione che ne hanno gli italiani stessi. Non comunicare correttamente in entrambe le direzioni, all’estero ma anche verso i cittadini, e non valorizzare le nostre eccellenze dà  spazio alla deriva regressiva verso atteggiamenti populistici e semplificatori. Il rilancio dell’Ice (Istituto nazionale per il commercio estero), quello del turismo e l’Expo sono i primi tre fronti sui quali agenzie scelte dopo gare trasparenti e meritocratiche possono svolgere un ruolo essenziale per rilanciare l’economia e il Paese.

Riforme strutturali per un sistema economico più aperto
Eric Gerritsen, executive vice president communication & public affairs di Sky Italia
Per ridare slancio all’economia e valorizzare appieno il grande potenziale del nostro Paese, ancor più in quei settori che vivono di creatività  e innovazione, è necessario che il nuovo governo si ponga l’obiettivo prioritario di costruire un sistema economico più aperto, sbloccando il mercato del lavoro, creando un contesto favorevole per gli investimenti e adottando un approccio che recepisca gli importanti e rapidi cambiamenti che la ‘rivoluzione digitale’ ha prodotto nell’ultimo decennio nel mercato televisivo.
È quindi in primo luogo fondamentale che il nuovo governo agisca sul fronte delle riforme strutturali per eliminare gli impedimenti che frenano il flusso di investimenti diretti esteri, definendo un quadro normativo meno incerto e più chiaro e rimuovendo i vincoli allo sviluppo generati da un costo del lavoro esorbitante per le imprese.
Nello specifico del settore televisivo, gli operatori oggi competono tra loro in un mercato aperto, molto più ampio e complesso di quello del passato, e in continua evoluzione. È quindi necessario che il nuovo governo si misuri con questo mercato adottando una prospettiva che includa tutti gli attori che oggi ne fanno parte – siano essi operatori free to air, pay tv, web tv od ott – mettendoli nelle condizioni di competere ad armi pari. Si tratta quindi di tracciare un quadro di regole certe a tutela di tutti gli operatori e della redditività  del settore, oggi fortemente compromessa. È inoltre fondamentale, anche a beneficio del ‘mondo digitale’ nelle sue diverse declinazioni, delineare una piena tutela del copyright, per garantire la remuneratività  degli investimenti in prodotto originale, sempre più centrali per lo sviluppo del settore.
La crescita, infine, non può prescindere dallo sviluppo della Rete e dalla conseguente evoluzione della diffusione di contenuti audiovisivi su reti fisse e mobili, che dipende in larga misura da una corretta gestione del radiospettro e dalla valorizzazione delle risorse frequenziali.

Flessibilità  per I punti vendita e regolamentazione della lettura negli esercizi pubblici
Andrea Riffeser Monti, vice presidente e amministratore delegato della Poligrafici Editoriale
L’editoria italiana sta attraversando uno dei più difficili momenti della sua storia, investita dalla recessione economica che ha determinato la contrazione dei consumi e la flessione degli introiti pubblicitari.
Preso atto di tale situazione il nostro gruppo ha reiterato nelle opportune sedi le seguenti proposte: defiscalizzazione e detassazione degli investimenti pubblicitari per consentire un rilancio economico del settore, maggiore flessibilità  per i punti vendita, con aperture nei festivi per assecondare le abitudini dei lettori, e una regolamentazione della lettura dei quotidiani nei bar e nei locali pubblici.

Recuperare l’Iva presto
Giuseppe Corrado, presidente e amministratore delegato del circuito cinematografico The Space Cinema
Da tre anni gli esercenti cinematografici italiani chiedono con forza allo Stato il recupero del credito Iva. E ogni volta che ci confrontiamo col ministero dell’Economia o per i Beni culturali ci viene risposto che abbiamo ragione ma che ci sono altre priorità . Una risposta iniqua perché noi paghiamo regolarmente i nostri fornitori mentre lo Stato latita, tanto che stiamo ricevendo col contagocce rimborsi che risalgono a due anni fa.
È una situazione che affligge soprattutto i grandi esercenti come noi di The Space Cinema, che acquistiamo quel che serve per tenere in piedi l’attività  pagando ai fornitori il 20% di imposte, mentre sui biglietti c’è il 10% di Iva. In questo modo siamo in costante credito tant’è che ne abbiamo accumulato per quasi 23 milioni di euro. Il conto sui tre anni di attività  del nostro gruppo è presto fatto: fatturiamo circa 180 milioni di euro l’anno, accumulando tra i 6 e gli 8 milioni di euro di credito d’Iva.
Abbiamo coinvolto analisti finanziari e studi universitari per trovare le soluzioni migliori da offrire allo Stato, ma finora non ne è stata accolta nessuna, nemmeno quella di anticipare le compensazioni, di ottenere una priorità  nei rimborsi perché ci venga restituito per tempo quello che ci spetta.
Non chiediamo nessun contributo allo Stato perché siamo imprenditori e sappiamo di dover stare in piedi con le nostre gambe, ma è sacrosanto che i suoi debiti vengano saldati in tempi paragonabili a quelli che ci sono imposti per pagare i nostri fornitori.

Banda larga, più rispetto e restituiteci Carosello
Marco Testa, presidente e ceo del gruppo Armando Testa
Strano… Provo la stessa eccitante sensazione che si assapora quando da bambini si scrive la lettera a Babbo Natale. Quindi: Caro governo, potrei chiederti la banda larga per tutti, oppure una legge che tuteli e aiuti i giovani creativi di questo Paese, o forse potrei chiederti di investire nella ricerca e nella valorizzazione delle nostre peculiarità … Ma non ti chiedo nulla di tutto questo, perché so che già  lo farà  qualcun altro… Allora ti chiedo solo una cosa: rispetto! Ti chiedo rispetto per le aziende e per le persone che in esse lavorano, rispetto per i giovani, rispetto per la storia. Ti chiedo solo di non trasformare la nostra vita in una corsa a ostacoli dove, ogni giorno, l’ostacolo viene alzato.
Poi visto che ultimamente è di moda ‘restituire’ qualcosa, io chiedo che ci venga restituito Carosello; ma non la trasmissione, bensì la sua capacità  catartica di abbracciarci la sera e farci sorridere comunque fosse andata la giornata.

Salvaguardare i giornali di idee
Marco Tarquinio, direttore di Avvenire
Chiediamo la salvaguardia dei giornali di idee, una battaglia che ci ha visti impegnati da sempre in prima fila. Sarebbe il momento di capire che cosa intende fare concretamente questo Paese per difendere il pluralismo informativo. A questo è legata la regolamentazione del mercato pubblicitario, in cui si sconta una preponderanza dell’oligopolio televisivo che massacra la carta stampata, tanto più in momenti di crisi come questo. È un’anomalia esclusivamente italiana che pesa enormemente.
Inoltre, che cosa fare per impedire che vengano estirpate voci essenziali per il pluralismo. Pensiamo alla stampa del territorio, di media che hanno una diffusione reale e una vera relazione con i loro lettori. Incredibilmente, per gettare via l’acqua sporca rappresentata da testate fasulle che assorbivano risorse pubbliche, si è gettato via il bimbo dell’informazione reale. E sto parlando anche di giornali con impostazioni molto diverse dal mio.
L’incerta prospettiva delle risorse pubbliche mette in ginocchio parecchie realtà . Con il nostro livello di diffusione, noi non rischiamo la nostra esistenza, e ci prepariamo a fronteggiare la situazione avviando economie e riorganizzando il giornale in modo nuovo. Ma per molti altri sarà  proprio dura.

Defiscalizzare i contributi alla cultura
Andrea Kerbaker, fondatore e amministratore delegato di Immaginazioni
In tema di patrimonio culturale, la prima cosa da fare è certamente la defiscalizzazione dei contributi alla cultura. Una regoletta semplice semplice, di un solo articolo, che dica più o meno: “Tutti i privati e le imprese che sostengono società , enti, associazioni, cooperative, fondazioni a scopo culturale senza fini di lucro di cui all’elenco allegato, possono detrarre il 100% del loro contributo dalla loro dichiarazione dei redditi”. Breve, senza bizantinismi o astruserie che la rendano vittima delle varie burocrazie nazionali. Nell’elenco allegato, quelli che già  hanno diritto al 5 per mille, limitati a chi si occupa unicamente di attività  culturali. Se ne parla da anni, a parole sono tutti d’accordo, non si fa mai. Chissà  perché.

RiprIstinare l’articolo 18
Mario Fezzi, avvocato specializzato in diritto del lavoro e nel settore editoriale
Un nuovo governo, probabilmente di sinistra o almeno di centrosinistra, dovrebbe innanzitutto ripristinare l’interezza dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La formulazione attuale, discendente dalla riforma Fornero, è infatti troppo penalizzante in troppe occasioni. Un editore che volesse liberarsi di un giornalista scomodo, ad esempio, non avrebbe che da licenziarlo sostenendo la soppressione del suo posto di lavoro (licenziamento per motivi economici) e anche se il giornalista davanti al giudice dimostrasse che al suo posto è stata assunta un’altra persona (licenziamento smaccatamente illegittimo), al massimo potrebbe ottenere un risarcimento danni di natura economica, ma non verrebbe mai reintegrato nel suo posto di lavoro. In altri termini, pagando, si può fare di tutto e liberarsi di chiunque non si dimostri sufficientemente ‘integrato’.
Altro intervento altrettanto urgente sarebbe quello di introdurre una sanzione penale per i responsabili delle aziende che non ottemperano all’ordine della magistratura di reintegro dei lavoratori e li lasciano a casa pagandogli la retribuzione. È una scelta che sta in qualche modo facendo scuola e diverse altre aziende si stanno regolando allo stesso modo. Andrebbero poi sicuramente vietati i cosiddetti contratti di lavoro atipici, riducendo drasticamente i modelli contrattuali che la legge Biagi ha allargato a dismisura: sono solo fonte di precarietà  e di sudditanza ingiustificate.
Naturalmente i provvedimenti potrebbero essere ancora tanti, ma già  così si raggiungerebbe una soglia di accettabilità  che oggi è scomparsa dal nostro ordinamento.

Ridisegnare il sistema delle tivù locali
Maurizio Giunco, presidente Frt, Federazione radio televisioni
L’evoluzione tecnologica sta spingendo sempre più verso l’ingresso massiccio dei telefonici attraverso la Lte. Così le tivù hanno dovuto cedere frequenze della banda 800 e presto ne spariranno altre della banda 700. Non possiamo semplicemente dire: non siamo d’accordo, le frequenze non si toccano. Ma è vero che il sistema televisivo, finora basato sull’asset delle frequenze, cambia radicalmente. È la conseguenza di una scelta fondata su una modalità  di assegnazione di bandi regionali per cui l’unico obiettivo è stato quello di eliminare le emittenti locali. Un risultato da raggiungere senza alcun serio criterio di selezione.
È vero, in Italia c’è un numero impressionante di televisioni locali, di cui la maggioranza non ha dignità  editoriale e consistenza patrimoniale. Ma se si deve fare una selezione, bisogna partire da un modello di business che, andando anche alle origini delle tivù commerciali, si basi sulla loro funzione informativa e di intrattenimento sul territorio. Nel tempo, infatti, c’è stata una deriva, amplificata anche dall’arrivo del digitale con il proliferare delle televendite. Sta di fatto che le frequenze hanno perso valore mentre è enormemente cresciuto quello dei contenuti, ormai elemento strategico di tutto il sistema.
Fatte queste premesse, al futuro governo chiediamo di ridisegnare completamente il sistema per salvare l’emittenza locale che è ancora un elemento culturale importante di un Paese che, per la sua storia e per la sua conformazione geografica, è composto da molteplici culture.
Bisogna mettersi intorno a un tavolo insieme al governo e ai maggiori operatori (Rai, Mediaset, Sky, La7) e cercare di far emergere i problemi comuni. Se nel rapporto con la politica continuiamo ad agire su punti particolari o a richiedere solo assistenza economica, ci limiteremo a piccole battaglie e metteremo delle toppe che non eviteranno la scomparsa del settore.
Invece, dobbiamo fare in modo, come in altri Paesi, che chi richiede una concessione dia allo Stato delle garanzie sul saper svolgere concretamente un ruolo. Insomma, si può anche scendere da 600 a 60-80 operatori e da 2mila a 100 canali, ma quelli che rimarranno dovranno sapere effettivamente fare televisione e saper stare sul mercato.

E-privacy: no a una legge troppo restrittiva
Simona Zanette, presidente di Iab Italia, Interactive advertsing bureau, e country manager di Alfemminile.com
In generale ci vorrebbe una maggiore sensibilità  nel capire l’importanza che il digitale riveste per il futuro del Paese. Per prima cosa bisognerebbe quindi alzare il livello di attenzione e considerare l’Agenda digitale e il comparto dell’advertising in particolare come una leva positiva per risollevare le sorti dell’economia e come un’opportunità  per i giovani e lo sviluppo del Paese. Solo se si afferma questa consapevolezza, potremo sperare di giocare ad armi pari con gli altri 27 Paesi europei. In pratica occorre puntare su una maggiore alfabetizzazione digitale del Paese, a partire dalla pubblica amministrazione.
Un argomento cruciale per il settore della comunicazione on line, per gli editori, gli imprenditori pubblicitari e le concessionarie on line, è la legge sulla e-privacy. È una questione cruciale perché il provvedimento potrebbe avere un impatto devastante sulla nostra industry. È impensabile arrivare a una legge che copra, in egual misura, dati sensibili e dati non sensibili. Il lavoro di tracciatura della navigazione degli utenti, condotto da un editore o da una terza parte che si occupa di behavioral targeting, non ha niente a che vedere con i dati sensibili. Tutt’altra cosa è la tracciatura attraverso i cookie che può fare una banca o un altro ente per identificare esattamente l’utente, con nome e cognome e tutti gli altri dati sensibili. Se la nuova legge sulla e-privacy non tenesse conto di questa differenza fondamentale creerebbe un grosso danno al nostro settore, facendoci fare un passo indietro rispetto agli altri Paesi. Ci sarebbe inoltre il rischio di creare uno squilibrio, a danno degli operatori italiani nei confronti delle multinazionali come Amazon, Google e Facebook, che si regolano in base a norme meno severe come quelle in vigore negli Stati Uniti. Chiediamo quindi una maggiore sensibilità  anche su questo tema: bisogna fare attenzione a non approvare una legge troppo restrittiva che penalizzerebbe le nostre aziende.

Serve una nuova audiradio
Roberta Lai, amministratore delegato di Radio 24 (Gruppo 24 Ore)
È la solita storia all’italiana. C’è una legge che stabilisce che le provvidenze all’editoria debbano andare a quelle realtà  che garantiscono una certa percentuale di informazione sul palinsesto, ed ecco che le aventi diritto da 350 emittenti passano magicamente a 800, praticamente tutte le emittenti italiane. Perché in Italia spesso va così, fatta la legge, trovato l’inganno: basta comprarsi da qualche agenzia una decina di giornali radio al giorno e il gioco è fatto alla faccia di chi produce e investe davvero in informazione. Come noi di Radio 24 che abbiamo 36 giornalisti che sfornano news e programmi di informazione non stop. Non si può andare avanti. Va assolutamente rivisto il livello di accesso alle provvidenze, vanno ristabiliti dei criteri seri di assegnazione delle risorse.
Un altro punto nodale del comparto radiofonico è lo sviluppo digitale. Finita la fase di test da poche settimane le autorità  hanno rilasciato i diritti di trasmissione ed è stata completata la copertura di gran parte del Nord d’Italia.
Resta la questione dei tempi di transizione dall’analogico al digitale. In assenza di uno switch off che imponga il passaggio, la palla è in mano ai protagonisti del comparto che devono sincronizzarsi per fare un passo dopo l’altro. Noi abbiamo fatto il nostro investendo non poco nella rete tecnologica, ora tocca ai produttori di auto che devono spingere per dotare le vetture di lettori compatibili con questa tecnologia.
Infine c’è la questione legata alla rilevazione dei dati di ascolto. In linea con le indicazione dell’Agcom, stiamo dando vita a un accordo che trovi la quadratura del cerchio tra le diverse esigenze degli editori, grandi e piccoli, nazionali e locali. Si va verso una situazione nella quale Radiomonitor di Eurisko sarà  la società  di riferimento per i dati nel giorno medio, misurati con un’indagine telefonica simile alla vecchia Audiradio. Mentre Ipsos offrirà  i dati su 7, 14, 21 e 28 giorni adottando il meter, un software che si installa su qualsiasi smartphone e che permette di misurare l’ascolto in mobilità . Il ricorso al meter incontra l’esigenza espressa dall’Agcom di adottare una rilevazione tecnologicamente più moderna ed evoluta anche se non è una tecnologia a basso costo. Per questo stiamo cercando una soluzione che non lasci indietro nessuno.
Una cosa è certa: è necessario che si arrivi presto a varare una nuova Audiradio. Seguendo le linee guida tracciate dall’Agcom tutti gli operatori del comparto devono avere una realtà  condivisa dove ritrovarsi, discutere e prendere decisioni. Un’industry importante come quella radiofonica non può pensare di andare avanti senza una casa comune.

Più cultura digitale nelle imprese
Maurizio Cuzari, presidente e ad di Sirmi (consulenza marketing, ricerche di mercato e comunicazione nel settore digital technology) e consigliere esecutivo di Prospera (associazione no profit)
Se il governo facesse anche solo il 30% di tutto quello che è stato inserito nell’Agenda digitale (fin troppo) saremmo più che contenti. Il problema del digitale è che finora si è sviluppato attorno al consumatore piuttosto che alle aziende: ci si è preoccupati di vendere tivù, iPhone, pc e dispositivi tecnologici invece di far crescere le imprese in questa direzione.
Bisogna scrostare la burocrazia e bisogna risolvere i numerosi problemi di normative, di rappresentatività , di compatibilità  tra tecnologia e utilizzo pratico. Un esempio: la firma digitale e la posta elettronica certificata sono già  delle basi importanti, ma il fatto che la Guardia di finanza non le ritenga valide è un grande impedimento alla crescita.

Distribuire le risorse pubblicitarie
Norma Rangeri, direttore del Manifesto
‘Segui i soldi’ non è solo l’infallibile metodo per arrivare ai colpevoli di tanto malaffare italiano. È anche la bussola più sicura per arrivare alla causa dell’enorme potere gestito dalla televisione (e da una televisione più delle altre). In Italia (e solo in Italia) la tivù si mangia la gran parte della torta pubblicitaria, lasciando le briciole alla carta stampata e poco più di niente all’editoria senza partiti, né padrini né padroni. Ecco, dal nuovo governo vorrei una piccola rivoluzione nella redistribuzione delle risorse, essenziali in un settore travolto dalla crisi. Vorrei un sistema come c’è in Francia, in Germania e negli Stati Uniti, Paesi che assegnano la fetta più grande della torta all’informazione scritta. Nella campagna elettorale nessuno parla di questo nervo scoperto del nostro sistema. Sarà  perché siamo avvolti in un gigantesco conflitto di interessi tra informazione e politica?

Rinnovare il tax credit
Nicola Borrelli, direttore generale Cinema del Mibac, ministero per i Beni e le attività  culturali
Chiediamo il rinnovo triennale del tax credit; una norma che ridefinisca i livelli di competenza tra Stato e Regioni; una nuova legge per la revisione cinematografica; la lotta alla pirateria; l’aggiornamento degli strumenti di intervento a favore dell’esercizio attualmente non finanziati a sufficienza (dal seminario Anec 29-31 gennaio).

Sostenere chi informa il territorio
Marco Montrone, presidente e ad di Radionorba e responsabile digitale del Gruppo Norba
Per noi è fondamentale ottenere al più presto l’applicazione corretta della legge sui contributi alle emittenti radiotelevisive che svolgono servizio pubblico. Contributi che devono andare nella quota stabilita dal legislatore a chi informa davvero la popolazione sul territorio, altro che le due edizioni regionali del tg Rai.
La regolamentazione che chiediamo non serve solo a sostenere chi fa massicci investimenti nell’informazione e nella programmazione, ma anche al sistema Paese la cui ricchezza al 70% è garantita dalle piccole e medie imprese. Un tessuto produttivo che ha come interlocutori privilegiati non certo tivù nazionali, come Rai e Mediaset, ma piuttosto le emittenti locali e regionali.
Sul fronte radiofonico chiediamo che l’Agcom intervenga con determinazione sulla questione delle rilevazioni dei dati di ascolto. Con la fine di Audiradio il comparto negli ultimi anni ha vissuto in una specie di limbo dove non è mai stato chiaro a chi affidare il compito di certificare l’audience. Si sono fatte avanti tante proposte, alcune degnissime, ma nessuna è ancora riuscita a unificare il comparto. In questo momento, ad esempio, la doppia presenza delle proposte di Ipsos e Gfk Eurisko, ognuna con la sua metodologia, impedisce di fatto l’uniformazione dei dati da mettere sul mercato.
La situazione è tale per cui gli editori più piccoli non possono permettersi la costosa rilevazione meter col risultato che ne esce un panorama spaccato tra radio nazionali e locali, una visione profondamente scorretta dal punto di vista commerciale. Al mercato pubblicitario servono dati condivisi e uniformati, in linea con il Paese reale e l’Agcom ha il dovere di prendere posizione indicando un cammino comune.

La cultura, industria per il rilancio del Paese
Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica, Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali, e produttore di Cattleya
Spero in un salto di mentalità : credere veramente che la cultura sia una grande risorsa per la rinascita economica e civile del Paese e considerarla come un’industria al pari dell’energia e delle infrastrutture.
Per creare un pubblico e far nascere i protagonisti dell’industria di domani è essenziale agire sull’istruzione e la formazione con un’unità  di intenti tra il ministero per i Beni e le attività  culturali e quello dell’Istruzione. Bisogna introdurre corsi di cinema nelle scuole e istituire scuole di cinema di eccellenza. Abbiamo solo il Centro sperimentale di cinematografia che ha un output limitato; in Francia ce ne sono una dozzina.
Auspico anche un intervento di riequilibrio del circuito delle sale: fare una mappatura a livello nazionale e semplificare la burocrazia a livello regionale e comunale per incentivare gli imprenditori che vogliono investire nel settore. E accelerare la digitalizzazione delle sale: la pellicola sparirà  entro l’anno.
Per le televisioni sarà  necessario vigilare con Agcom sull’applicazione del nuovo regolamento per le quote di finanziamento e di programmazione a favore delle opere cinematografiche italiane, in modo che l’investimento sia mirato all’acquisto di diritti e anche di quote senza comunque togliere ai produttori la proprietà  dell’opera. Per la Rete, mi auguro un regolamento di Agcom molto forte contro la pirateria e una politica di incentivazione delle offerte legali.
Infine, il MiBac necessita di nuove risorse – la fiction deve rientrare nelle competenze del ministero e beneficiare del tax credit al pari del cinema – attraverso un prelievo sugli over the top, come in Francia.

Ridefinire chi ha diritto alle risorse
Sandro Parenzo, presidente del gruppo Mediapason
Nel comparto delle tivù locali è urgentissima una ridefinizione delle emittenti che hanno diritto alla quota di risorse prelevata dal canone Rai. In una situazione economica disastrosa come questa non è facile parlare di contributi, ma dobbiamo farlo perché sono una risorsa legittima e necessaria che da troppi anni viene dilapidata, assegnandola a chi non ne avrebbe titolo.
Mettere nuove regole per definire gli aventi diritto, assegnando, come era indicato originariamente, non meno del 70% delle risorse alle tivù che svolgono una reale funzione informativa e di servizio pubblico. Su 800 televisioni locali e areali ne dovrebbero rimanere al massimo una cinquantina, quelle che per numero di dipendenti e soprattutto per attività  giornalistica garantiscono un palinsesto informativo degno di questo nome. In Lombardia, ad esempio, ne resterebbero cinque al massimo.
Una radicale razionalizzazione delle televisioni locali libererebbe frequenze per le telecomunicazioni. Come siamo stati costretti a fare di recente per dare spazio alla telefonia mobile in banda larga. Un vero e proprio esproprio a nostro danno: dovevano arrivare 900 milioni di euro e invece ne abbiamo visti solo 400. Un’ingiustizia che ho vissuto sulla mia pelle con Antenna 3, aquistata per 20 milioni di euro e ceduta allo Stato per 5 milioni. Inoltre, non è più rinviabile una regolamentazione equa delle risorse pubblicitarie: perché Rai e Mediaset si spartiscono gran parte degli introiti lasciando agli altri le briciole. Redistribuire equamente le risorse permetterebbe ad altri soggetti – e penso a big mondiali come Bbc e Warner – di entrare in questo mercato rendendolo più libero e pluralista, ma anche creare le condizioni perché venga premiato chi lavora meglio e porre le basi per ottimizzare la comunicazione pubblicitaria, permettendo che gli investitori locali vadano sui mezzi locali senza essere depredati dall’ingordigia delle tivù nazionali. Oltretutto, in questa deregulation, dobbiamo anche lottare contro la concorrenza sleale delle pay. Fanno dumping abbassando oltre ogni limite accettabile il prezzo degli spazi pubblicitari. Arrivano a vendere pacchetti di spot a cinque euro.

Regole precise suL diritto d’autore in Internet
Giovanna Maggioni, direttore generale Upa, Utenti pubblicità  associati
Certamente abbiamo molti punti aperti nel confronto con il governo ma forse uno dei prioritari, nell’ottica dell’innovazione e della crescita, è quello legato a Internet. Affrontare decisamente e in tempi rapidissimi non solo il tema della banda larga (i ritardi tecnologici penalizzano i Paesi anche dal punto di vista economico, basti pensare al nostro ritardo nella pubblica amministrazione) ma in particolare il tema della gestione del diritto d’autore in Internet, con regole precise e pragmatiche che diano trasparenza al sistema. Il riconoscimento del lavoro intellettuale e del suo valore anche sul web rappresenterà  una svolta per questo mezzo di comunicazione.

Sostenere l’informazione per l’estero
Daniela Viglione, amministratore delegato dell’Agi
Al nuovo governo chiediamo di assicurare il pluralismo dell’informazione primaria, pilastro della democrazia, seguendo criteri di qualità  ed efficienza e sostenendo i servizi di informazione per l’estero, indispensabili per rafforzare l’immagine del Paese, delle istituzioni, delle imprese e dei talenti italiani.

Concentrare gli investimenti pubblici in comunicazione
Marco Fanfani, ceo e group country manager Tbwa\Italia
ll nuovo governo dovrebbe innanzitutto rivalutare il ruolo della pubblicità , credere davvero che possa funzionare come strumento decisivo per favorire la ripresa. La prima cosa da fare sarebbe quella di smettere di disperdere in mille rivoli gli investimenti pubblici in comunicazione, concentrando l’impegno su quattro o cinque temi chiave. Penso, ad esempio, che evasione fiscale, turismo, sostegno all’export potrebbero essere temi forti su cui metterci alla prova. Si dovrebbe creare un organismo di coordinamento simile al Coi (Central office of information) inglese e ci sono un sacco di professionisti di valore del settore attualmente non in organico ad alcuna struttura che potrebbero costituire i quadri, leggeri, di un’organizzazione in grado di fare la regia e la pianificazione degli interventi individuati come strategici. Tramite appropriate gare, infine, andrebbero affidate a poche agenzie progetti a media-lunga scadenza, valutando alla fine del ciclo il rapporto tra investimenti fatti e risultati effettivamente conseguiti.

Agire su abbonamenti, tariffe e spese vive
Sarina Biraghi, direttore del Tempo
L’allarme sulla fine imminente della carta stampata arriva da tutte le parti. Io continuo a essere ottimista e a pensare che il giornale debba oggi essere capace di veri e seri approfondimenti per farsi leggere. Proprio per aiutare un mondo in difficoltà  come è quello dell’editoria, penso che il prossimo governo dovrebbe approntare misure concrete per agevolare in modo serio – e non a pioggia – le imprese editoriali, agendo su quelle voci – gli abbonamenti, i costi telefonici, eccetera – che sono spese vive e che pesano in modo rilevante e spesso insopportabile sulle spalle delle aziende. Anche se riconosco che in questi ultimi tempi molto si è fatto, bisogna pur dire che molto resta ancora da fare.

Valorizzare le frequenze, ‘petrolio del XXI secolo’
Antonio Sassano, professore ordinario di ricerca operativa presso il dipartimento di ingegneria informatica della Sapienza di Roma
Al prossimo governo suggerirei di concentrare la propria attenzione su un tema apparentemente tecnico, ma che potrebbe avere positive ricadute su tutto il settore delle comunicazioni: la valorizzazione dello spettro elettromagnetico, delle frequenze insomma.
Lo spettro elettromagnetico è stato definito il ‘petrolio del XXI secolo’. Ne avremo bisogno per potenziare le reti di comunicazione mobile e la diffusione di Internet in mobilità . Sarà  certamente necessario per realizzare i principali punti dell’Agenda digitale 2020: da una copertura mobile diffusa ai pagamenti elettronici e alle smart cities. La Commissione europea e gli Usa hanno avviato piani ambiziosi per una sua valorizzazione, programmando la liberazione di larghissime porzioni di spettro sottoutilizzate. L’amministrazione Obama prevede di incassare fino a 30 miliardi di dollari con le aste previste nel 2014.
Il nostro nuovo governo dovrebbe agire in più direzioni. Innanzitutto, ricostruire le strutture operative destinate ad amministrare l’uso di questa risorsa; dagli ispettorati territoriali, attualmente non in grado di svolgere i compiti istituzionali di contrasto dell’abusivismo e di verifica del rispetto dei vincoli d’uso, agli uffici centrali dedicati al coordinamento internazionale o alla rappresentanza dell’Italia presso gli enti normatori internazionali come l’Itu, International telecommunication union. Un Paese non rappresentato nei gruppi di lavoro Itu, che decidono le regole d’uso dello spettro elettromagnetico, condanna infatti la sua industria di settore alla marginalità  e se stesso al continuo inseguimento di regole di coordinamento decise da Paesi non circondati dal mare su tre lati.
Valorizzare lo spettro significa anche liberarlo da usi improduttivi (militari o civili), assegnare le frequenze con aste pubbliche, pretendere il pagamento di canoni annuali correlati con il valore delle frequenze, porre fine alla cattiva abitudine di occupare le frequenze al solo fine di poter vendere al miglior offerente la propria disponibilità  a interrompere l’occupazione, spesso abusiva, di un bene pubblico. I risultati della razionalizzazione e valorizzazione dello spettro potrebbero essere molteplici: una nuova e non trascurabile fonte di entrata per il bilancio pubblico, una crescita della credibilità  del Paese sui tavoli di coordinamento internazionali, un aumento delle risorse frequenziali per la banda larga mobile, una forte spinta verso la separazione verticale tra operatori di rete e fornitori di contenuti, cioè verso l’uso dello spettro da parte di operatori di rete specializzati disposti a pagare tariffe correlate al valore e ad affittare la capacità  trasmissiva prodotta a fornitori di contenuti altrettanto specializzati. Per un nuovo e più dinamico ecosistema della comunicazione.

Agire non solo per il cinema, ma per l’audiovisivo
Fabiano Fabiani, presidente dell’Apt, Associazione produttori televisivi
Come cittadino vorrei che le parole d’ordine del nuovo governo fossero ricerca, occupazione e scuola, di cui il mastice è la cultura che dovrebbe avere il rilievo che finora non ha avuto. Come rappresentante dei produttori televisivi auspico che, adeguandosi alla normativa europea, sia riconosciuto a pieno titolo con un atto legislativo la figura del produttore indipendente. E che il nuovo governo agisca, oltre che per il cinema, per l’audiovisivo, il comparto che comprende tutte le industrie creative. Mi auguro, quindi, che la Direzione generale per il cinema cambi il suo nome in Direzione generale per l’audiovisivo, che a tutti i settori sia esteso il regime fiscale del tax credit e che si prevedano sostegni per incentivarne l’internazionalizzazione.
Desidererei, inoltre, un’Agcom dotata di strumenti sanzionatori più efficaci, per imporre alle televisioni il rispetto delle quote di legge e prassi contrattuali eque e trasparenti, e una legge di riforma della Rai che assicuri l’indipendenza e l’autonomia del suo management.

Conflitto di interessi e squilibrio in pubblicità 
Massimo Cestaro, segretario generale Slc, sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil
Senza dubbio la prima emergenza per il sistema dell’informazione in Italia è l’introduzione di norme che affrontino e risolvano l’aberrazione del conflitto di interessi. Tanto si è detto e tanto si è scritto, ma nulla s’è fatto e ancora oggi rischiamo di essere impassibili rispetto all’ipotesi, candidamente annunciata in campagna elettorale, che il proprietario di un impero mediatico, qualora vincesse il suo schieramento, possa insediarsi al ministero dello Sviluppo economico che, per la funzione che quel dicastero ha in tema di regolazione del sistema della comunicazione, non è affatto meno grave (anzi!) che lo stesso imprenditore sieda sullo scranno di Palazzo Chigi. In questo senso è utile sottolineare l’iniziativa che diverse associazioni a livello europeo (tra cui Slc-Cgil) stanno avviando attraverso una raccolta di firme a sostegno di una normativa europea finalizzata a tutelare il pluralismo dell’informazione, contro le concentrazioni e, naturalmente, contro i conflitti di interesse. La seconda esigenza è che, finalmente, si affronti il tema dell’informazione e della comunicazione nel suo insieme, a partire da qualche elemento di regolazione del mercato pubblicitario. C’è un evidente squilibrio a scapito della carta stampata che, anche per questo, è attraversata da una crisi pesantissima che rischia di compromettere i processi di innovazione tecnologica. La novità  di questi ultimi anni è, infatti, il consumo di informazione attraverso la nuove piattaforme digitali: l’informazione attraverso la carta è in lenta diminuzione (complice, in parte, anche la contrazione del potere di acquisto delle persone) mentre l’informazione disponibile sulle nuove piattaforme è in crescita esponenziale straordinaria, seppur con ricavi pubblicitari ancora molto contenuti. Questa ‘esplosione’ pone alcuni interrogativi a cui sarebbe opportuno dare qualche risposta: la prima riguarda la ‘certificazione’ delle fonti, troppo spesso anonime (è utile ricordare che l’informazione è un bene costituzionalmente tutelato a garanzia dei cittadini); la seconda riguarda la condizione di lavoro di quanti operano in questo ‘nuovo mondo’, le loro tutele e le loro garanzie, assunto che vi è una correlazione strettissima tra protezione individuale e libertà  di espressione. Ciò vale per i giornalisti, ma anche per grafici e poligrafici. L’altro elemento è la garanzia del sostegno pubblico. Il pluralismo è anche quello delle ‘cento città ’ che rappresentano la nervatura del nostro Paese. Non è ipotizzabile che testate locali e/o emittenti radiotelevisive possano sopravvivere confidando solo sull’autofinanziamento. In passato il contributo pubblico è stato fonte di sprechi e di distorsioni. Tuttavia, l’alternativa non può essere la continua incertezza sull’entità  del finanziamento pubblico o, peggio ancora, la sua estinzione. I profeti del mercato che, anche in queste ore di campagna elettorale si alternano teorizzando l’eliminazione del finanziamento pubblico, sarebbero più coerenti e più trasparenti se avessero il coraggio di proporre l’abrogazione dell’articolo 21 della nostra Costituzione.

Salvare l’industria discografica dall’estinzione
Caterina Caselli, presidente di Sugar Music
L’industria discografica è quella messa peggio, quasi alle soglie dell’estinzione, perché in un settore dove i pochi successi ripagano i molti tentativi ci sono sempre meno risorse da investire. Al nuovo governo chiederei di adottare subito iniziative urgenti su tre punti fondamentali.
Rafforzare la battaglia contro la pirateria commerciale che impoverisce il nostro Paese, consentendo all’Agcom di adottare procedure amministrative per chiudere rapidamente quei siti di scambio illegale che proliferano rubando i frutti del nostro lavoro e che incassano proventi pubblicitari da imprese e marchi anche molto importanti. La legalità  “non è un optional”, diceva il professor Mario Monti.
Allargare l’area di applicazione del tax credit dal cinema alla produzione musicale dei nuovi artisti estendendolo anche all’opera seconda, quella che spesso è decisiva per l’affermazione.
Rafforzare i primi timidi segnali di ripresa che vengono dalle vendite digitali (soprattutto in Usa) allineando l’Iva al 4% anche sui prodotti musicali.

Incentivi a chi investe in comunicazione e marketing
Daniele Tranchini, ceo di Publicis Worldwide Italia
Non siamo mai stati nel cuore di alcun governo, dal prossimo spero che arrivi innanzitutto la capacità  di riavviare il circolo virtuoso per cui lo sviluppo crea fiducia, consumi, crescita, investimenti in pubblicità . In questo contesto il futuro premier non dovrebbe sottovalutare la possibilità  d’incentivare le aziende a investire in marketing e comunicazione. E poi va usata la leva delle liberalizzazioni sul versante dei media, favorendo un ampliamento e un ammodernamento dell’offerta. Su questo fronte è essenziale, innanzitutto, spingere forsennatamente l’acceleratore sull’ammodernamento dell’infrastruttura digitale, investendo su un versante vitale per tutti gli attori del sistema della comunicazione e per le imprese.

Una legge Per promuovere la lettura
Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice Laterza
Nata nel marzo 2006 per volontà  di un gruppo di bibliotecari, librai e editori, l’associazione Forum del libro nel 2011 ha aperto un tavolo di discussione per scrivere un testo di legge d’iniziativa popolare per la promozione della lettura in Italia. Ora, in vista delle elezioni politiche, si sta dando molto da fare per portare questo tema all’attenzione dei futuri parlamentari, ha scritto un documento su cui è in corso una raccolta di firme e lo ha inviato in forma di lettera aperta ai candidati chiedendo loro “un impegno concreto a operare nella prossima legislatura a favore del libro e della lettura”. Lo scopo è “stabilire un filo diretto con il mondo politico con l’intenzione di verificare periodicamente cosa abbiano fatto in concreto i parlamentari che hanno sottoscritto questo impegno”, come spiega l’editore Giuseppe Laterza che dell’associazione è uno dei promotori. Ecco in sintesi i cinque punti su cui si basa la proposta legislativa del Forum del libro (per il testo completo vedi nei Documenti di Primaonline.it).
Scuola: Riconoscere le biblioteche scolastiche come parte qualificante del processo formativo, presenti in tutte le scuole. Istituire e prevedere in organico la figura del bibliotecario scolastico.
Biblioteche e cittadinanza: Abrogare l’articolo 19 del decreto sulla spending review, che esclude i servizi culturali dal novero delle funzioni fondamentali dei Comuni. Modificare l’articolo 15 della legge sul diritto d’autore per rendere gratuite le letture pubbliche effettuate nelle biblioteche e promuovere il rafforzamento della rete bibliotecaria nazionale attraverso un capitolo specifico di investimento nei bilanci pubblici.
Librerie di qualità : Come già  accade in Francia, riconoscere le librerie di qualità , garantendo fra l’altro l’accesso ad agevolazioni fiscali legate anche alla locazione delle sedi e priorità  nella fornitura alle biblioteche.
Leggere in Rete: Riconoscere pienamente ai libri elettronici la natura di prodotti culturali, anche dal punto di vista fiscale, garantire la libera disponibilità  in formato digitale dei prodotti della ricerca finanziata per oltre il 60% con denaro pubblico. Avviare un progetto nazionale di digitalizzazione per i libri fuori commercio e per quelli fuori diritti.
Un piano per la lettura: Modificarne la forma e l’assetto del Centro per il libro e la lettura, dotandolo di maggiore autonomia e rilanciandone l’azione, anche con strumenti normativi e finanziari adeguati a garantire operatività  ed efficacia.

Regolamentare il lobbying
Patrizia Rutigliano, presidente della Ferpi
La regolamentazione delle professioni che svolgono la rappresentanza di interessi, il lobbying, è divenuta un’urgenza per le democrazie moderne e dunque non più rinviabile anche nel nostro Paese. Il Registro dei lobbisti attivato presso il ministero delle Politiche agricole e forestali ha rappresentato un passo avanti, ma è necessario un intervento normativo sia per l’attività  parlamentare sia per i principali organi istituzionali, come la presidenza del Consiglio dei ministri e i ministeri. Da anni Ferpi è impegnata nel sostenere il riconoscimento e la regolamentazione della rappresentanza di interessi, con una proposta normativa in materia, al fine di garantire la trasparenza del processo decisionale e rafforzare il ruolo delle istituzioni.
Un tema che riteniamo sia entrato a pieno titolo nell’agenda politico istituzionale con il governo Monti, al quale va riconosciuto di aver fatto parecchio per la nostra professione, nonostante il poco tempo a disposizione. In tal senso, come Ferpi auspichiamo che il nuovo governo possa dare un’accelerata a questa esigenza con un intervento normativo in grado di garantire uniformità  nell’approccio ed evitare che ciascuna istituzione potenzialmente coinvolta proceda autonomamente, determinando una proliferazione di provvedimenti. Un intervento che, nell’ottica di una sempre maggiore competitività  delle imprese, ma anche del privato sociale (e di tutte quelle organizzazioni che in forma diversa hanno nelle attività  di rappresentanza di interessi un momento importante dell’interazione con il decisore pubblico), metta in agenda quanto prima la riconoscibilità  di chi interviene nel dibattito pubblico. Un elemento fondamentale per consentire di operare in condizioni del tutto serie e trasparenti, a tutela delle parti e dei soggetti impattati dalle decisioni assunte dalle istituzioni.
Da sempre Ferpi è impegnata a fare di credibilità  e competenza parole chiave per soddisfare la richiesta di trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica. Un intervento normativo in questa direzione risulterebbe, pertanto, determinante e in linea con il percorso complessivo sin qui compiuto. Un iter particolarmente lungo e complesso, finalizzato all’affermazione di un’attività  riconosciuta solo di fatto e non di diritto che, lo scorso 7 gennaio, ha portato all’emanazione, a firma del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro delle Politiche europee, del decreto di iscrizione di Ferpi nell’elenco delle associazioni nazionali rappresentative delle professioni non regolamentate. Di fatto, l’effettivo riconoscimento dell’autorevolezza della rappresentanza a chi svolge relazioni pubbliche nel nostro Paese, ma non ancora abbastanza.

Sostegno alla famiglia, all’occupazione giovanile e all’informazione
Don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana e direttore editoriale di San Paolo Periodici
Dopo tanto rigore il prossimo governo dovrà  muoversi con maggiore equità  per ripartire con più giustizia gli oneri. I soldi bisogna andarli a cercare dove ce ne sono di più, in un Paese dove il 10% detiene il 50% della ricchezza nazionale. Si dovrà  puntare alla crescita in una situazione dove la povertà  riguarda una fascia del 10% in crescita. E c’è il problema di una disoccupazione giovanile al 30% che al Sud riguarda un ragazzo su due. Inoltre, la politica deve sostenere le famiglie: a differenza di altri Paesi dove i figli sono una ricchezza, in Italia diventando genitori si rischia di impoverirsi. Non è un caso che le politiche sulla famiglia rappresentino l’1,2% del Pil, esattamente la metà  della media europea. L’Italia è un Paese vecchio, dove i politici pensano alle prossime elezioni e non c’è alcun statista che pensa a cosa saremo fra dieci anni.
Infine, come editori vorremmo che l’informazione fosse considerata un bene prezioso per il Paese e la sua crescita. In Italia c’è libertà  di stampa, ma c’è sempre meno la possibilità  di esercitarla. Al di là  della crisi, bisognerebbe riproporzionare gli investimenti pubblicitari mettendo un tetto a quelli televisivi come avviene in altri Paesi. E poi, non chiediamo sovvenzioni, ma incentivi alle assunzioni in modo da diminuire il costo del lavoro. Insomma, favorire l’aumento delle voci libere a svantaggio del pensiero unico. Se non ci fosse stato coraggio nell’informare, l’opinione pubblica non sarebbe stata messa a conoscenza di tanti scandali.

L’articolo è sul mensile ‘Prima Comunicazione’ n. 436 – Febbraio 2013