03 maggio 2013 | 11:48

Non mi do per vinta – Intervista a Caterina Bagnardi, presidente della cooperativa che edita Taranto Buonasera e della Federazione italiana liberi editori (Prima n. 433, novembre 2012)

I finanziamenti ai giornali che vivono di contributi pubblici sono stati diminuiti del 90%. “Ora facciamo fatica ad arrivare a 120 milioni”, dice Caterina Bagnardi, presidente della cooperativa che edita Taranto Buonasera e della Federazione italiana liberi editori. Che punta a “costruire una piattaforma unitaria nelle battaglie per la nuova legge di riforma dell’editoria”
Quella dei giornali che godono del contributo diretto dello Stato è una marcia verso la terra promessa che sembra non finire mai, a meno che non finisca semplicemente male. Infatti se qualcuno avesse ingenuamente pensato di avercela fatta trascorsi i cinque anni canonici necessari per entrare nel gruppo ristretto degli aventi diritto – una norma perversa, contro ogni logica di sostegno alle startup, modificata di recente solo limitando l’attesa a tre anni – da un paio d’anni a questa parte i governi, Berlusconi prima, Monti poi, si accaniscono su quella misera fettina di bilancio per risparmiare, arrivando a uno stanziamento per il 2012 che forse con fatica si dovrebbe riuscire a portare a 120 milioni, emanando norme e regolamenti sempre più restrittivi e, per non farsi mancare niente, retroattivi.
Ciò accompagnati da una cattiva stampa, colpa dei Valter Lavitola e i loro Avanti!, e senza ascoltare più di tanto le urla di dolore di personaggi come il segretario della Fnsi, Franco Siddi, che ripete: così chiuderete novanta giornali e si perderanno 4mila posti di lavoro, andando a finire dritto contro Beppe Grillo che chiosa: bene, se chiudono sarà  una buona notizia.
Insomma, proseguendo nella metafora del viaggio, la marcia delle cooperative di giornalisti, delle testate di idee non profit e di partito, si è oggi fermata, e i giornali sopravvissuti ad anni di stenti stanno cercando di fare cerchio con i carri per non venire sterminati da pellerossa che girano loro intorno ululando e lanciando frecce incendiarie. Ogni tanto ne cade morto uno, qualcuno è ferito grave, lì lì per lasciarci, qualcun altro cerca di organizzare la controffensiva con le poche cartucce rimaste, sapendo che non ci sono alternative.
È il caso della File, la Federazione italiana liberi editori, una delle due associazioni di editori (l’altra è Mediacoop) che organizzano aziende editoriali in gran parte titolari del diritto al contributo. Con sede legale a Roma, la File conta al momento 42 associati (in passato era arrivata attorno ai 70), di cui 13 quotidiani nazionali, 16 quotidiani locali, un quotidiano all’estero (Gente d’Italia), 3 periodici nazionali (What’s Up, Rid-Rivista italiana difesa e Oep, Notiziario Agricolo) e 9 periodici locali. Fra i quotidiani nazionali i nomi probabilmente più noti sono Libero, La Padania, Il Foglio, Conquiste del Lavoro, La Voce Repubblicana, La Discussione, L’Opinione delle Libertà , Cronache di Liberal. C’era anche Il Nuovo Riformista, ma non ha passato la nottata. Fra i quotidiani locali CronacaQui di Torino, Il Romanista, La Voce di Romagna, La Voce Nuova di Rovigo, Nuova Gazzetta di Caserta, Il Denaro, Roma, Il Sannio Quotidiano.
Alla guida della File c’è dal maggio scorso Caterina Maria Bagnardi, 49 anni, subentrata nel ruolo a Enzo Ghionni, travolto proprio dall’inchiesta sui fondi pubblici all’Avanti!, del quale era consulente editoriale. Di quella elegante cortesia e di quella apparente timidezza (“Caratterialmente sono una persona che non ama trovarsi in prima fila”, si schermisce) che ti fanno pensare a un nucleo caratteriale inossidabile, Caterina Bagnardi è presidente della cooperativa che edita Taranto Buonasera (direttore Michele Mascellaro), uno dei rarissimi (se non l’unico) quotidiani della sera rimasto, distribuito nella città  pugliese in edicola e porta a porta. È figlia di Giuseppe Bagnardi, nome noto in zona per essere stato fra l’altro segretario della Dc e sindaco di Grottaglie. Giornalista pubblicista, è titolare della società  di comunicazione A&B, nata nel 1988, e in curriculum ha collaborazioni al marketing e alla comunicazione di giornali come La Città  di Salerno, il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto (prima del passaggio della testata al gruppo Caltagirone), il settimanale romano La Gazzetta Politica. Da quando è stata eletta fa la spola fra Taranto e Roma, e lavora su due fronti. Primo, recuperare credibilità  per i piccoli editori titolari di contributi avviando una campagna di comunicazione adeguata. Secondo, come spiega lei stessa, “costruire una piattaforma unitaria nelle battaglie per la nuova legge di riforma dell’editoria per garantire la crescita di un’editoria responsabile e pluralista”.
Quando la incontriamo la troviamo pure sorridente.
Prima – Presidente Bagnardi, come fa a essere ancora ottimista?
Caterina Maria Bagnardi – Lo sono per natura. Ho anche l’impressione che dall’altra parte del tavolo ci siano perlomeno interlocutori in grado di ascoltare, attenti, sensibili ai problemi. Parlo del sottosegretario per l’Informazione e l’editoria, Paolo Peluffo, del capo del dipartimento per l’Informazione e l’editoria di Palazzo Chigi, Ferruccio Sepe, e del suo coordinatore Ufficio per il sostegno all’editoria, Francesco Iannelli.
Prima – Cominciamo però dal dente che duole. Fra i vostri associati ce n’è stato qualcuno che ha fatto un bel po’ di danni…
C. M. Bagnardi – Che dire: non siamo noi che possiamo fare indagini sugli editori che decidono di aderire alla File. Ma una cosa è certa: se c’erano mele marce a me sembra che non ce ne siano più, anche perché i controlli sono diventati sempre più stringenti, come ben sanno gli editori che quest’anno si sono trovati in casa la Finanza per settimane, su richiesta dell’Agcom, impegnata a cercare ogni possibile irregolarità . Chi non era in regola è finito fuori dal sistema. Ma vorrei aggiungere subito una cosa…
Prima – Prego.
C. M. Bagnardi – I giornali a contributo sono una ricchezza del Paese, una somma di voci libere. Invece siamo finiti nel mirino, mentre nel giro di pochi anni i contributi venivano diminuiti del 90%. Nel 2005 erano 750 milioni, ora facciamo fatica ad arrivare a 120. Nessun altro settore ha subìto tagli di questa importanza. Ben vengano le verifiche, ma niente caccia alle streghe dove le streghe non ci sono.
Prima – Senta, chi gliel’ha fatto fare di assumere la presidenza della File proprio in un momento come questo? Non stava in pace, nella sua Taranto?
C. M. Bagnardi – Forse mi hanno eletto perché ero l’unica donna… Scherzo. La verità  è che più che di un presidente dovreste parlare di una squadra, formata da me, dai vice presidenti Ludovico Gilberti e Gianluca Fantinuoli, dal tesoriere Samuele Bertuccio e dal segretario Luigi Sambucini. Lavoriamo insieme per lo stesso obiettivo: potere esprimere il nostro parere in un momento cruciale per l’intero comparto.
Prima – Non basterebbe la Fieg, la Federazione degli editori di giornali, per questo?
C. M. Bagnardi – La Fieg rappresenta interessi di altro genere, lontani dai nostri. Almeno fino all’epoca Malinconico ci hanno dato più che altro l’impressione di essere interessati non a noi ma alle nostre copie. Lo dimostra il fatto che fra File e Fieg i rapporti stanno a zero. Zero totale. Gli incontri fra noi sono limitati a quelli casuali nei corridoi e a quelli istituzionali nei palazzi di riferimento: dipartimento per l’Informazione e l’editoria, Agcom, eccetera. Però devo anche dire che con Giulio Anselmi mi sembra che le cose stiano lentamente cambiando. Sono fiduciosa.
Prima – Veniamo alla File. Il numero degli associati è drasticamente calato. Sembra di essere nel film ‘Dieci piccoli indiani’, cadono uno dopo l’altro.
C. M. Bagnardi – Siamo sempre una grande forza d’informazione diffusa e radicata sul territorio. Ma chi non ha chiuso sta ristrutturando, chiudendo redazioni, tagliando il più possibile. È lo specchio della crisi, diffusionale e soprattutto pubblicitaria, sulla quale è perfino inutile soffermarsi a discutere. Lottiamo in queste settimane per chiudere bilanci 2012 carichi di problemi per l’effetto retroattivo di norme introdotte in luglio. Lei sa che per esempio dalle voci che gli editori possono mettere a bilancio per ottenere il contributo non ci sono più le spese per le collaborazioni esterne, mentre il sindacato parla di equo compenso per i freelance? Per non parlare delle spese legali, giusto in tempo di dibattito sulla diffamazione… E intanto ci tolgono persino le pubblicazioni dei bilanci degli enti pubblici.
Prima – Scusi, ormai ce l’ho con i pellerossa. Lei mi disegna uno scenario da ‘Ultimo dei mohicani’…
C. M. Bagnardi – Bravo! Noi siamo d’accordo su scelte come quella di legare i contributi alle vendite e non alle tirature. Un invito a nozze. Ma ci sono altri fronti da aprire, come quello pubblicitario, perché se si va avanti così, per esempio colpendo i giornali e privilegiando le tivù, sarà  presto finita. Resteranno solo i giornali che rappresentano poteri forti e grandi interessi, gli altri spariranno. In questo campo tutti i possibili campanelli d’allarme stanno suonando.
Prima – Però qualche segnale positivo c’è. Se la legge pubblicata lo scorso luglio dava per finiti i contributi diretti agli editori nel 2013, nella legge di stabilità  è stato previsto il finanziamento all’editoria fino al 2015, mentre il cosiddetto decreto Peluffo prevede perlomeno contributi per quelle cooperative di giornalisti che nascono per rilevare e mantenere in vita testate in crisi.
C. M. Bagnardi – Il sottosegretario Peluffo ha dato alla questione una stretta positiva. Ma su tanti punti bisognerebbe cominciare subito a ridiscutere, per esempio sulla cosiddetta migrazione al digitale, tanto cara a questo governo. Già  facciamo fatica con la carta, con il web diventa una torre di Babele. I lettori non sono ancora pronti per questo, e ancora meno lo sono gli utenti pubblicitari. Qualcuno ci spieghi come si fa a fare reddito sul digitale, altrimenti si continuerà  solo a fare perdere posizioni alla carta stampata, fino a metterci fuori mercato, con le conseguenze che abbiamo già  detto, e in Italia quanto a pluralismo dell’informazione già  così non mi pare che si sta troppo bene.
Prima – Lei concorda con l’allarme che il segretario della Fnsi Franco Siddi non si stanca di ripetere? Novanta testate a rischio, 4mila addetti…
C. M. Bagnardi – Eccome. Vorrei anche ricordare che almeno 1.500 sono giornalisti iscritti all’Inpgi e alla Casagit, la cui disoccupazione sarebbe in grado di mettere entrambi in ginocchio. Forse anche i grandi editori dovrebbero pensarci. Bene la proroga della legge, ma bisogna che gli stanziamenti non scendano sotto a una certa soglia. E ciò non vale solo per i contributi 2011 o 2012, ma anche per gli anni successivi. Sennò diventa impossibile per gli editori programmare alcunché, e addio.
Prima – Lei ricorderà  il presidente dell’Ordine, Enzo Iacopino, tuonare contro i quotidiani che pagano pochi euro i collaboratori. Alcuni di questi giornali sono vostri associati.
C. M. Bagnardi – Lo capisco, Iacopino, e ha anche ragione. Ma per noi piccoli editori ogni euro è un problema serio. Facciamo già  fatica a rispettare contratti giornalistici disegnati su misura delle grandi testate, e alle istituzioni a cui fanno capo i giornalisti dico: aiutateci a metterci in sicurezza, poi discutiamo di tutto.
Prima – Ciò detto, quali progetti ha la sua presidenza per l’anno prossimo?
C. M. Bagnardi – Non vogliamo limitarci a trattare con il governo e a stilare piattaforme. Cercheremo anche di muoverci in positivo. Per esempio, stiamo progettando un consorzio fra testate in grado di interloquire con i centri media e con i grandi utenti per la pubblicità  istituzionale. È un primo passo, che ritengo però molto utile alla nostra causa.
Intervista di Cristiano Draghi