FICTION: FATTURATO PRODUZIONE -24% DAL 2008,PRIVILEGIATO L’IMPORT

(AGI) – Roma, 18 apr. – Una perdita secca del 24% dal 2008 al 2012 nel fatturato della produzione della fiction in Italia, in coincidenza con l’avvio della crisi economico-finanziaria del Paese ed internazionale. Il fatturato si attesta oggi a 650 miliardi di euro. E la tendenza e’ quella di non considerare la fiction di interesse imprenditoriale, tanto e’ vero che si importa piu’ che esportare produzione. E’ il macrodato del quarto Rapporto Fiction presentato oggi dall’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli per conto dell’APT (Associazione produttori televisivi presieduta da Fabiano Fabiani), Sviluppo Lazio e RomaFictionFest. E ancor piu’ negativo e’ il trend dell’intero comparto audiovisivo nello stesso arco di tempo: meno 31%, evidenzia il Rapporto illustrato da Bruno Zambardino, che con Flavia Barca, entrambi della Fondazione Rosselli, ha coordinato il gruppo di autori (Marta Palazzolo, Monica Sardelli e lo stesso Zambardino). L’industria italiana della fiction appare quindi in affanno, ma anche sempre piu’ concentrata: infatti si assiste a un rafforzamento del processo di contrazione con le prime 20 aziende che coprono oltre il 70% del mercato. Dal 2009 al 2011 c’e’ stata una crescita dell’1,3% del fatturato delle 20 imprese big del settore. Contestualmente aumenta il numero di realta’ afflitte da forte sottocapitalizzazione, discontinuita’ produttiva e difficolta’ di accesso al credito, e pertanto sempre piu’ soggette a un tasso di mortalita’ imprenditoriale che e’ molto elevato. E a conferma dell’affanno in cui versa l’industria italiana del settore c’e’ la bilancia commerciale mostrare una “grave e inesorabile” tendenza al declino: in 5 anni, dal 2006 al 2011, le importazioni di fiction sono cresciute del 67% su base nazionale, mentre l’export e’ calato del 58%, ovvero deficit di oltre 200 milioni di euro. Questo comporta un duplice effetto ‘perverso’: da un lato i palinsesti accolgono una quota sempre magigore di prodotto estero (dai costi inferiori a quelli domestici), restringendo gli spazi per la fiction nazionale; dall’altro, a parte casi isolati, lo scarso appeal della nostra produzione all’estero preclude le possibilita’ di reperire risorse sui mercati internazionali attraverso lo strumento delle coproduzioni, considerata invece una strada maestra per invertire la rotta e rafforzare la presenza italiana all’estero. E peraltro l’Italia e’ il Paese europeo che importa il maggior numero di ore di serie di fiction tv e che spende la cifra maggiore in acquisto di serie straniere, specie dagli Usa. Altri dati del Rapporto presentato oggi: i volumi produttivi annui si sono ridotti di un terzo nell’arco di cinque stagioni, restringendo ulteriormente gli spazi di concorrenza tra le imprese; nel periodo settembre 2011-agosto 2012 solo il 33% della fiction trasmessa sulle reti italiane (pari a 580) era di produzione italiana, mentre il 51% (918) era di marca americana e il 16% (283) proveniente dal resto d’Europa; sulle reti ammiraglie dei broadcaster si addensa prodotto domestico pregiato (con ascolti che vanno sopra la media di rete), mentre sulle reti cosiddette ‘cadette’ si addensa quello estero di matrice prettamente seriale. Da rilevare anche che i dati evidenziano come l’Italia sia relegata in una posizione marginale rispetto ai principali competitor europei, vale a dire Regno Unito e Francia. A fronte infatti di un ridimensionamento del volume di affari, le performance risultano differenti da Paese a Paese: si va quindi dai 720 milioni nel regno Unito ai 537 della Francia (un mercato rivelatosi piu’ stabile degli altri negli anni della crisi mondiale), mentre l’Italia e’ a quota 270 milioni, con variazioni negative piu’ marcate rispetto alla media. Pero’ il decremento degli investimenti in produzione non corrisponde a un calo proporzionale nei ricavi delle reti tv. Infatti nel periodo preso in esame (e cioe’ il 2012, quando i dati sono quelli piu’ negativi) si osserva addirittura – rilevano gli autori del Rapporto – un miglioramento. Solo che le maggiori risorse incamerate non sono andate a rafforzare gli investimenti in fiction nazionale, nonostante i buoni ascolti suggerissero il contrario, ma si sono dirette su altri generi della programmazione tv del broadcaster o altre voci di costo. Nel 2011 la spesa in fiction nei tre mercati esaminati – Italia, Regno Unito e Francia – copre una porzione compresa tra il 12,3 e il 20,9% dei costi di programmazione dei broadcaster con oscillazioni differenti a seconda dei mercati in questione. In Italia si osserva una contrazione di oltre 6 punti percentuali dal 2009 al 2011, passando dal 18,6 al 12,3. In definitiva il 2012 ha visto un accentuarsi delle politiche di contenimento dei costi e di quelle mirate alle riduzioni dei budget di investimento destinati dai broadcaster alla produzione indipendente. Ed estendendo nel tempo l’analisi, con un calo verticale negli ultimi 5 anni con inevitabili conseguenze sui fatturati delle aziende e sui livelli occupazionali diretti e dell’indotto. Una crisi di sistema legata alla riduzione degli investimenti pubblicitari, al contenimento dei costi e internazionalizzazione, al taglio ai budget di investimento in produzione originale e al calo dei fatturati e dell’occupazione.

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