03 maggio 2013 | 11:23

Gli italiani devono sapere – Intervista all’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro della Difesa (Prima n. 433, novembre 2012)

Il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, è chiamato spesso a rintuzzare dure critiche e ostinati pregiudizi sul lavoro e sul ruolo delle Forze Armate italiane, tanto più adesso che in Parlamento è in discussione la legge delega per la revisione dello Strumento Militare. Ma il ministro è tranquillo perché la percezione della gente verso i militari è positiva anche grazie al lavoro di una buona comunicazione
Da un lato la “trappola afghana”, come ha titolato in prima pagina il Corriere della Sera di fronte all’ennesima morte di un nostro militare (il caporale Tiziano Chierotti, 24 anni, deceduto il 25 ottobre), dall’altro la situazione economica che continua a erodere risorse alle Forze Armate: non c’è tregua per il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, 68 anni, chiamato spesso a rintuzzare dure critiche e ostinati pregiudizi. In tempo di crisi, e quindi di contenimento anche della spesa pubblica, ci si doveva aspettare che qualcuno, come l’onorevole Augusto Di Stanislao dell’Idv, tirasse in ballo anche alcuni privilegi arcaici ancora in uso nelle Forze Armate. Su una lanciamissili della Marina, la Mirabelli, sopravvive infatti l’usanza che per le eventuali visite dell’ammiraglio si tenga sempre in fresco una bottiglia di champagne e la cucina sia sempre pronta, anche la domenica, a preparare bruschette e pizzette calde. Ma queste sono sciocchezze all’insegna del populismo imperante, mentre sono molto più condizionanti le critiche e le polemiche, non solo da parte delle associazioni pacifiste, come Sbilanciamoci, ma anche da parte di esponenti politici di ogni schieramento, per il programma di acquisto di bombardieri F35, anche se ridotto da 130 a 90 unità  per una spesa di 10 miliardi di euro, sia pure diluita in quindici anni.
Infine il disegno di legge delega sul riordino delle Forze Armate che prevede una riduzione degli organici di 40mila unità  (da 190mila a 150mila) in dieci anni, di cui è iniziato l’esame il 13 novembre alla Camera dopo essere stato approvato dal Senato. Sono questi i temi caldi con cui fa i conti tutti i giorni il ministro Di Paola, che nello stile di ‘capo’ di lungo corso (già  capo di Stato Maggiore Difesa e presidente del Comitato Militare della Nato) non si scompone mai e sceglie una comunicazione semplice e pacata, ma altrettanto chiara e decisa per sostenere la giustezza delle sue convinzioni, come dimostra in questa intervista a Prima.
Prima – Periodicamente da alcuni politici e da alcune associazioni vi viene lanciato contro il sasso dell’acquisto dei cacciabombardieri F35, una spesa che, secondo loro, in questi tempi di crisi potrebbe essere destinata a cause migliori. Secondo lei quanto questi interventi danneggiano gli sforzi che con il suo staff state facendo per migliorare la percezione della gente verso le Forze Armate?
Giampaolo Di Paola – Potrà  sembrare un’osservazione banale, ma ricordo a tutti che le Forze Armate si chiamano così proprio perché dispongono di armamenti per assolvere al loro mandato. Sistemi d’arma, come quelli aerei cui fa riferimento, che devono essere efficaci e tecnologicamente aggiornati, oltreché finanziariamente sostenibili. So che la maggior parte degli italiani apprezza moltissimo quanto i nostri militari fanno per contribuire alla sicurezza internazionale. E credo che si rendano conto perfettamente della necessità  di avere armamenti adeguati agli impegni che ci attendono. Mi lasci anche dire che la percezione della gente verso i militari è molto positiva, anche perché dipende dalla serietà  con cui facciamo il nostro lavoro.
Prima – Passata al Senato è adesso in discussione alla Camera la legge delega per il riordinamento delle Forze Armate che prevede, oltre al taglio immediato di 20mila unità  previsto dalla Spending review (il decreto legge per la riduzione della spesa approvato dal Parlamento), un altro forte taglio dei militari che passeranno da 190mila a 150mila. Che cosa non è piaciuto e che cosa, secondo lei, si potrebbe modificare?
G. Di Paola – In tutta sincerità  ritengo che il disegno di legge delega presentato sia il migliore possibile. È il frutto di una profonda e – in un certo senso – sofferta riflessione. Sono convinto che la Difesa abbia ben compreso l’urgenza del cambiamento e quindi la necessità  di indicare una soluzione che risponda alle esigenze pressanti imposte dalle sfide globali alla sicurezza e dalla crisi economica. Per questo ci siamo mossi per tempo, consapevoli di dover iniziare ora il processo di razionalizzazione e riorganizzazione dello Strumento Militare, in modo da creare le necessarie condizioni per costruire la sicurezza del futuro.
Prima – I tagli di organici non passano mai indolori.
G. Di Paola – Comprendo bene le preoccupazioni del personale rispetto alla riduzione numerica prevista e faremo grande attenzione a questo tema. Ma non si può da un lato ridurre le risorse e dall’altro pretendere di mantenere l’attuale dimensionamento dello Strumento. È come avere una villa grande senza le risorse per mantenerla. Il buonsenso dice di andare a vivere in una casa più piccola, ma funzionante ed efficiente.
Prima – Quanto ha pesato sull’efficienza il ritardo di una riforma come quella da lei introdotta, che dovrebbe bilanciare meglio le spese del personale con investimenti e operatività ?
G. Di Paola – Il problema non è il passato, ma il presente. Il cambiamento è richiesto adesso, anche a causa della persistente crisi finanziaria. Se non si approvasse la legge delega sulla riforma delle Forze Armate, la nostra operatività  nel medio e lungo termine sarebbe a forte rischio. Nell’ultimo decennio le Forze Armate hanno saputo affrontare cambiamenti importanti, come l’adozione del sistema professionale e l’inserimento delle donne, sviluppando nel contempo importanti capacità  d’interagire, nel nuovo scenario geostrategico, su un piano di parità  con i nostri più importanti alleati. Oggi è urgente riequilibrare la spesa della Difesa secondo parametri europei, tendendo a portare verso il 50% le spese del personale, il 25% quelle dell’operatività  e il 25% quelle per gli investimenti. Tali componenti sono attualmente sbilanciate al 70% per il personale, con il 12% destinato all’operatività  e il 18% all’investimento. La nuova distribuzione dei fondi non è certo una formula ‘magica’, ma una ripartizione dettata dal semplice buonsenso. Il risultato sarà  uno Strumento ridotto nelle dimensioni, ma di maggiore qualità , quindi capace di esprimere un’operatività  maggiore rispetto all’attuale. In definitiva, dobbiamo approdare a una dimensione quantitativa che sia sostenibile con le risorse assegnate, ma qualitativamente elevata, possibilmente più elevata di quella attuale. E questo va fatto adesso. O sarà  troppo tardi.
Prima – Lei che ha svolto importanti incarichi all’estero: che cosa caratterizza le nostre Forze Armate rispetto a quelle di altri Paesi, sia al loro interno che nella percezione fra le popolazioni?
G. Di Paola – Nell’ambito della comunità  internazionale – come ha ricordato più volte anche il presidente Napolitano – l’Italia garantisce, da oltre vent’anni, un contributo altamente significativo al mantenimento della pace e al ripristino di condizioni di stabilità  e di sicurezza nei teatri di crisi. Recentemente sono stato in Afghanistan, e ho visto una realtà  di grande spessore con capacità  operative gestite in maniera intelligente, sia dal punto di vista umano che da quello professionale. Se oggi svolgiamo queste missioni riscuotendo successi e apprezzamenti unanimi, è perché abbiamo uno Strumento Militare adeguato ed è nostra responsabilità  lasciare in eredità  a chi verrà  dopo di noi uno Strumento ancora capace di onorare al meglio gli impegni internazionali. Dobbiamo investire su questo capitale di esperienza e sulla nostra accresciuta capacità  di relazionarci con popoli lontani appartenenti a culture diverse. Non è un caso se tutti quelli che si recano in visita ai nostri contingenti al rientro si sentono un po’ più fieri di essere italiani.
Prima – Non crede che, rispetto alle risposte sempre pronte ed efficaci dell’Italia sui fronti caldi internazionali, c’è stata poca solidarietà  e pressione degli organismi internazionali rispetto alla vicenda dei due militari in prigione in India? Il persistere di questa situazione non danneggia l’immagine del Paese sia fra i militari che fra l’opinione pubblica?
G. Di Paola – L’impegno del governo per il rientro dei due marò italiani detenuti in India prosegue senza sosta, anche se non così evidente e visibile come l’opinione pubblica e la stampa potrebbero aspettarsi. Mi creda: non lasceremo nulla di intentato per riportarli a casa. Ritengo che gli organismi internazionali abbiano senz’altro compreso il problema, oltre a manifestarci la loro solidarietà . C’è un intenso, silenzioso lavoro dietro ai nostri marò. E silenzio non vuol dire dimenticanza. Stiamo aspettando il verdetto della Corte Suprema indiana sulla giurisdizione e sull’immunità  funzionale. Questo è il cuore del problema. È vero, i tempi sono lunghi, ma siamo fiduciosi che i valori della democrazia indiana alla fine prevarranno. Siamo molto vicini ai nostri due ragazzi. Un nostro team è costantemente con loro. Questa triste vicenda ha rafforzato lo spirito di appartenenza e la vicinanza del Paese alle Forze Armate. Ove si ferisse la loro dignità , sarebbe ferita anche quella di tutti i militari e dell’intero Paese.
Intervista di Claudio Sonzogno