Il coraggio della disperazione – Intervista a Franco Siddi, segretario generale Fnsi (Prima n. 432, ottobre 2012)

Il leader del sindacato dei giornalisti Franco Siddi propone un confronto tra governo, editori e Fnsi per cercare di superare la crisi. E lancia proposte che faranno scoppiare polemiche nella categoria
“Il problema è da dove cominciare. La lista delle criticità  è lunga e, per limitarci ai casi più recenti, comprende: Il Secolo XIX con l’accordo per altri 16 prepensionamenti, mentre 10 riguardano Il Mattino di Napoli. All’agenzia Dire hanno annunciato 10 eccedenze, alla Agl 7 e alla Provincia di Frosinone e Latina parlano di difficoltà . Inoltre, alla Gruner+Jahr/Mondadori dichiarano 36 esuberi. E c’è il disastro dell’emittenza locale, come il caso di Sardegna Uno Tv”. Il segretario generale della Federazione della stampa Franco Siddi è visibilmente preoccupato. È da almeno tre anni che il sindacato è impegnato ad arginare gli effetti della crisi economica in generale e del settore editoriale in particolare con pesanti effetti sull’occupazione: finora sono stati coinvolti 1.139 giornalisti. “Siamo nella situazione drammatica di un sistema che non tira più”, spiega. “A parte i problemi legati alla fase economica e alla pubblicità , molte aziende – comprese le più grandi – sono in fase di trasformazione e ciò può significare importanti ricadute sull’occupazione. Inoltre, come sindacato di una categoria professionale non possiamo non rilevare che il clima più generale ha messo in crisi l’identità  dei giornalisti. E ne paghiamo il prezzo. La professione ha perso molto del suo appeal, si fa poco rispettare. E parti sempre più larghe della categoria più che lavorare come giornalisti, si sono trasformati in tifosi.
Prima – Mi aspettavo che parlasse di difficoltà , ma non che fosse così pessimista.
Franco Siddi – La crisi rimette in discussione tutto. E il nostro impegno è concentrato in questo momento nel salvare i pilastri di un sistema che deve cambiare molto. Per uscire da questa situazione è decisivo investire sul lavoro e sulla qualità  del prodotto, però è anche importante che lo Stato assuma un ruolo attivo e non si limiti a guardare. Il governo deve esprimersi con una politica di indirizzo, decidere se considera questo settore un bene e, di conseguenza, capire quali strumenti servono a garanzia e supporto del sistema.
Prima – Lei ha chiesto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Peluffo, di convocare un tavolo con tutte le parti interessate a un esame complessivo di tutti gli aspetti che riguardano il lavoro giornalistico per arrivare a un superamento della crisi dell’editoria.
F. Siddi – È indispensabile. Ci sono in ballo i diritti all’informazione, i reati d’opinione, i posti di lavoro, le riforme indispensabili per l’assetto del sistema e lo sviluppo equilibrato dei media, oltre che per un moderno ordinamento professionale. Problemi che si devono affrontare insieme: governo – e mi riferisco ai ministeri dello Sviluppo, del Lavoro e della Giustizia – editori e sindacato.
Penso a una discussione triangolare, a una sfida, in cui bisogna evitare di imboccare la solita scorciatoia – puntare a spillare un po’ di soldi – che ormai non porta da nessuna parte. Bisogna darsi da fare per trovare idee ed evitare che la situazione precipiti e cercare di capire che cosa nel sistema non regge più.
Prima – In pratica che cosa?
F. Siddi – Discutere per esempio del sistema della distribuzione, di centri stampa che forse bisognerebbe accorpare, di diversi orari di stampa. E magari anche accordarci con gli editori per evitare di fabbricare illusioni alimentando il lavoro nero e precario. Su questo anche governo e Parlamento hanno gravi responsabilità . Pensi alla riforma degli Ordini professionali: doveva servire a favorire lo sviluppo. Invece, è rimasto il freno di eccessivi elementi di burocraticismo. Si è persa un’altra occasione.
Prima – E la Federazione nazionale della stampa come intende contribuire?
F. Siddi – Intanto, è una mia idea, ma se emergono le condizioni reali per un piano del lavoro, sono disposto a lavorare per raffreddare le richieste economiche della categoria per due o tre anni. Parlo di un piano serio di impresa, che punti a nuovi posti di lavoro, senza espellere i più anziani. Non si può continuare a ricorrere a vecchie logiche. I prepensionamenti sono utili forse ad alleggerire i bilanci per un anno. Intanto, impoveriscono le imprese e le redazioni perdono la sfida con lettori che si indirizzano sempre più su altri strumenti d’informazione. Quindi, basta prepensionamenti a 58 anni, scaricando i costi sull’Inpgi, cioè sugli stessi giornalisti, visto che l’istituto di previdenza è autonomo. Bisogna alzare il limite ad almeno 60 anni. E magari dare la possibilità  tra i 60 e i 64 anni di lavorare part time, ricevendo subito il 50% della indennità  pensionistica maturata. Con i soldi risparmiati le aziende dovrebbero assumere per 3-4 anni giovani con ‘borse del lavoro’ e con la prospettiva di una loro stabilizzazione contrattuale. I nuovi giornalisti porterebbero freschezza nelle redazioni, potendo appoggiarsi all’esperienza dei più esperti. In questo periodo gli editori dovrebbero godere di agevolazioni fiscali con una politica di concreto sviluppo da parte dello Stato. Inoltre, anche il contratto necessita di innovazioni che mettano in moto un meccanismo virtuoso per l’occupazione.
Prima – Prima parla di raffreddare le retribuzioni, ora di rivedere la normativa contrattuale: non si sta spingendo un po’ troppo in là ?
F. Siddi – C’è bisogno di una riorganizzazione condivisa di un sistema di norme del secolo scorso. In 12 anni è successo di tutto fuori e dentro le aziende. Chiarito che il nostro contratto nazionale e le sue regole debbano continuare a riguardare i giornalisti, cioè operatori di un settore bene primario di una società  che si dica democratica, si possono interpretare le sue norme in maniera evoluta: capire quali nuove professioni sono emerse o se vi siano delle figure intermedie. Il nostro contratto già  può comprendere le novità  che si propongono con la nuova realtà  e l’organizzazione del lavoro determinata dai new media. Prima, però bisogna essere estremamente chiari: se gli editori pensano di risolvere la situazione espellendo le risorse che costano di più per riempire le redazioni di collaboratori co.co.co o con falsi contratti di collaborazione, non si va da nessuna parte.
Prima – Siddi, faccia esempi concreti di che cosa è pensabile cambiare.
F. Siddi – Si potrebbe rivisitare l’articolo 2, quello sui collaboratori fissi, e farlo diventare un elemento importante di flessibilità . Continuerebbe a garantire una certezza contrattuale, mantenendo all’interno delle aziende professionalità  qualificate. Tuttavia, le aziende continuano a vedere questi tipi di contratto come una forma di cappio. Comunque, di questi temi parleremo a metà  novembre in un seminario a cui parteciperanno la commissione contratto, i Cdr e alcuni esperti. Noi ci sforziamo di cercare delle soluzioni. Speriamo che anche le aziende finalmente capiscano che non si risolve tutto sottopagando.
Prima – I giornalisti sono consapevoli della situazione?
F. Siddi – Non tutti. C’è chi ritiene di essere al calduccio ed è convinto che i problemi riguardino altri.   E c’è anche chi, investito di botto dalle difficoltà , comunque ritiene che all’orizzonte arriverà  un ‘cavaliere bianco’ a salvare la situazione. Talvolta questi atteggiamenti sono stati favoriti da editori che hanno scambiato la pace in redazione con gli integrativi. Salvo poi fare i duri con il contratto collettivo. In ogni caso, forse non si è capito che nel 2013 si annunciano conseguenze ancora peggiori per la crisi. È inutile nasconderselo, alcune testate non ce la faranno. C’è il capitolo dolorosissimo che riguarda testate che hanno vissuto principalmente di contributi pubblici. E c’è quello delle emittenti televisive locali. Lì i nodi stanno venendo al pettine dopo lo switch off dall’analogico al digitale: molti editori si sono lanciati in investimenti trovandosi scoperti dal crollo della pubblicità  e da una concorrenza ancora più agguerrita.
Prima – Non c’è da stare allegri neppure per la Rai, stando alle dichiarazioni del direttore generale.
F. Siddi – In questo caso intendiamo essere molto rigorosi.   Vogliamo verificare i conti, vedere quale sia il disegno di sviluppo e capire se il servizio pubblico è in grado di affrontare la nuova realtà  decidendo di diventare motore dell’innovazione.
Prima – Intanto, si parla di tagli, di esodi incentivati.
F. Siddi   – Sì, nei corridoi parlano di un tesoretto messo da parte per far uscire tra i 150 e i 300 giornalisti. Noi non chiediamo che la Rai rimanga delle dimensioni di una corazzata. Però, è venuto il tempo di dire chiaramente come stanno le cose: decidere che 300 e più persone che all’interno della Rai vengono definite autori, programmisti o registi, in realtà  lavorano come giornalisti e come tali devono essere contrattualizzati. Si tratta di fare un lavoro di pulizia, pensando che probabilmente l’azienda risparmierebbe, anche in cause e indennizzi. In Rai ci sono potenzialità  enormi e per liberarle bisogna verificare le risorse e la loro collocazione, fare economie. Comunque, anche per discutere di questi problemi ho chiesto un incontro con il direttore generale Luigi Gubitosi. Vogliamo capire il futuro della Rai e richiedere anche una revisione massiccia della missione dei canali, che non può più rimanere quella affidatale dalla prima e dalla seconda Repubblica.
Prima – Note dolenti anche per la carta stampata.
F. Siddi – Alcuni casi sono davvero eclatanti. Pensi ai giornalisti di E Polis: una sessantina su cento non sono riusciti ancora a ricollocarsi. In questi due anni hanno usufruito della cassa integrazione e per il prossimo biennio riceveranno l’indennità  di disoccupazione, oltre a un anno di contributi. Il fatto è che gli editori non hanno versato all’Inpgi neppure un quarto del dovuto. E le casse dell’istituto sono messe a rischio da un ricorso massiccio ai contratti di solidarietà .
Prima – A Europa ne hanno chiesto l’applicazione al 50%.
F. Siddi – E non li otterranno. Nessuno può pensare di ottenere ammortizzatori sociali a costi del genere. Non esiste solo la sostenibilità  dei conti delle aziende: c’è anche quella dell’Inpgi. Non possiamo favorire lampanti alterazioni delle condizioni di mercato. I contratti di solidarietà  si possono applicare solo dove esistono credibili prospettive di rilancio. Servono per mantenere alto il valore del prodotto, non per scaricare sui dipendenti i costi del rischio d’impresa.
Prima – E i grandi gruppi? Si parla della trattativa sugli esuberi alla Gruner+Jahr/Mondadori come di una possibile vertenza pilota per le maggiori aziende.
F. Siddi – Per ora, nonostante le difficoltà , le grandi aziende tengono. Speriamo resistano, anche se i segnali non sono dei più positivi. Il rischio è di non avere più strumenti per governare la situazione. La coperta è diventata corta. Per fortuna nell’ultimo accordo nazionale avevamo previsto un contributo dello 0,60% da parte degli editori, servito a tamponare l’emergenza. Ma se il trend non cambia…
Intervista di Carlo Riva

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