03 maggio 2013 | 11:41

L’importante è fare presto – Intervista a Paolo Butturini, segretario di Assostampa romana (Prima n. 433, novembre 2012)

Lo dice Paolo Butturini, segretario del sindacato dei giornalisti del Lazio che in un documento invita Fnsi, Fieg e governo a una trattativa per risolvere i problemi dell’editoria.
“Ci vuole più coraggio, più fantasia, più tenacia. Lo dico agli imprenditori editori e al sindacato dei giornalisti”: dà  l’impressione di menar fendenti a destra e a sinistra Paolo Butturini, segretario di Assostampa romana, che nell’ultimo direttivo ha incassato l’unanimità  su un documento che sta diventando una sorta di manifesto per sollecitare Fnsi, Fieg e governo ad abbandonare le scaramucce e a sedersi intorno a un tavolo per stravolgere alcuni luoghi comuni sulle difficoltà  del settore editoriale. “La crisi sarebbe dovuta servire a editori e giornalisti per sperimentare nuovi modelli di business, nuovi modelli editoriali, nuove figure professionali”, dice Butturini. “Invece, siamo alle solite: i grandi gruppi non trovano di meglio che tagliare il costo del lavoro. I dividendi delle società  per azioni però sono stati distribuiti. Se, come è vero, c’è una situazione eccezionale, si congelino i dividendi e si investa nei prodotti. Se ci sono piani e progetti che si possono fare insieme, sindacato e editori, facciamoli. Ma gli editori smettano di avere questo atteggiamento punitivo nei confronti dei giornalisti. È controproducente buttare a mare la conoscenza e l’esperienza giornalistica che fanno la qualità  dei prodotti editoriali, gli unici che possono salvarci dalla crisi. Però, bisogna che i giornalisti sappiano che non ci possono più essere rendite di posizione e che bisogna cambiare logica su tutto, su come fare giornalismo e su come fare sindacato. Sul campo si sono già  persi troppi posti di lavoro e i giornalisti dovranno saper recuperare la natura artigianale del loro mestiere adattandola alla rivoluzione industriale che stiamo vivendo. Insomma, ognuno faccia la sua parte, ma in fretta. Si sta trasformando in alibi la storia che nessuno sa come andrà  a finire. Ad aspettare ancora che qualcuno dica qual è il modello definitivo di business con le nuove tecnologie, moriamo tutti prima”.
Prima – E che cosa propone?
Paolo Butturini – All’estero, senza citare il solito Guardian (che tra l’altro perde soldi), ci sono esperienze come quelle del New York Times, del Wall Street Journal e all’Economist, che sono riusciti a mantenere i bilanci in positivo diversificando i prodotti, facendo strategie di marketing non banali come quelle italiane e valorizzando le professionalità  giornalistiche. Se in Italia non siamo capaci di fare nuove sperimentazioni, copiamo almeno quelle che funzionano da altre parti.
Prima – Anche i giornalisti devono cambiare passo.
P. Butturini – Certo. Ce ne sono molti ancora convinti che una volta scritto il loro pezzo hanno finito il lavoro. E non può essere più così. Neppure le notizie si raccolgono come dieci anni fa. Sono cambiate anche le fonti: bisogna tener conto di citizen journalism, blogger e community, con il giornalista che deve fare da mediatore, filtro e verifica.
Prima – Il vostro documento punta il dito sulla legge 416, sull’Antitrust e sulla Gasparri.
P. Butturini – La legge 416 è dell’inizio degli anni Ottanta, quando avevamo ancora l’inflazione a due cifre, la lira e il livello tecnologico era alla preistoria. Quella legge sosteneva l’editoria in un momento in cui il settore si doveva espandere, tanto che nel testo si parla di ristrutturazione. Oggi invece recitiamo il mantra tragico ‘stato di crisi’: tutt’altra cosa. Le regole con cui vengono concessi gli stati di crisi sono troppo vaghe. Che cosa significa che una crisi, oltre che reale, può essere ‘prospettica’? E i finanziamenti non possono più essere a pioggia, ma ben collegati a processi d’innovazione, alla qualità  del prodotto, a nuove figure professionali e all’occupazione. Poi, anche se Berlusconi non governa più, non è sparito il problema del conflitto d’interessi, che si può risolvere anche con la riforma dell’Antitrust. Siamo ancora in un Paese dove la distribuzione dei prodotti editoriali è eccessivamente squilibrata e in poche mani. Siccome la democrazia si nutre d’informazione, è chiaro che bisogna anche pagare un prezzo. Con la garanzia per i cittadini che i soldi non finiscano, però, in tasca al Lavitola di turno.
Prima – E per la Gasparri?
P. Butturini – C’è da fare solo una cosa: smontare il Sistema integrato della comunicazione. Il Sic non è altro che la rappresentazione del conflitto d’interessi che tiene in piedi ancora un sistema editoriale e radiotelevisivo chiaramente malato.
Prima – Vostro obiettivo è anche cambiare il sindacato.
P. Butturini – La Fnsi ha un impianto vecchio, figlio degli anni Settanta, di quando questa categoria era davvero molto simile a una casta e molto contigua alla politica. Le trattative sono condotte ancora con il rituale delle messe cantate. Basta! Bisogna sveltire e sfoltire le procedure e formare dirigenti nuovi e preparati, mettendo da parte l’individualismo e la propria carriera per lavorare al bene collettivo. Fondamentale è il ruolo dei Cdr: sono i veri terminali nelle aziende e hanno il compito delicato di governare i processi che stiamo attraversando. Contemporaneamente bisogna trovare il modo di tutelare il lavoro autonomo. L’approvazione al Senato della legge sull’equo compenso è un bel segnale. Ora bisognerà  tradurre i risultati in sede contrattuale, ma gli editori non potranno più dire che non è compito loro occuparsi del lavoro autonomo.
Intervista di Paolo Pozzi